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Così Andrea Riccardi spiega la riforma di Papa Francesco

Antoine Mekary | ALETEIA
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Sul Corsera lo storico romano si interroga sul destino della “sfida” del pontefice alla Curia

Lo storico Andrea Riccardi, ex ministro della Cooperazione internazionale e soprattutto fondatore della Comunità di Sant’Egidio è un uomo assai capace di comprendere le dinamiche globali della Chiesa e non solo. Tutt’altro che ostile al pontificato di Francesco, oggi Riccardi, sul Corriere della Sera ha scritto un breve editoriale sulla riforma che il Papa vorrebbe imprimere alla Chiesa in generale e alla Curia romana in particolare. Una questione – quasi un mini bilancio – a quattro anni e poco più dalla sua elezione a Vescovo di Roma, decisamente ancora aperta.

Se è vero che dal punto di vista pastorale il fatto di non aver messo mano alla dottrina e al Codice di diritto canonico, se non in forma molto limitata, per lasciare ai vescovi e ai presbiteri la possibilità di “inculturare” e vivere la stagione della Evangelii Gaudium (vero manifesto del pontificato) è altrettanto vero che applicando questo stesso modus operandi alla Curia ha ricevuto solo rallentamenti e complicazioni. Nonostante Papa Francesco si ispiri a Paolo VI non ne ha tratto la lezione sulle élites:

Francesco non è organico nel governo come il suo predecessore italiano, pur tanto amato da lui. Ora però sembra volere un governo più omogeneo a lui. Così non ha confermato all’ex Sant’Uffizio il card. Müller, teologo vicino a Benedetto XVI. La partenza del card. Pell (in Australia per difendersi delle accuse di pedofilia) apre una posizione chiave, creata dal papa alla testa della segreteria dell’economia proprio per lui, qualificatosi come riformatore delle finanze, ma distante da Bergoglio, critico verso gli italiani e la Segreteria di Stato. Il revisore generale delle finanze, Libero Milone, se n’è andato. La riforma vaticana scricchiola sull’economia. Avanza sui media. Il papa ha accorpato alcuni dicasteri, come capita periodicamente nei governi. Ma l’opera del C9 dei cardinali, da lui scelti per riformare la Curia, complessivamente non è spedita. E non c’è disegno, se non la semplificazione.

Va un po’ meglio nelle conferenze episcopali nazionali, in particolare l’Italia dove sono già una ottantina i vescovi scelti da Bergoglio.

Stanno cambiando però alcune posizioni chiave nella Chiesa: il presidente della Cei (ora è il card. Bassetti, figlio della Firenze di La Pira), il Vicario di Roma con la nomina di una figura pastorale come Angelo De Donatis, l’arcivescovo di Milano come mons. Mario Delpini (confermato oggi, Ndr). In Italia ci sono ormai un’ottantina di vescovi di questo tipo, nominati da Francesco. In Spagna, Madrid e Barcellona sono guidate da due vescovi molto in linea con il papa. Non si sta arrivando però a un governo di bergogliani, ma alla scelta di figure disponibili a recepire il messaggio pastorale del papa. Per Paolo VI fu diverso: era l’anima di un gruppo coeso che divenne gran parte della classe dirigente della Chiesa. Invece Francesco non ha portato a Roma nessun uomo suo, né alcun argentino.

Il Papa viene vissuto con attenzione e fiducia fuori dalla Chiesa, dove è diventato un interlocutore autorevole sui temi come la pace, l’ecologia, la lotta alla povertà.

Nella Chiesa, però, resta aperta l’opzione tra essere una minoranza in restringimento o un cristianesimo di popolo. Bergoglio ha fatto cadere gli aspetti di contrapposizione al mondo e offre impulsi e messaggi verso una dimensione più larga. Ma molto si giocherà nella vita concreta della Chiesa. Niente è scontato.

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