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Parroco di Aleppo: “Aiuteremo a ricostruire prima le case e poi le chiese”

MONIKA FLOREK-MOSTOWSKA - Aleteia Polonia - pubblicato il 05/07/17

La gente si unisce capendo che si può risorgere dalle macerie

Padre Ibrahim Alsabagh, OFM, è un frate francescano nato a Damasco. Su sua richiesta è stato assegnato al ministero della città di Aleppo, lacerata dalla guerra. Come parroco della chiesa di San Francesco opera veri miracoli, salvando la vita e la dignità dei residenti di questa città semidistrutta. È autore di un resoconto accorato della sua missione, Before the Break of Dawn. Syria. Chronicles of War and Hope from Aleppo, una cronaca senza precedenti che parla sia di guerra che di speranza. Papa Francesco ha esortato a leggere il libro durante il ritiro di Quaresima in Vaticano. Monika Florek-Mostowska di Aleteia ha parlato in questa intervista esclusiva con padre Ibrahim.

La pubblicazione delle cronache di guerra che descrivono la tragedia di Aleppo è un modo insolito di evangelizzare per i francescani. È efficace?

Volevo che il libro fosse una testimonianza di fede e speranza in mezzo alla sofferenza. Volevo che fosse come l’inno del Libro di Daniele di tre giovani gettati in una fornace ardente che intonavano un canto di ringraziamento a Dio, che non lascia senza aiuto chi crede in Lui.

Ho pensato sia alla descrizione della nostra realtà che a una testimonianza di speranza, trasmettendo il messaggio nato dalla sofferenza. Volevo trasmettere un messaggio di fede e speranza.

In quali lingue è stato tradotto finora il suo testo?

Ho scritto il libro in italiano. È stato già tradotto in spagnolo, francese e polacco, ed è in corso la traduzione in inglese.

Sorprende che la versione polacca sia uscita prima di quella inglese. Pensa che i polacchi, dopo l’esperienza della II Guerra Mondiale, durante la quale Varsavia venne quasi completamente distrutta, possano riconoscersi meglio negli abitanti di Aleppo?

Ci ho pensato. La sofferenza unisce le persone. È quello che vediamo in Siria. La Chiesa, nella quale l’immagine della sofferenza di Cristo è ancora viva, è sensibile alla sofferenza umana e offre assistenza alle vittime di guerra. È questo che implica il fatto di essere fedeli al nostro Maestro. In Polonia la Chiesa è fedele a Cristo, e la Nazione polacca è generosa nei confronti di chi è afflitto dalla tragedia della guerra.

In che modo la Chiesa siriana offre il proprio aiuto nel contesto di guerra? Cosa fanno i francescani?

Siamo presenti ogni giorno nell’ufficio parrocchiale, al quale accorre la gente. Dal mio arrivo ad Aleppo, sempre più persone hanno bussato alla nostra porta. Ci sono innanzitutto famiglie che ci chiedono assistenza di qualsiasi tipo. La mia scrivania è piena di post-it, ciascuno dei quali mi ricorda un problema o una questione da risolvere.

La gente è piena di paure; alcuni gridano o piangono, altri si lamentano della Chiesa e a volte fa male ascoltarli. A tutti vengono offerti un sorriso, pace e calma. Non li lasciamo andar via senza la pace del cuore e la consolazione della Parola di Dio, qualche buon consiglio e aiuti materiali.

Dopo gli incontri preghiamo con fervore perché la volontà di Dio si possa rivelare chiaramente. Solo allora entriamo in azione, il che in generale è la soluzione ottimale. Accade spesso che dobbiamo incontrare determinate persone varie volte per discutere nuove possibilità e avere un panorama migliore della situazione ponendo ulteriori domande.

Lei fa visita alle famiglie colpite dalla guerra, e molte di loro si aspettano un sostegno da parte della Chiesa…

Devo ammettere che nella nostra azione missionaria ci dividiamo tra il ricevere le persone e visitare le loro case. Quando andiamo a far visita alle persone non vorremmo mai tornare in monastero. Ci viene ricordata la vita di Gesù, la sua attività pubblica: preghiera, insegnamento, guarigione, scacciare i demoni. Il cuore vuole stare con Gesù e fare quello che ha fatto Lui.

Come potremmo trascurare le folle che vengono all’alba a bussare alla porta del monastero? Bisogna dar loro una possibilità di incontrare Gesù, che si offre ai suoi figli per ascoltarli, parlare e mostrare loro la via.

Cosa dovremmo fare allora? Lasciare il monastero o rimanerci per accogliere chi viene da noi? A volte scegliamo la seconda opzione per un motivo importante: le bombe che cadono ininterrottamente, all’improvviso, senza risparmiare nessuno.

Cos’è quella che definisce la “speranza di Aleppo”, padre?

Il fatto che la gente voglia vivere. Ora Aleppo è ridotta a un ammasso di macerie. Quando ci si guarda intorno non si vede un’unica cosa bella, ma i residenti amano la città. Vogliono ricostruire le proprie case. Le comunità attive nella nostra chiesa hanno avuto di recente l’idea di dipingere le strade di colori diversi per renderle meno tetre. Le autorità cittadine sostengono i nostri sforzi. La gente vuole agire.

Il periodo di guerra indica che la cosa più importante è nel cuore. La gente si riunisce e si sostiene, consapevole che si può anche risorgere dalle rovine. Una donna era a casa con il marito quando una bomba è caduta distruggendo la loro unica stanza. Ho pregato con loro e ho cercato di aiutarli offrendo un po’ di denaro.

Ieri, dopo aver concluso l’opera di ricostruzione la donna mi ha detto: “Padre, è stata accesa una nuova speranza nei nostri cuori. Ancora non riusciamo a crederci; è come una rinascita come esseri umani e come famiglia; siamo estremamente grati e felici”.

Pensa che la guerra in Siria sia anche un momento perché la Chiesa possa verificare i suoi obiettivi e le sue azioni? L’ambizione di molti parroci in Polonia è costruire un’altra chiesa. Gesù, tuttavia, si è riferito a una chiesa costruita nel cuore umano. In Siria le parole di Cristo sono fondamentali, forse ancor di più che nelle zone del mondo in cui non c’è la guerra…

La persona umana dovrebbe essere sempre l’obiettivo primo e principale della Chiesa. Gesù ha detto: “Siete il tempio di Dio”. Non c’è niente di sbagliato nel fatto di pensare alle strutture ecclesiastiche. Il parroco di Ars ha portato all’altare la cosa più preziosa, ma quando ci concentriamo troppo sul costruire delle strutture diventiamo suscettibili al peccato.

La situazione in Siria farà capire alla gente che quella della Chiesa non dovrebbe essere un’evangelizzazione “attraverso la costruzione”. Papa Francesco ci esorta a compiere scelte che abbiano al centro la persona umana. Le persone colpite dalla povertà sono quelle che hanno più bisogno di noi. Non è niente di nuovo, ma vale la pena di non perderlo di vista. Sembra che il cuore di chi vive oggi in Siria goda di più libertà man mano che si ascolta lo Spirito Santo e si è fedeli all’insegnamento di Gesù Cristo.

Dopo la firma dell’accordo di pace del 22 dicembre e dopo che le organizzazioni militari hanno iniziato a ritirarsi da Aleppo non sapevamo da dove iniziare a ricostruire la città. A quel punto, in un incontro con i vescovi ci siamo chiesti da dove cominciare. Ad Aleppo il 60% delle chiese era in macerie, ma tutto il clero non ha esitato ad affermare che bisogna in primo luogo aiutare le persone a ricostruire le proprie abitazioni.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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alepporifugiati siriani
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