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Perché i sacerdoti (e i diaconi) indossano una stola?

Thoom | Shutterstock
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Questo piccolo pezzo di stoffa è uno degli indumenti più importanti indossati dal clero ordinato

Uno degli indumenti più significativi indossati da un membro del clero ordinato è una semplice striscia di materiale chiamata stola.

L’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Vaticano spiega che “la stola è l’elemento distintivo del ministro ordinato e si indossa sempre nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali. È una striscia di stoffa, di norma ricamata, il cui colore varia secondo il tempo liturgico o il giorno del santorale”.

Il nome deriva dal latino “stola”, “indumento”. Si trattava di un antico indumento romano a forma di sciarpa che indicava i membri della gerarchia imperiale ed era riservato a una specifica classe di individui.

In certe occasioni la parola “stola” è usata anche nella Vulgata latina. Ad esempio, si ritrova nel passo di Luca 15, 22 riferito all’indumento che avrebbe dovuto indossare il figliol prodigo: “dixit autem pater ad servos suos cito proferte stolam primam et induite illum et date anulum in manum eius et calciamenta in pedes” (“Ma il padre disse ai servi: ‘Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi’”).

A volte è collegata al “giogo di Cristo”, ma questa definizione è ora associata alla casula.

Attualmente ci si riferisce alla stola come alla “stola di immortalità”, come indica la preghiera che segue, che il sacerdote recita indossandola:

Redde mihi, Domine, stolam immortalitatis, quam perdidi in praevaricatione primi parentis; et, quamvis indignus accedo ad tuum sacrum mysterium, merear tamen gaudium sempiternum.

(Restituiscimi, o Signore, la stola dell’immortalità, che persi a causa del peccato del primo padre; e per quanto accedo indegno al tuo sacro mistero, che io raggiunga ugualmente la gioia senza fine).

È un indumento che identifica i membri del clero ordinato e viene indossato da sacerdoti, diaconi e vescovi.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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