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Davvero il centurione dei Vangeli aveva una relazione gay con il proprio servo?

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Clavius (Joseph Fiennes) leads his Roman soldiers during the zealot battle in Columbia Pictures' RISEN.

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 12/06/17

Da qualche anno a questa parte si accredita da parte di certi ambienti questa blasfema sciocchezza, priva di qualsivoglia sostegno filologico

Pensavo fosse unicamente una stramberia dell’ultimo libro (l’unico noto ai non addetti) di Krzysztof Charamsa, invece da una domanda dei lettori giunta in redazione è partita una ricerca che mi ha condotto a scoprire un intero filone di gente che ne scrive:

  1. il centurione che supplica Gesù per la guarigione del servo – se ne parla nei Vangeli secondo Matteo e secondo Luca – sarebbe omosessuale; indi per cui
  2. il momento liturgico in cui si ripetono le sue parole, durante la Messa, sarebbe un “gay pride moment” piantato nel cuore della celebrazione eucaristica.

Qui si esagera un tantino: esiste certamente una “lobby gay”, in tutto il mondo (e s’infiltra anche nella Chiesa), ma se la facciamo capace di manipolare testi tanto nevralgici sfioriamo il delirio paranoide; se è proprio la stessa lobby a pretenderlo, invece, oscilla tra la millanteria e la mitomania. Tutte cose che non dicono di una buona salute mentale.

L’ex officiale del Sant’Uffizio

Mesi or sono, dicevo, lessi il diario di don Charamsa, e mi colpì, a p. 110, questa boutade esegetica, in cui m’imbattevo per la prima volta in vita mia:

Per fortuna, però, lo stesso Gesù non ha mai detto né insinuato che un certo orientamento sessuale sia peccato. Anzi, addirittura guarì il giovane servo del centurione che, leggendo fra le righe il testo evangelico (soprattutto Luca), pare legato al padrone da una vera e propria relazione omosessuale (Matteo 8,5-13, Luca 7,1-10).

K. Charamsa, La prima pietra, 110-111

E trenta pagine più tardi l’ex teologo di ferro tornava a insistere:

Che fuori facessero ciò che volevano, ma qui dentro dovevano lavorare! E invece alcuni si nominavano come segretario un amico, esattamente secondo il paradigma evangelico del centurione che conviveva con il suo ragazzo, servo e amante, e che chiese a Gesù di guarire. Questo schema si ripete in molte relazioni nella Chiesa. È il nostro modello nascosto (Matteo 8,5-13, Luca 7,1-10) ma certo non possiamo spiegarlo alla gente. Chi era quel giovane servo, posto che non era figlio del centurione? Si tratta solo di un passo molto oscuro dei Vangeli, su cui – prudentemente e devotamente – è meglio voltare pagina.

Ivi, 143-144

Passo che mi sembrò immediatamente molto interessante, non tanto per la questione del centurione (che da subito ebbe per me il sapore di un delirio intellettualoide), quanto per l’implicita ammissione dell’esistenza della lobby gay nella Chiesa – la quale consiste e si struttura mediante lo stabilimento di relazioni improprie tra ecclesiastici: un pactum sceleris che ne confedera una certa parte (non tutti i preti omosessuali ne fanno parte, evidentemente, e neppure tutti quelli che “praticano”) nel perseguire fini eversivi.

L’esegesi

Però la cosa, a ripensarci bene, poteva insospettirmi: passi oscuri, nei Vangeli, ce ne sono senza dubbio (perfino molto oscuri), ma non avrei mai pensato che quello del centurione potesse essere annoverato tra questi. A tal proposito si deve pure riconoscere che ogni epoca, leggendo i testi sacri (come anche qualunque altro classico), vi rilegge sé stessa dentro: dunque è perfettamente fisiologico che alcuni passi suscitino interrogativi in certe epoche e non in altre… la cosa riveste sempre un qualche interesse: se non in riferimento alla genesi testuale e all’intenzione dell’autore, certamente quanto all’orizzonte ermeneutico in cui di volta in volta il testo viene a cadere e ad essere interpretato.

E difatti, senza neppure fare troppi sforzi, scopriamo che il primo a escogitare la lettura del “centurione gay” è James Neill, il quale non è un esegeta ma nel 2009 ha scritto un libro su Le origini e il ruolo selle relazioni omosessuali nelle società umane. Il raffinato argomento filologico di questo sociologo è questo:

  1. nel testo greco si usa la parola παῖς [páis];
  2. ivi si userebbe anche il verbo ἔραμαι [éramai] – a me e al mio Nestle-Aland (edizione critica del Nuovo Testamento in greco) questo non risulta, ma non voglio pregiudicare la conclusione del sublime sillogismo:
  3. poiché queste due parole sono la radice della moderna parola “pederastia”, se ne deve inferire che il centurione andasse a letto col garzone.

Poi soggiunge che comunque anche la parola δούλος [dúlos] potrebbe significare “schiavo sessuale” [altra cosa che non mi risulta: non più di quanto “schiavo” significhi “schiavo sessuale”].

Sulla scia di questa mirabolante trovata Theodore Jennings Jr. e Tat-Siong Benny Liew si spingono oltre, nel loro libro su Il sesso e il sacro (di tre anni successivo alla pietra miliare di Neill): in realtà il centurione non volle che Gesù entrasse in casa perché temette che, vedendo il Messia, il famoso servo (ossia lo “schiavo sessuale”, come ormai è chiaro…) potesse innamorarsene e concupirlo.

Basterebbe osservare che nessuno di questi signori è un esegeta biblico, e neanche un filologo, per chiedersi come Charamsa potesse considerare i loro vaneggiamenti un “leggere tra le righe” del Vangelo, ma ci sono considerazioni più puntuali da fare:

  1. παῖς e δούλος vengono alternati, nel discorso diretto, proprio perché – sfumature a parte – essi hanno semantemi grossomodo coestesi;
  2. l’unica parola che dice l’affezione del centurione per il servo è “ἔντιμος” [éntimos], che significa “prezioso”: la locuzione usata è l’equivalente di “gli era caro”;
  3. nessuno di questi commentatori sembra dare la benché minima importanza al fatto che, stando al racconto lucano, sono i notabili della sinagoga a pregare Gesù di esaudire la preghiera del pagano, in ragione del fatto che il militare «ama il nostro popolo», avendo perfino contribuito all’erezione della sinagoga locale. Quell’uomo era dunque un “timorato di Dio” (come Luca chiama i pagani simpatizzanti del giudaismo): strano che nessuno avverta una difficoltà nell’attestare che quello stesso uomo, lodato dagli anziani della sinagoga, vivesse a Cafarnao usando di un ragazzo per vie che la Scrittura ebraica definisce “abominevoli”… e che addirittura avesse la faccia tosta di chiedere per lui un miracolo (con tanto di raccomandazione da parte dei capi locali).

Oltre a questo, desta stupore che un procedimento filologicamente tanto grottesco – come fare inferenze sull’intenzione di un autore antico a partire dagli esiti etimologici di parole neanche presenti nel testo – sia risultato accreditato presso autori (come Charamsa) che un po’ di teologia dovrebbero masticarla, ma tant’è: quando c’è l’ideologia (e quella omosessualista è una terribile ideologia) la logica si eclissa. A ciò si devono aggiungere altre due note a margine:

  1. il termine παῖς, di per sé, torna molte volte e nei contesti più diversi, nel solo Nuovo Testamento: ragazzo, figlio, servo, domestico, famiglio… perfino “ragazza”, al femminile, ma per leggervi “schiavo sessuale” occorre un salto di fantasia poco comune;
  2. in base ai “canti del Servo sofferente di YHWH”, lo stesso termine παῖς viene utilizzato in diverse teologie di età subapostolica e postapostolica come titolo cristologico: i passi più famosi si trovano senza dubbio nella Didaché, che in una sola pagina chiama Gesù “Servo di Dio” per ben tre volte. Non vorranno venirci a dire che siccome il Padre ama il Figlio anche tra loro intercorre una relazione di pederastia, vero? Ci sarebbe anche l’aggravante dell’incesto…

La liturgia

Fino alla riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II e concretatasi nel Messale Romano di Paolo VI del 1970, la giaculatoria

Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea

veniva recitata per tre volte, dal solo sacerdote, immediatamente prima della distribuzione delle particole consacrate ai fedeli. Questi, se assistevano devotamente alla messa, si limitavano a battersi il petto durante la reiterazione della formula. Quest’ultima, dunque, è stata conservata perché molto antica, ma la reiterazione e il battito del petto, elementi devozionali non attestati prima del messale di san Pio V, sono stati soppressi: la messa riformata è per certi versi “più artefatta” della messa tridentina, ma solo come lo sono tutte le cose restaurate – uno dei criterî che hanno guidato la riforma postconciliare, non sempre ugualmente felice, è stato quello della restituzione della liturgia originaria della Chiesa.

Ora, una larga attestazione della “preghiera del centurione” ci viene dai sacramentarî fin dall’XI secolo, nell’Occidente latino; già a partire dai testi del X secolo, però, assistiamo a una forte diffusione della giaculatoria nelle chiese di rito latino.

Le origini e la teologia

Una tradizione millenaria è certamente una gran cosa, però non sempre tanto importante da portare i fautori della riforma postconciliare a conservarla (alle volte si è peccato di archeologismo, ma neppure tanto frequentemente quanto vorrebbero certi detrattori della riforma montiniana).

Nel caso di specie, però, le attestazioni della “preghiera del centurione” nell’uso liturgico risalgono molto indietro nel tempo, anche se prevalentemente in Oriente. Nell’Omelia su san Tommaso Apostolo, infatti, san Giovanni Crisostomo disse:

Diciamo al Redentore: Signore, non sono degno che tu entri sotto il tetto delle nostre anime: poiché tu, però, vuoi essere ritenuto da noi, accediamo a te rincuorati dalla tua indulgenza.

Tutti sappiamo che il Crisostomo è in qualche modo l’autore liturgico per eccellenza, nell’Oriente cristiano: ancora oggi la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” è fortemente improntata a quella da lui codificata tra la fine del IV secolo e i primi anni del V. Dunque la sua testimonianza è indice di un uso di capitale importanza, poiché il contesto accenna esplicitamente al momento della comunione eucaristica.

Ma già Origene, che visse tra II e III secolo (dunque non tra IV e V) tra Alessandria e Cesarea (e dunque non a Costantinopoli), disse in un’omelia:

Quando ricevi il santo cibo… quell’incorrotto banchetto… quando sei messo a parte del pane e della bevanda di vita, tu mangi e bevi il corpo e il sangue del Signore: allora il Signore entra sotto il tetto. E tu, allora, umiliando te stesso, imita questo centurione e di’: «Signore, non sono degno che tu venga sotto al mio tetto».

Ma… l’omosessualità?

Ora qualcuno mi chiederà: «Insomma, quella del centurione pederasta è tutta una bufala?». Francamente io non so se chiamarla così: mi viene solo da sorridere al pensiero di questi moderni che, senza studi filologici e morsi dal bisogno di scrivere libri che si vendano, inventano cose mai ravvisate da uomini coltissimi che il greco lo parlavano quotidianamente e l’avevano bevuto nel latte materno

Ma certo che no!, certo che il centurione evangelico non ha legami di sorta con l’omosessualità: non mi risulta che questa fola avesse visto la luce fino al 2009, ma – si sa – viene e si ripete in ogni momento il tedioso tempo

in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole.

2 Tim 4, 3-4

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