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Si può fare la Comunione senza essersi prima confessati?

© Antoine Mekary / ALETEIA
VATICAN CITY, October 16: Pope Francis attends a Holy Mass and canonization of blessed Salomon Leclercq, José Sanchez del Río, Manuel González García, Lodovico Pavoni, Alfonso Maria Fusco, José Gabrie
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La Chiesa ovviamente non ci obbliga a fare le comunione tutte le domeniche, (l’obbligo esiste ma è limitato a una volta all’anno!), ma certo ci fa capire che rinunciare alla comunione significa privarsi di un grande aiuto spirituale che il Signore ci ha donato nella sua bontà, consapevole dei nostri bisogni.

Certo, proprio la consapevolezza della grandezza e della bellezza del dono ci spinge a non accostarci al Sacramento in una condizione indegna e quindi, come puntualizza il Concilio, ciascuno deve esaminare se stesso con sincerità e desiderio di conversione, e confessare i peccati gravi di cui avesse consapevolezza, soprattutto in vista della propria conversione e della vita eterna. Ma se uno non ha consapevolezza di aver commesso peccati gravi non dovrebbe aver timore di accostarsi all’eucaristia.

Questo naturalmente non toglie il valore della confessione frequente anche dei soli peccati veniali, che la Chiesa raccomanda, ma non la si dovrebbe collegare meccanicamente alla comunione.

L’importante è acquisire la disposizione ad esaminare con sincera onestà, ma senza scivolare nello scrupolo, la propria coscienza e a non peritarsi a ricorrere con sollecitudine al sacramento della penitenza qualora si avesse consapevolezza di essersi allontanati seriamente da Dio che è la pienezza della nostra vita.

Il problema è che è mancata nella Chiesa la capacità di educare i cristiani ad un esame di coscienza serio e sereno. In passato infatti, il timore di essere in peccato mortale portava i cristiani a ritenere che fosse necessario confessarsi ogni volta che intendevano accostarsi alla comunione, col risultato che alle messe domenicali, nonostante la dottrina incoraggiante del Concilio di Trento, facevano la comunione davvero in pochi. Oggi al contrario si ha l’impressione che molti di quelli che partecipano alla Messa, anche a giudicare dalla scarsità delle confessioni, si accostino, nonostante gli ammonimenti di Trento, alla comunione senza farsi grandi problemi circa i propri peccati e, più che altro, senza aver fatto alcun esame di coscienza. In entrambi casi è mancata, e manca, la capacità di discernere. In entrambi i casi si è rischiato, e si rischia, di perdere la gioia della conversione.

Una via da percorrere per superare la condizione di dubbio circa la propria reale condizione di peccato, a cui allude la lettrice, e per non cadere né in un atteggiamento di scrupolo, che vede il peccato mortale ovunque, né in quello di una superficialità che si autoassolve da ogni peccato, penso possa essere quella di intraprendere un serio percorso di direzione spirituale in grado di fornire sereni criteri di discernimento per camminare e convertirsi nella carità, sentendosi veramente amati da Dio. Egli non è un giustiziere che attende la nostra caduta per condannarci, ma è il Padre che ci attende con amore per correrci incontro e abbracciarci (cfr. Lc 15,20).

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