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Charlie Gard ci insegna che ogni vita è inutile

CHARLIEGARD

Charlie Gard #charliesfight / Facebook

Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 28/06/17

Perché non nasciamo per essere usati ma per lasciarci amare

“Un elicottero attacca un tribunale in Venezuela”.

“È stato inventato un vaccino per difendersi dagli attacchi hacker”.

Tra i più letti: “un canguro con una bottiglia di whiskey”.

Scelti dalla redazione: “Come si cura un cane con disturbo ossessivo-compulsivo?”.

“La guerra dei gorilla”. E poi calcio. Qualche gossip. Altre cose, no tesoro, sulla BBC on line non sei in Primo piano.

Compilo la stringa per la ricerca. Charlie Gard: l’ultimo articolo è del 27. “La famiglia perde la causa”. Sentenza definitiva. Charlie non ha alcuna speranza e sottoporlo a nuove cure aumenterebbe la sua sofferenza.

Malattia rarissima, esito infausto. Ce lo vengono a dire loro, capisci? Come non sapessimo il poco che finora ha potuto dire la medicina sulla malattia del nostro bambino! Che poi è proprio questo, amore mio, che ci atterrisce e fa esplodere dentro i nostri cuori una rabbia mai provata prima: tu sei il nostro bambino, sei stato affidato a noi. Dalla vita, da Dio, dal Destino, poco importa. Sei nostro ma non come è nostro un cane o un peluche, accidenti! Dobbiamo spiegare tutto daccapo a questa gente…

Va bene mi calmo; vieni qua dalla mamma. Sì lo so è la mamma che viene da te, ti vengo vicina. Le attrezzature che ti fanno respirare fanno un rumore continuo che ormai non mi disturba più. Anzi mi conciliano il sonno. Ho sonno Charlie. Sono stanca, sai? Non di te! Provare questo dolore così grande e ingovernabile per così tanto tempo mi sta vincendo. Il papà resiste. Però forse quando è solo con te si concede dei singhiozzi che al mio fianco crede di dover omettere. Potrebbe piangere pure lui sai e non perderebbe nemmeno un grammo di virilità o coraggio. Ha pianto quando sei nato. E mi è sembrato un vero uomo!

Loro hanno deciso che soffriresti troppo a continuare a stare in vita così. Ma io dico, se pensano che sia tu a non dover soffrire chi ci sarà a non soffrire, a stare meglio se uccidendoti pensano di eliminarti, di renderti nulla? Non regge nemmeno nell’impietoso mondo della logica…

E così ci dicono che in fondo loro sono più buoni di noi perché pensano a te, al tuo vero bene. Mentre noi siamo egoisti.

Ma certo che siamo egoisti! Noi vogliamo te per noi. Perché godiamo profondamente della tua presenza. Non importa se l’azzurro terso di gioia che è la tua piccola silente vita è tutto screziato di nero angoscia e bianco lacrime e rosso sangue. Che ne sanno loro di questo? Eppure la vita non sarà stata così crudele con loro. Avrà pure regalato ad ognuno almeno una zia anziana e malata. Un cuginetto morto in tenera età, una vicina che regalava loro torte e biscotti e poi è stata colpita da ictus. Non saranno andati a trovarla lo stesso? Non avranno intuito cosa c’è sotto?

I filantropi, i buoni, i garanti della bontà equamente distribuita, gli araldi della qualità della vita non si ricordano più quale sia la vera, l’unica decisiva qualità della vita.

Quella della inutilità. La vita non deve essere utile.

La vita deve cantare. La vita esiste solo nelle facce, nei nasini, nelle mani cicciotte, negli avambracci abbronzati. Nei polsi delle ragazzine che si riempiono di braccialetti in estate Esiste nei piedi ritorti e ossuti di un vecchio diventato demente, con gli occhi velati e sporchi di cataratta. Esiste e serpeggia tra me e tuo papà che ci attiriamo fisicamente con una forza irresistibile, anche adesso che siamo mamma e papà e pensiamo sempre a te.

La vita non ha altre qualità se non quella di esserci per spaventarci, per farci tremare al ratto pensiero che siamo precipitati in questo mondo. Così bello, così sensato, così pieno di profumi, acque, fili d’erba fiori frutti. E così brutalizzato dalla violenza, dal disordine, dagli scoppi, i tagli, le bombe. Così sprecato in stupidi passatempi. Ché il tempo non viene a noi per passare e basta, viene per portarci altrove, viene per portarci altrui. Me lo sento.

Charlie, piccino, ho nuovi pigiami da farti mettere! Ne ho trovato uno giallo. Non mi è mai piaciuto il giallo questo invece sì. È fatto di ciniglia, è un po’ pesante ma qui in ospedale l’aria è fresca. Te lo metterò perché mi ricorderai un pulcino, un pulcino tutto gonfio di piumette leggere e morbide. Sì, sì, caro mio, ti farò altre foto. No, non le metterò sui social, quelle no.

Charlie lo sai quanto ti amo, lo sai che sono cieca e io le palpebre le posso alzare e le mie pupille vedono. Sono cieca perché non vedo ancora che stai per morire. E che sì, le cure in America sono un tentativo disperato ma sono ancora la nostra speranza, qualche cosa si può e noi vogliamo tentarla. Sentiamo di dovere fare proprio così.

Sono cieca, ma vedo ancora dietro i tratti di quei giudici seri e compunti nella loro stolida ferocia che sono uguali a me. E a te, se non fossi reso innocente dalla tua malattia e dalla tua età che ti sostiene a mezz’aria, nella purezza del cielo sospeso sopra il fango che schizza sulle scarpe di noi tristi che camminiamo nel mondo aperto.

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