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Enrico Petrillo: "Chiara non era una donna coraggiosa, la sua forza veniva da un Altro"

Blog di Costanza Miriano

Silvia Lucchetti - Aleteia Italia - pubblicato il 13/06/17




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È passata da poco la solennità di Pentecoste, nella sequenza finale del “Vieni, Santo Spirito” diciamo: «Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna». Chiara chiedeva nelle preghiere di fare una morte santa?

Certo. Era una grazia che chiedevamo nella preghiera, ci piaceva molto l’invocazione allo Spirito. La morte santa è il momento della verità, quando stai per morire sei in procinto di fare questo salto, di compiere questo passaggio, ed lì che si vede quello che c’è nel tuo cuore. Per questo da come muore una persona si vede di chi è figlio. Il centurione romano, chissà quanti ne aveva visti morire in croce, ma davanti a Gesù ha detto: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Io nel mio piccolo ho visto Chiara, che aveva paura di molte cose, ma non di morire perché sapeva che dall’altra parte c’era il Signore ad aspettarla, per questo era felice. Magari qualcuno pensa che la morte santa significhi morire sano, ma c’è una “t” di mezzo che fa la differenza – san(t)a – una “t” a forma di croce ed è quella lettera che ti fa diventare santo.

Chiara la immaginiamo come una donna forte, coraggiosa… abbiamo visto tanti filmati, foto, letto tantissime testimonianze … ma ci piacerebbe “conoscerla” attraverso le tue parole: Chiara com’era?

Per me era bellissima. La prima cosa che mi colpiva di Chiara, e che attirava anche gli altri, era la sua eleganza. Era una principessa, aveva un portamento elegante. Una volta l’ho presentata alla mamma di un mio amico che mi ha detto: «Enri’ ‘sta principessa ndo’ l’hai trovata?». Questi erano i commenti. Oltre all’eleganza era una ragazza simpatica, socievole e allegra, una persona di compagnia che faceva sentire tutti a proprio agio. Chiara non era coraggiosa. Ad esempio, una cosa sciocca che però può rendere l’idea, a scuola non ha mai alzato la mano per andare volontaria ad un’interrogazione, lo raccontava spesso anche lei. Non era una donna coraggiosa che voleva affrontare le cose, no, era una donna di fede. Questo sì. Fede e coraggio non sono uguali. Il contrario della paura non è il coraggio ma la fede. Nella fede la forza te la dona qualcun Altro, nel coraggio sei tu che ti fai forza da solo. Lei possedeva la forza di un Altro.

Come avete fatto a restare uniti nel dolore?

Io e Chiara abbiamo camminato insieme ognuno stando al proprio posto. Chiara si preparava a morire e Dio le dava la grazia per farlo, e a me donava la grazia per stare sotto la croce. Noi piangevamo, ci disperavamo, pregavamo insieme e trovavamo sempre rifugio nel Signore. Questa è stata la nostra forza! Siamo stati sempre uniti, sempre insieme, abbiamo vissuto proprio la grazia del sacramento del matrimonio. Nel fidanzamento non è stato così, una volta sposati invece abbiamo ricevuto la grazia di Dio. Ognuno nel suo ruolo ha fatto ciò che il Signore gli chiedeva di fare. Noi sapevamo da sempre che la morte non aveva l’ultima parola, il centro della nostra fede è Gesù che risorge e quindi anche noi risorgeremo. Tutta la nostra vita era in funzione di questo. Siamo nati e non moriremo mai più.




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Come vivi oggi la vostra storia?

Io oggi amo Chiara ma in modo diverso, perché fisicamente non c’è. So che quando sarò in paradiso, spero di andare in paradiso, ci riconosceremo. Molti però hanno un’idea troppo romantica della vedovanza. Quando mia moglie è morta tante persone mi dicevano: “stai tranquillo Enrico, la sentirai vicino, non ti mancherà”. Io non l’ho mai sentita vicina e mi è sempre mancata. Chi mi consola è il Signore. Prego Chiara e penso a Chiara sempre. Francesco, nostro figlio, le somiglia tanto. Non penso a lei con malinconia o nostalgia però, il tempo cambia il dolore. Poi se tu ami veramente cerchi di lasciare andare, io cerco di lasciare andare Chiara, e infatti sono contento che lei sia sempre più degli altri e un po’ meno mia.

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