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“Beati quelli che sanno ridere di sé perché non finiranno mai di divertirsi”

George Martell/Pilot Media CC

L'Osservatore Romano - pubblicato il 19/06/17

Per una Teologia dell’umorismo

di Catherine Aubin

Cristo ha senso dell’umorismo? Si possono vedere tracce del suo sorriso nei vangeli? Guardiamolo per esempio nell’episodio di Maria e di Marta. Mentre sua sorella Maria è seduta, attenta, ai piedi di Gesù, Marta si agita per servire e mettere in ordine la casa. Gesù le dice: «Marta, Marta, ti agiti». Ha dunque osservato una Marta agitata, anzi disattenta; non la rimprovera, non la giudica, no, la chiama e la richiama a se stessa. E possiamo immaginare che lo faccia con un sorriso, con indulgenza e compassione, il tutto venato di un certo umorismo.

Allo stesso modo, nell’episodio ben più drammatico della donna adultera, non c’è da parte sua una sorta di umorismo quando dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»? Una frase che rimanda l’altro a ciò che è, senza condannarlo, ma mirando proprio al punto giusto, se così si può dire.

I Padri del deserto sono noti per le loro parole gustose, piene di umorismo e di insegnamenti. La loro visione delle cose della vita è in un certo modo “decentrata” rispetto alla visione dei discepoli. Il loro sguardo e il loro discernimento lasciano “il mondo” per vedere e giudicare secondo “la salvezza”. Questa facoltà di distanziarsi crea uno sfasamento con ciò che è considerato normale. Da questo scarto nasce l’umorismo. Così facendo, praticano due cose: da una parte l’umorismo come arte di distanziarsi dal mondo per puntare meglio all’essenziale, e dall’altra una forma di sfasamento o di scarto dinanzi all’irruzione della grazia nella sfera dell’umano. Il comportamento “folle” dell’uomo di Dio è dunque il segno che tutte le norme, incluse quelle religiose, non sono all’altezza di fronte alla salvezza di Dio. La salvezza crea una differenza. Questa differenza è lo spazio per una parola, uno sguardo, un gesto pienamente spirituali. Ecco una storia famosa che illustra tutto ciò.

«Un fratello sbagliò una volta a Scete. Si tenne un consiglio al quale fu convocato abba Mosè. Ma quest’ultimo rifiutò di andare. Allora il sacerdote gli mandò a dire: “Vieni che tutti ti aspettano”. Si alzò e andò con un cesto bucato riempito di sabbia, portandolo così sulle spalle. Gli altri, venutigli incontro, gli dissero: “Che cos’è, padre?”. Il vecchio disse: “I miei sbagli si stanno perdendo dietro di me e non li vedo; e io, sono venuto oggi per giudicare le colpe degli altri?”. All’udire ciò, non dissero nulla al fratello, ma lo perdonarono».

All’origine dell’umorismo cristiano c’è la fiducia in Dio misericordia le cui vie e i cui pensieri sono diversi da quelli degli uomini e per il quale un principio di verità e di carità in un cuore umano non ha prezzo. La sua santità invita a una saggia modestia dinanzi ai limiti umani. Poiché è nelle piccole cose quotidiane — problemi di salute, incomprensioni, contrattempi — che il senso dell’umorismo genera un allargamento del cuore, una sorta di dilatazione interiore che placa e apre gli occhi del cuore sull’essenziale. Questa fiducia in Dio crea un clima di distensione dove il sorriso può nascere a dispetto di qualsiasi sentimento di vergogna, di colpa.

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teologiaumorismo
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