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Suor Paola: il goal più bello è testimoniare il Vangelo

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«Porto gli spettatori dove svolgo la mia missione, in mezzo alla gente»

di Laura Badaracchi

Per suor Paola D’Auria il tempo libero per un’intervista è un lusso. Può essere occupata a preparare una recita con i bambini, o in banca per sbrigare alcune commissioni, oppure nel villaggio aperto dall’associazione So.spe. (Solidarietà e speranza) nella zona di Bravetta, a Roma, dove accoglie ragazze incinte o già madri con i loro figli. C’è sempre qualcuno che bussa alla sua porta o che la chiama al telefono, e lei con il suo buon umore risponde, consiglia, si rimbocca le maniche. Originaria di Roccella Ionica, in provincia di Reggio Calabria, fa parte delle Scolastiche francescane di Cristo re, fondate nel 1869 in Slovenia da madre Margareta Pucher e poi sbarcate in Italia per sfuggire al regime comunista.

Già nota al pubblico televisivo grazie alla sua passione calcistica per la Lazio («ma anche i tifosi della Roma sono bravi e mi aiutano tanto», ci tiene a precisare), da novembre la religiosa 69enne guida il commento al Vangelo della domenica nel programma A Sua immagine – Le Ragioni della Speranza, su Rai1, portando le telecamere, puntata dopo puntata, accanto ai più poveri nelle periferie della capitale, in carcere e a scuola, nella casa-famiglia e nella mensa per gli anziani, sul camper della solidarietà e fra i volontari della So.Spe.

Ma la sua attenzione nei confronti degli ultimi nasce molti anni fa, agli albori del suo cammino di consacrazione. «Sono entrata in convento ventenne e, allora, minorenne. Mia madre, che si opponeva alla mia vocazione e non mi vedeva adatta alla vita religiosa, denunciò le suore e le accusò di tenermi con loro contro la mia volontà. Con le consorelle sono andata in tribunale per i relativi processi; in quei corridoi ho incontrato alcuni ragazzi che dovevano essere interrogati dal giudice e mi additavano, chiedendomi cosa avessi combinato per essere lì. Io, ancora novizia, ho avuto paura di coloro che avrei dovuto aiutare. Questo fatto mi ha messa in crisi e, dopo la professione dei voti, ho cercato subito di andare a trovare i detenuti nel carcere di Regina Coeli, a Roma».

L’ESPERIENZA DEL CARCERE
Alla giovane suor Paola si apre il mondo delle «favelas romane», in cui vivono le famiglie di chi finisce dietro le sbarre. «Facevo sempre giocare i loro figli a pallone, li allenavo», ricorda; d’altronde lei con il calcio ha avuto dimestichezza fin da bambina, quando i due fratelli maggiori la coinvolgevano nel gioco più amato del pianeta. Grazie al suo impegno accanto a giovani, detenuti, vittime della violenza e della povertà, nel 1998 fonda la onlus So.Spe. insieme a un gruppo di volontari; decide di inaugurare questo primo villaggio solidale in via de’ Iacovacci proprio l’11 febbraio, giorno in cui la Chiesa venera la Madonna che apparve a Lourdes. «Le sono molto devota e quando posso vado ai suoi piedi per riprendere le forze e chiederle di stare al centro della mia vita. Torno sempre rinfrancata per affrontare tutti gli impegni e le attività».

L’ESORDIO IN TELEVISIONE
Risale agli anni Novanta la sua prima esperienza televisiva, come ospite fissa alla trasmissione Quelli che il calcio... condotta da Fabio Fazio. «Ero stata invitata a partecipare e ne ho parlato con la madre generale della congregazione, che mi ha risposto: “Se tu sai parlare di calcio e te ne intendi, vai”. Io ho pensato che potesse essere una porta aperta per far crescere progetti di volontariato. Ma all’inizio è stata molto dura: il mondo ecclesiastico si è rivoltato, le altri madri generali chiamavano la mia al telefono per dirmi di smetterla».

Pian piano le acque si sono calmate e «si sono aperte tante altre porte, confidando ogni giorno nella provvidenza», commenta suor Paola, ribattezzata suor Pi dai più giovani. Oggi insegna di mattina alla scuola elementare Sacro Cuore gestita dal suo istituto, mentre il pomeriggio si divide fra case famiglia, carcere e piccolo schermo. A darle man forte, un centinaio di volontari, dai 13 ai 70 anni, che quasi ogni domenica girano con un camper per le periferie romane (da Tor Bella Monaca a Villa Gordiani, da San Basilio a Torrevecchia e Prima Porta) e distribuiscono pacchi di viveri e di vestiario, oltre a giochi per i bambini e detersivi. «La gente ci aspetta, le persone mi abbracciano», racconta.

UNA VOCE FEMMINILE
Un’onda solidale che è arrivata anche alle famiglie terremotate di Amatrice e prima a L’Aquila, in Umbria, in Bosnia. A Sua immagine aveva girato un servizio proprio su di lei nei luoghi del recente sisma: «Ero andata ogni tanto in studio. Qualcuno diceva che mi avrebbero proposto di commentare il Vangelo della domenica, ma io non ci credevo: prima di me lo avevano fatto quasi sempre dei sacerdoti, quindi ero convinta che non mi avrebbero mai chiamato. Invece è successo, ma ho chiesto di non avere paletti, cioè di non stare seduta a una scrivania, di girare le puntate dove svolgo la missione e vivo il Vangelo: gli spettatori devono vedere una testimonianza concreta», sottolinea. E ammette: «Tutto il personale che lavora alla trasmissione è molto paziente con me!».

La suora vulcanica è molto legata al brano evangelico in cui Gesù invita all’amore reciproco: «Non è facile amare la gente che incontri e i poveri, ma quando li ami veramente, senza condizioni, senti che incontri Dio».

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