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Fedeltà & adulterio: i buoni consigli di una suora domenicana

© William ALIX/CIRIC
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«L’idealizzazione presenta un rischio di infedeltà». «Una relazione che non vuole prendere in conto la dimensione dell’avvenire è adultera». Suor Véronique Margron non ci va tanto per il sottile, nel difendere la fedeltà. E funziona!

L’arte della fedeltà è difficile perché mette ogni essere umano – come le sue debolezze, la sua finitezza e la sua complessità – di fronte alla propria storia. L’infedeltà è questo vicolo cieco nel quale s’inabissa un coniuge (o un religioso) quando la sua vita non è più sincera, né autentica, né sostenuta da un impegno. Una vita che ha perduto la sua dinamica piena di promesse. Teologa moralista, la domenicana Véronique Margron ha appena pubblicato Fidélité-Infidélité. Question vive per i tipi del Cerf. Un ossigenante richiamo ai benefici della vita ordinata da regole a fronte della confusione dei desideri e alla vacuità della vulgata communis. L’ho intervistata per voi.

D.: Come le è venuta l’idea di scrivere un libro su questo argomento?

R.: Quest’opera fa seguito a una conferenza che ho pronunciato in occasione di un pellegrinaggio a Lourdes. Nel servizio di assistenza c’erano persone divorziate, separate, divorziate-risposate o nel bel mezzo di una situazione complicata. Ho voluto approfondire queste questioni, che sono al contempo spirituali e teologiche ma anche esistenziali, che irrompono nella vita a volte scarmigliata e complessa di molti fra noi.

D.: Lei dice che l’adulterio andrebbe al di là del mero fatto di “tradire”. L’assenza della comunicazione ne è un sintomo, per esempio. Fin dove arriva questa, e dove comincia l’adulterio?

R.: Il comandamento del decalogo “non commettere adulterio”, ricollocato in un contesto teologico, evoca certamente il fatto di tradire il coniuge. Ma quel che trovo interessante è che questa trasgressione – la menzogna riguardo all’impegno preso – ne trascina con sé un’altra, che è il rifiuto di impegnarsi per l’avvenire. In tal senso si può considerare adultera una relazione che non vuole prendere in considerazione il proprio futuro. La responsabilità comune degli sposi esige di prendersi cura dell’avvenire comune, non solamente del piacere nell’istante presente. Non pro-gettarsi in avanti ha per conseguenza l’erosione del consenso, il riprendersi la parola data.

Quando una coppia riflette su quello che può sopportare in un dato momento della propria storia, essa deve tentare di prendere in considerazione l’ampiezza di ciò che è in gioco. Non si tratta solo – come si dice prosaicamente e in maniera fin troppo disinvolta – di “dare un taglio al contratto matrimoniale”. Ben altro è in gioco: è il senso dell’impegno autentico l’uno verso l’altro, che coinvolge la carne e la parola.

D.: Dalla quale viene “l’importanza di essere consapevoli”: fare delle scelte oculate ed evitare i capricci?

R.: Sì, per me esiste una gravità, della carne… gravità non nel senso del tragico, ma perché la carne impegna sempre oltre ciò che cade sotto la vista. La carne non è solamente il desiderio sessuale, la carne è un’intera storia. Noi raccontiamo “a pelle”, simbolicamente, la nostra storia a ogni persona che incontriamo, ce la portiamo incisa sopra. Quindi quello che tocca il corpo, nel dominio della sessualità, del desiderio, del dono, coinvolge molto più di una trasgressione semplicemente fattuale e sessuale. Quello che tocca il corpo ci impegna e partecipa della storia che scriviamo con l’altro.

D.: Lei insiste molto sulla nostra condizione umana: relazioni necessarie tra esseri di carne e non, appunto, dei puri spiriti. Lei ricorda, inoltre, che bisogna accettare la propria fallibilità. Fino a che punto l’idealizzazione di sé e dell’altro ci fa correre il rischio dell’infedeltà?

R.: L’idealizzazione presenta un rischio di infedeltà perché l’essere di carne con il quale io vivo – e questo anche in una comunità religiosa – non corrisponde all’ideale che me ne sono fatto. Se la mia relazione si fonda su questa sola immagine idealizzata, non posso amare l’essere di carne e sangue, sempre fallibile, che mi sta di fronte e che corrode l’immagine idealizzata che me ne faccio. A tal proposito torna pregnante un breve passaggio de La Principessa di Clèves: questa debba che unoersiba uk “dovere” renderà profondamente infelice il duca di Nemours, il quale non ama tanto l’essere idealizzato che ella espone quanto l’essere di carne che vi traspare al di sotto. Una volta rimasta vedova, niente si oppone più alla loro unione, ma quella continua nondimeno a negarsi a lui in nome della fedeltà a questa immagine idealizzata della “brava sposa”. Questa “fedeltà radicale” a qualcosa sa di un’“infedeltà al reale” che le impedisce di amare il suo spasimante come le aveva impedito di amare suo marito.

D.: Lei dedica molto spazio al posto che la libertà gioca riguardo alla fedeltà. Attualmente buona parte delle cause di nullità di matrimonio religioso, tra cattolici, si fonda sull’immaturità, il difetto di libertà o della conoscenza di sé. Lei che ne pensa?

R.: Per la Chiesa – ed ecco un immenso contributo al nostro sviluppo sociale – l’impegno nel matrimonio, come nella vita religiosa, non si concepisce che libero. La libertà del consenso è una conditio sine qua non della realizzazione del sacramento del matrimonio. Senza il consenso non c’è sacramento. La libertà del consenso deve potersi valutare: conoscenza delle conseguenze del matrimonio, sufficiente conoscenza di sé e dell’altro, posto riservato alla fede (dal momento che ci si sposa di fronte a Dio e nella Chiesa) ecc… Il consenso esige quindi la capacità di soppesare la libertà. Nondimeno – e questo vale per ciascuno di noi – sarebbe presuntuoso dire che le nostre scelte sono state o sono totalmente libere, come un cielo senza nuvole. Siamo segnati da una storia, un’educazione, dei condizionamenti… o dal nostro inconscio. Tutto questo, però, non irretisce la libertà. La libertà si esercita e si valuta al cuore di ciò che viviamo – e non al di fuori. Nelle procedure di nullità matrimoniale, la Chiesa cerca sempre la realtà di questa libertà che caratterizza il sacramento.

D.: Lei offre un criterio di discernimento, per quanto riguarda la fedeltà: ciò che rende vivo e capace di desiderio. È il principale?

R.: Sì, è fondamentale. La fedeltà è una virtù e la vita virtuosa ci aiuta ad amare, a credere, a sperare, a compierci. La virtù non è questione di ostinazione. La vita virtuosa sbaglia nel suo fine, se essa persegue la fedeltà per sé stessa e non la verità del legame all’altro. Come diceva il filosofo Vladimir Jankélévitch nel suo Trattato sulle virtù: «La fedeltà a una cretinata non è che una cretinata in più». La fedeltà è virtuosa nella misura in cui sostiene un legame che fa vivere, è una dinamica in cui ci si trascina a vicenda e ci si consolida reciprocamente.

D.: Restiamo su Jankélévitch: «L’importante è essere fedeli a ciò che si ama, e fedeli per amore – non per costrizione o per ascesi». Come bisogna capirla?

R.: Nell’esistenza ci sono sempre costrizioni, e una certa ascesi è ovviamente necessaria. Però è impossibile amare ed essere fedeli nella lunga durata per sola costrizione o per sola ascesi. Il rischio è di amare meno gli esseri di carne che lo sforzo, affermando una volontà di onnipotenza: non deviare di un passo dal proprio tracciato, a dispetto dei turbamenti e delle tragedie. Questa forza di volontà potrà anche sembrare magnifica, ma si fonda anzitutto su di una volontà di potenza.

D.: Un sacrificio, apparentemente, che però non è…

R.: Sì, una maniera di mostrare la propria capacità di gestire tutto quanto succede. Come quelli che dicono: «Io so che sarò fedele per tutta la vita». Da parte mia, io spero di essere fedele (nell’ombroso sottobosco delle mie “infedeltà ordinarie”) alla ricerca di Cristo – l’unico veramente fedele senza ombra di dubbio – nel cuore della vita che ho scelto. Sta a me, alla mia responsabilità, fare tutto – col desiderio e la volontà – per restare fedele nella trincea della vita reale. È la fedeltà che sta al servizio dell’amore e non l’amore al servizio della fedeltà. L’impegno di una coppia sta anzitutto nel costruire un avvenire comune, nel mettere in atto tutto perché l’amore attraversi il tempo. La fedeltà esiste per essere al servizio di questo progetto – non è il progetto che sta al servizio della fedeltà.

D.: Tra la fedeltà a sé e la fedeltà all’altro, come trovare il giusto equilibrio?

R.: La fedeltà a sé stessi, a quello che io credo giusto per la mia vita, si articola con la società nella quale vivo, in un costante dialogo. Non ci costruiamo ciascuno la propria torre d’avorio per poter poi dire un giorno: «Adesso sono abbastanza forte, posso rivolgermi all’esterno». È la simbolica della pelle, che protegge il nostro essere interiore e ci mette in contatto con l’esterno. Non si può separare una cosa dall’altra, sennò non si respira più.

[traduzione a cura di Giovanni Marcotullio]

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