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Ma che fine fecero i dodici apostoli?

Public Domain | Wikipedia

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 29/06/17

Pietro e Andrea

Primi entrambi: Simone in assoluto (Matteo lo dice seccamente “primo”, senza aggiungere altro); Andrea nell’essere stato chiamato da Gesù. Sono i fratelli di Bethsaida di Galilea che, stando al racconto giovanneo, vengono chiamati dal predicatore appena battezzato e additato da Giovanni come “l’agnello di Dio”. Proprio all’inizio della sua missione.

Su Pietro è numerosa già la letteratura superstite dal lavacro dei secoli: è possibile che nell’antichità si fosse scritto anche di più. Le vicende della sua vita sono note dagli Atti degli apostoli canonici (della cui prima metà può essere considerato in qualche modo il protagonista), dagli Atti di Pietro, composti intorno al 190 dopo Cristo, dagli Atti di Pietro e Paolo, che sembrano del III secolo, e dalle Recognitiones pseudo-clementine che invece sono del IV secolo. Da tutti questi scritti emerge una vita estremamente avventurosa, per il Pescatore: nello stile romanzesco degli Atti apocrifi, lo si vede spesso correre per il Mediterraneo in un avvincente testa a testa contro Simon Mago, l’archieresiarca che lo attenderà a Roma per lo scontro finale, dal quale il samaritano uscirà sconfitto. In effetti le tradizioni che attestano passaggi e attività di Pietro in Samaria, oltre che ad Alessandria e ad Antiochia, sono molteplici e parzialmente indipendenti.

Ne Il Martirio di san Pietro (una delle parti degli Atti apocrifi) si trova, tra l’altro, il racconto del quo vadis? da cui vengono il romanzo di Sienkiewicz e i film di Guazzoni e LeRoy: di ritorno a Roma, Pietro chiede espressamente di poter essere crocifisso a testa in giù, e prima di morire edifica gli astanti con una toccante allegoria della forma della croce.

Una cosa simile si ritrova anche negli Atti di Andrea, che nella Storia ecclesiastica (3,25,6) Eusebio stigmatizza come prodotti ereticali. Di sicuro l’autore doveva avere buona verve narrativa, oltre che (forse) fonti particolareggiate: tra i pochi frammenti che ci restano si annoverano quelli che raccontano delle avventure di Andrea e Mattia (dunque quest’ultimo non fece coppia fissa con Simone il Cananeo) tra i cannibali del Mar Morto! Costa meno fatica credere alla nota del Canone Muratoriano che ci rivela l’insistenza di Andrea presso Giovanni perché scrivesse anche lui un suo Vangelo. Una cosa interessante è che – stando a questi documenti (tardi e dubbi quanto all’origine…) – entrambi i fratelli avrebbero predicato, fin quasi all’ultimo respiro, contro il matrimonio (!). Gli studiosi tendono a ravvisarvi segnali di gnosticismo dei testi, ma – sebbene il caso non possa essere escluso – erano diffusissime, specialmente nel I secolo, le tendenze rigoriste che invitavano a sospendere ogni attività terrena (copula e riproduzione in primis) e ad attendere l’imminente ritorno del Signore.

Giacomo e Giovanni, i figli del tuono

Nessuno stupore che Gesù li tenesse in coppia: per loro aveva coniato il nomignolo suggestivo di “figli del tuono” – il che è tutto dire. Stando alla concisa notizia di Luca negli Atti (At 12,1-2), Giacomo fu il primo degli apostoli a cadere martire, per ordine di Erode Agrippa. Secondo le fonti di Clemente Alessandrino, di cui si fida anche Eusebio di Cesarea, prima di morire (decapitato) sarebbe riuscito a convertire il proprio accusatore, che uscì dal tribunale cristiano a forza di lacrime. Non siamo in grado di stabilire con precisione il modo né l’epoca in cui le sue spoglie giunsero in Galizia, divenendo dal medioevo la meta di pellegrinaggio per eccellenza, almeno in Occidente: Giacomo doveva viaggiare come il tuono anche da morto.

Ancora più portentoso fu Giovanni, perlomeno se accogliamo le (antichissime e unanimi) tradizioni che lo identificano con l’autore del Quarto Vangelo, delle Lettere e dell’Apocalisse canonica: per qualche motivo (non quelli riciclati da Dan Brown, che sono leggende medievali) era il cocco di Gesù, nel “suo” Vangelo si attesta la credenza di alcuni che non sarebbe mai morto fino al ritorno del Messia… e in effetti, perlomeno, pare che Giovanni sia stato l’unico a non morire di morte violenta. Questa tradizione deve confrontarsi con l’altra, pure antichissima, che lo vuole protagonista di un prodigio veramente hardcore:

Se poi vai in Italia – ci racconta Tertulliano a cavallo tra il II e il III secolo – trovi Roma, da dove possiamo attingere anche noi l’autorità degli apostoli. Quanto è felice quella Chiesa, alla quale gli apostoli profusero tutta intera la dottrina insieme con il loro sangue, dove Pietro è configurato al Signore nella passione, dove Paolo è incoronato della stessa morte di Giovanni il Battista, dove l’apostolo Giovanni, immerso senza patirne offesa in olio bollente, è condannato all’esilio in un’isola.

Tertulliano, De præscriptione hæreticorum 36

Girolamo, un paio di secoli dopo, avrebbe aggiunto che quell’isola era proprio Patmos, il teatro dell’ultima rivelazione. Da Eusebio invece sapevamo che era stato Domiziano a condannarlo, e che dopo la morte dell’imperatore l’apostolo fece ritorno sulla terraferma, a Efeso, per morirvi intorno al 104.

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