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La vera difesa della vita si commuove anche per il dolore del migrante

Jaime Septién - Aleteia Spagnolo - pubblicato il 19/06/17

Sembra richiedere un rinnovamento della bioetica. È così?

Papa Giovanni Paolo II e il cardinale Elio Sgreccia hanno gettato le basi della bioetica personalista. Il personalismo ontologicamente fondato offre risorse teoriche per un impegno militante a favore della dignità di tutte le persone, soprattutto delle più vulnerabili ed escluse. Non è un personalismo nebuloso o debole. È un’articolazione originale di taglio metafisico che aiuta a dare grande rigore allo sforzo razionale per riscoprire le basi della vita morale nel dibattito attuale.

Allo stesso modo, fornisce le ragioni per riconoscere l’importanza della persona come sostanza e relazione, come soggetto di comunione, chiamato a realizzarsi nella solidarietà, nell’amore e nella lotta per la giustizia. Non basta che una bioetica personalista con queste basi sia ripetuta meccanicamente, perché è un invito continuo ad approfondire, a trovare nuove argomentazioni, a pensare la realtà con una continua apertura. Come diceva Gregorio di Nissa, “i concetti creano idoli, solo lo stupore conosce”.

Lei ha partecipato al dibattito sulla Amoris laetitia mostrando le argomentazioni e le ragioni dell’insegnamento di Papa Francesco. Questa esortazione post-sinodale ha a che vedere anche con la bioetica?

La Amoris laetitia è la saggezza e l’omaggio che il pastore universale della Chiesa fa all’amore misericordioso di un Dio che guarisce. È una road map per chi ha bisogno di trovare una via per le coppie e le famiglie che soffrono. Come dice Rocco Buttiglione, la Amoris laetitia è una terapia dell’amore ferito e una guida per chi è perplesso.

Nell’ambito della bioetica, l’insegnamento di Francesco in questa esortazione è fondamentale. La più coraggiosa difesa della dignità della vita umana dev’essere accompagnata da compassione, misericordia e affetto per chi ha sbagliato. Quando questo binomio non viene affermato simultaneamente sorgono deformazioni che rendono la causa “pro-vita” solo un’altra ideologia.

Esistono rischi di ideologizzazione nella lotta per la difesa della vita?

Il Vangelo della vita non può essere ridotto a uno o due temi. Ad esempio, in alcuni Paesi esistono persone e/o gruppi “pro-vita” che non simpatizzano con la cura dell’ambiente come la proclama la Laudato Si’. Esistono anche dei “pro-vita” che non riescono a capire l’importanza della difesa dei diritti dei più poveri ed esclusi. Una difesa della vita centrata sui diritti del non nato e che non si commuove per il dolore del migrante, dell’indigeno, dell’indigente o del torturato è parziale e tendenziosa.

Oggi più che mai noi bioeticisti dobbiamo imparare da personaggi come Óscar Romero o Dorothy Day al momento di studiare Wojtyła o Sgreccia. Ancor di più, dobbiamo prestare attenzione ai tanti avvertimenti anti-moralisti che Benedetto XVI ci ha donato per non ridurre il Vangelo a una proposta “di valori”, apparentemente degna, ma profondamente borghese ed estranea allo stile di vita di Gesù.

L’opera della Pontificia Accademia per la Vita fa allora parte della nuova evangelizzazione?

L’Accademia è un’istituzione scientifica al servizio della Chiesa. In un certo senso è una diaconia dell’intelligenza che proclama che “la gloria di Dio è che l’uomo viva”, come diceva Sant’Ireneo. Per questo, la sua attività è anche un gesto evangelizzatore.

Nell’Accademia dobbiamo imparare ad essere una buona novella per tutti, annunciando con rigore intellettuale e fedeltà la fede, che non è umano sminuire la vita di nessuno. In fondo, essere cristiani è non abbandonare mai l’altro nel suo dolore, ma custodirne la vita, anche rischiando di perdere la propria. Chi passa oltre davanti a chi è ferito, a chi è caduto, lo assassina.

Per questo, noi membri dell’Accademia abbiamo davanti a noi una grande sfida e molto lavoro.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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bioeticapontificia accademia per la vita
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