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Orietta Berti: “Avrei tanto voluto un fratello gay”

Omar Bai / NurPhoto/ AFP
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Lo ha da poco dichiarato la cantante e noi le rispondiamo così...

Cara Orietta,
io sono il fratello gay che avresti tanto voluto.

Pensavo che desiderassi un fratello e basta e invece scopro dall’intervista che hai rilasciato a Gay.it che mi volevi omosessuale. Questo mi intristisce un po’, sai? Io non ti volevo cantante, donna di spettacolo, sognavo solo di crescere, ridere e litigare con te. Difenderti.

Immagino una fotografia dove siamo vicini ma tu hai il broncio perché ho trattato male il ragazzo che ti piace e non vuoi fare la foto. Noi fratelli siamo gelosi, che vuoi farci. Porti un vestito a fantasia con la vita stretta, gli occhi belli e fulminei. Dietro c’è un tavolo con qualche aranciata fresca.

Visto che ci siamo ti racconto un po’ di me. Primo: non sono sensibile all’ennesima potenza come ti piace immaginare. Lo sono né più né meno di tanti altri. Certe cose si dicono perché fa figo, per risultare moderni, aperti, alla moda. Essere gay-friendly è un passe-partout nel mondo dello spettacolo, lo so, anche se l’espressione mi manda al manicomio! Proprio come la storiella degli omosessuali tanto sensibili! Quando la sento immagino quelle foto che ritraggono cuccioli di cane indifesi con gli occhi languidi e le zampotte morbide che finiscono sui calendari o sui desktop dei computer. Io non sono un cucciolo, sono un uomo! Non sono una specie protetta, non voglio leggi speciali che mi tutelino, feste e festival dedicati solo a me (ma ti rendi conto che c’è un villaggio che pensa di rappresentarmi? Come se ci fosse un donna village, un nero village! Roba da matti!), sfilate per me, locali per me, zone della città per me, una bandiera che mi identifica. Non li voglio più. Forse c’è stato un momento in cui ho desiderato tutto questo perché ho creduto che potesse farmi felice, alleviarmi il dolore delle ferite, riempirmi di senso, avvicinarmi a chi credevo simile, trovare pace e amore, rendermi tutto più facile e allegro. Ma non è stato così.

Tu vedi solo l’aspetto folkloristico e festaiolo dell’omosessualità: i lustrini, le paillettes, il trucco, i locali, gli amici alla moda. Non pensi alla sofferenza che c’è dietro, al disagio, alla solitudine, all’insicurezza, al senso di inadeguatezza? Lo so che dire queste cose farà infuriare tanti amici! Ma sono sentimenti che ho provato e che provo ancora oggi, e andare alle feste gay e divertirmi mi ha anestetizzato per poco. Io sono un uomo che prova attrazione per altri del mio stesso sesso, ma questo non è un vanto, non è motivo di orgoglio, è quello che vivo e con cui faccio i conti. Mi interrogo, rifletto, cerco di capire. E tu il mio desiderio di diventare padre, lo comprendi? Padre davvero intendo, non per mezzo del corpo di una donna affittata per togliermi il capriccio. E lo so che nella stessa intervista hai parlato di adozione, ma non pensi che un bambino, che ha già vissuto il trauma dell’abbandono da parte dei suoi genitori naturali, abbia diritto ad una mamma e un papà? E chi sono io per negarglielo? Un uomo adulto che può riconoscere che esiste un bene più grande da tutelare. Ecco chi sono!

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