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Manoscritti strappati allo Stato islamico in esposizione a Roma

© Alexandre Meyer
Un manuscrit restauré par le père Najeeb Michaeel, dominicain du couvent de Mossoul.
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Oltre a vivere la loro fede sulla terra dei Padri della Chiesa, che cosa ha mai potuto spingere i domenicani a installarsi nel cuore della piana di Ninive dal XVIII secolo? La risposta in un allestimento a Roma, intitolato “Apogeo dei manoscritti iracheni”.

Fino al 7 luglio, questa esposizione presenta – nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva – un insieme inedito di manoscritti iracheni datanti dal XIII al XIX secolo, nonché degli eccezionali scatti fotografici provenienti dall’antico fondo fotografico del convento dei domenicani di Mosul (Iraq).

Sono questi tesori che hanno spinto dei frati predicatori a installarsi a Mosul a partire dal 1750. Nel corso dei secoli e fino ai nostri giorni, si sono così susseguiti per conservare e analizzare questi manoscritti, a volte a prezzo di grandi rischi. Padre Najeeb Michael è riuscito a salvare, rischiando la propria vita, un buon numero di questi inestimabili manoscritti, destinati dalle truppe dello Stato islamico a una distruzione programmata nel 2014.

Per qualche giorno è dunque possibile ammirare reperti quali un libro liturgico datato 1723 e chiamato “ciclo”. Contiene le letture evangeliche delle domeniche e delle feste secondo l’ordo di Mosul. È stato copiato in siriano per la chiesa di San Giorgio di Shiez, poi raccolto e relegato nella chiesa del vicino villaggio di Mar-Ya qub (o Yaqo), dov’erano installati i domenicani.

Questo manoscritto siro-orientale ha la particolarità di essere datato secondo l’era detta “dell’Ascensione di Nostro Signore” (che comincia nel 30/31 d.C.). Il copista-miniatore si firma col proprio nome (Elia) e con l’epiteto “figlio del presbitero Daniel”. Esso contiene miniature con croci e scene evangeliche, come l’ingresso di Gesù a Gerusalemme a dorso d’asina.

Tra le foto allegate agli altri documenti ve n’è una, del 1956, che mostra dei domenicani seduti davanti alla colossale statua di uno dei due tori alati androcefali di Nimrud, datanti il VII secolo a.C. La statua è stata distrutta nel 2015 dall’Isis.

All’origine di questo avvenimento inedito c’è l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. È stato il suo contributo a far venire a Roma una grande parte dell’esposizione “Mesopotamia, crocevia delle culture”, organizzata nel giugno 2016 a Parigi, nella sede dell’Archivio di Stato.

Presente all’inaugurazione, tra numerosi prelati, l’ambasciatore di Francia Philippe Zeller ha «formulato l’auspicio» che l’esposizione permetta «molto semplicemente di renderci più familiari e più presenti nei nostri pensieri questi cristiani». Il cardinale Leonardo Sandri, presente anche lui, ha ricordato che sono questi «documenti della fede» che hanno reso possibili le celebrazioni liturgiche, lo studio della Bibbia e l’approfondimento di altre materie ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che sono vissuti in altre epoche.

[traduzione a cura di Giovanni Marcotullio]

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