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Davvero il centurione dei Vangeli aveva una relazione gay con il proprio servo?

Clavius (Joseph Fiennes) leads his Roman soldiers during the zealot battle in Columbia Pictures' RISEN.
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Da qualche anno a questa parte si accredita da parte di certi ambienti questa blasfema sciocchezza, priva di qualsivoglia sostegno filologico

L’esegesi

Però la cosa, a ripensarci bene, poteva insospettirmi: passi oscuri, nei Vangeli, ce ne sono senza dubbio (perfino molto oscuri), ma non avrei mai pensato che quello del centurione potesse essere annoverato tra questi. A tal proposito si deve pure riconoscere che ogni epoca, leggendo i testi sacri (come anche qualunque altro classico), vi rilegge sé stessa dentro: dunque è perfettamente fisiologico che alcuni passi suscitino interrogativi in certe epoche e non in altre… la cosa riveste sempre un qualche interesse: se non in riferimento alla genesi testuale e all’intenzione dell’autore, certamente quanto all’orizzonte ermeneutico in cui di volta in volta il testo viene a cadere e ad essere interpretato.

E difatti, senza neppure fare troppi sforzi, scopriamo che il primo a escogitare la lettura del “centurione gay” è James Neill, il quale non è un esegeta ma nel 2009 ha scritto un libro su Le origini e il ruolo selle relazioni omosessuali nelle società umane. Il raffinato argomento filologico di questo sociologo è questo:

  1. nel testo greco si usa la parola παῖς [páis];
  2. ivi si userebbe anche il verbo ἔραμαι [éramai] – a me e al mio Nestle-Aland (edizione critica del Nuovo Testamento in greco) questo non risulta, ma non voglio pregiudicare la conclusione del sublime sillogismo:
  3. poiché queste due parole sono la radice della moderna parola “pederastia”, se ne deve inferire che il centurione andasse a letto col garzone.

Poi soggiunge che comunque anche la parola δούλος [dúlos] potrebbe significare “schiavo sessuale” [altra cosa che non mi risulta: non più di quanto “schiavo” significhi “schiavo sessuale”].

Sulla scia di questa mirabolante trovata Theodore Jennings Jr. e Tat-Siong Benny Liew si spingono oltre, nel loro libro su Il sesso e il sacro (di tre anni successivo alla pietra miliare di Neill): in realtà il centurione non volle che Gesù entrasse in casa perché temette che, vedendo il Messia, il famoso servo (ossia lo “schiavo sessuale”, come ormai è chiaro…) potesse innamorarsene e concupirlo.

Basterebbe osservare che nessuno di questi signori è un esegeta biblico, e neanche un filologo, per chiedersi come Charamsa potesse considerare i loro vaneggiamenti un “leggere tra le righe” del Vangelo, ma ci sono considerazioni più puntuali da fare:

  1. παῖς e δούλος vengono alternati, nel discorso diretto, proprio perché – sfumature a parte – essi hanno semantemi grossomodo coestesi;
  2. l’unica parola che dice l’affezione del centurione per il servo è “ἔντιμος” [éntimos], che significa “prezioso”: la locuzione usata è l’equivalente di “gli era caro”;
  3. nessuno di questi commentatori sembra dare la benché minima importanza al fatto che, stando al racconto lucano, sono i notabili della sinagoga a pregare Gesù di esaudire la preghiera del pagano, in ragione del fatto che il militare «ama il nostro popolo», avendo perfino contribuito all’erezione della sinagoga locale. Quell’uomo era dunque un “timorato di Dio” (come Luca chiama i pagani simpatizzanti del giudaismo): strano che nessuno avverta una difficoltà nell’attestare che quello stesso uomo, lodato dagli anziani della sinagoga, vivesse a Cafarnao usando di un ragazzo per vie che la Scrittura ebraica definisce “abominevoli”… e che addirittura avesse la faccia tosta di chiedere per lui un miracolo (con tanto di raccomandazione da parte dei capi locali).

Oltre a questo, desta stupore che un procedimento filologicamente tanto grottesco – come fare inferenze sull’intenzione di un autore antico a partire dagli esiti etimologici di parole neanche presenti nel testo – sia risultato accreditato presso autori (come Charamsa) che un po’ di teologia dovrebbero masticarla, ma tant’è: quando c’è l’ideologia (e quella omosessualista è una terribile ideologia) la logica si eclissa. A ciò si devono aggiungere altre due note a margine:

  1. il termine παῖς, di per sé, torna molte volte e nei contesti più diversi, nel solo Nuovo Testamento: ragazzo, figlio, servo, domestico, famiglio… perfino “ragazza”, al femminile, ma per leggervi “schiavo sessuale” occorre un salto di fantasia poco comune;
  2. in base ai “canti del Servo sofferente di YHWH”, lo stesso termine παῖς viene utilizzato in diverse teologie di età subapostolica e postapostolica come titolo cristologico: i passi più famosi si trovano senza dubbio nella Didaché, che in una sola pagina chiama Gesù “Servo di Dio” per ben tre volte. Non vorranno venirci a dire che siccome il Padre ama il Figlio anche tra loro intercorre una relazione di pederastia, vero? Ci sarebbe anche l’aggravante dell’incesto…

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