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“La misura dell’amore è amare senza misura”? Sant’Agostino non l’ha mai detto!

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La celebre frase è tratta dal primo capitolo del De diligendo Deo, di san Bernardo di Chiaravalle. Ripercorrendo il percorso di una frase smarrita e data in adozione ad altro genitore si può capire qualcosa di come funzionino le “fake news” in buona fede

Si può provare a fare una retroversione nella lingua originale e vedere cosa viene fuori dalla ripetizione della ricerca: nella fattispecie il compito è abbastanza semplice perché, malgrado il latino conosca diverse parole per dire “misura” e diverse per dire “amore”, la frase “mensura amoris sine mensura amare” è ancora una volta in testa alle chiavi di ricerca indicizzate da Google. Ciò non vuol dire che Agostino abbia mai scritto una cosa del genere (e neppure che in latino quella frase si scrivesse davvero in quel modo).

Qual è un forte indizio che deve insospettirci, su questi punti? Il fatto che una ricerca produca, sì, dei risultati, ma nessuno risalente a un libro stampato: ossia Google non conosce alcun libro in cui quella frase, in quel latino, venga riportata. Il che è molto strano, se si pensa che Agostino morì nel 430 d.C. e che da allora i suoi libri sono stati continuamente copiati, citati, interpolati e plagiati. E nessuno riporta questa citazione?

Come si svela l’arcano?

La frase in questione, in effetti, la scrisse Bernardo di Chiaravalle, non Agostino d’Ippona, ed è l’incipit del primo capitolo del trattato De diligendo Deo (sul dovere di amare Dio), composto dopo il 1126 ma non oltre gli anni ’30 del XII secolo. A leggerla tutta intera suona così:

Quindi volete sentire da me perché e come vada amato Dio? Ve lo dico: Dio va amato per Dio – questa è la causa. “Smodatamente”, invece, è il modo. Non vi basta?

Che strano: un fan di Prince non vorrebbe mai attribuire a Michael Jackson una canzone del suo beniamino, e appunto l’abate di Chiaravalle non è certo meno famoso del vescovo di Ippona. Come può essere andata la faccenda?

Verosimilmente così, ed è importante capirlo per comprendere come nascono certe pseudoepigrafie involontarie:

  • prima qualcuno avrà letto la frase di partenza, quella di Bernardo: così chiara e bella, all’inizio dell’opera, sintetica e potente. Se la sarà annotata e l’avrà usata, a voce o per iscritto, solo in traduzione o anche in latino (forse anche citando la fonte);
  • qualcuno dei lettori/ascoltatori di questo primo tizio sarà rimasto colpito dalla frase, al punto da memorizzarla, e l’avrà citata (sempre più probabilmente senza indicazioni precise);
  • prima o poi a qualcuno il vuoto dell’attribuzione comincia a pesare, e così – o per la voglia di far presto o per sincero convincimento – sceglie qualcuno a cui affibbiare la paternità della frase (in questo caso Agostino) e la cita indicandolo come l’autore;
  • quella stessa persona, o un’altra, fa una retroversione della frase per dare maggiore credito all’attribuzione (qui la retroversione è stata particolarmente fuorviante perché sono state scelte le parole più comuni per “misura” e “amore”, mentre Bernardo scrive “modus” e non “mensura”);
  • a questo punto può capitare (e capita…) che la frase venga citata con tutti i crismi dell’ufficialità – anche in latino, anche da un ambone, perfino da vescovi… – e che tutti siano certi della paternità agostiniana dell’opera malgrado nessuno sappia indicare lo scritto in cui la frase si ritroverebbe.

Ma non è colpa di nessuno di questi, come non aveva colpa Johann Amerbach, che nel 1506 a Basilea dava alle stampe (questa nuova tecnologia che prometteva meraviglie!) l’editio princeps delle opere di sant’Agostino, in 11 volumi. Non aveva avuto delle fonti eccellenti ma ce l’aveva messa tutta, per anni, per sfuggire alle pseudoepigrafie (e alcuni erano stati veramente bravi, tra il V e il VII secolo, a scrivere in modo molto simile a quello di Agostino…). Nella prefazione al primo volume si indirizza al paziente lettore chiedendogli scusa se per caso gli fosse scappato ancora qualche falso di tra le grinfie:

Non datene la colpa a me, che ho fatto quel che ho potuto: date la colpa alla fama incredibile dell’autore.

Eh, sì, il problema di fake news e di misattributions è vecchio quanto la parola nella bocca degli uomini, e si è rinnovato ogni volta che i mezzi della parola umana si sono fatti più potenti. Altre volte, come per questa frase di Agostino, la confusione e l’errore saranno stati probabilmente accidentali. La cosa bella, in fin dei conti, è che anche in tutto questo confuso viavai si sia cercato di progredire nella conoscenza della verità. In fondo,

…questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

(Fil 1, 18)

Lo diceva San Paolo, anche se qualcuno attribuisce la citazione a Mark Zuckerberg!


PS: E a proposito, un attento studioso di Agostino mi ha prontamente segnalato che un’espressione simile a quella ricercata si trova in una lettera che il Vescovo ricevette da un confratello suo corrispondente, Severo di Milevi. Se dunque san Bernardo avesse attinto anche lui a qualche autore precedente, con una citazione sottile ed erudita, questi sarebbe forse potuto essere il corrispondente del Doctor Gratiæ:

Vedi quali effetti produce la tua bontà, quanto ci trascini all’amore del prossimo, ch’è per noi il primo e l’ultimo gradino verso l’amore di Dio e per così dire la linea di confine in cui si congiungono i due amori; stando su tale linea, come ho detto, veniamo per così dire riscaldati dal calore di entrambi gli amori, vale a dire ardiamo di amore per l’uno, cioè Dio, e per l’altro, cioè il prossimo. Infatti quanto più il fuoco dell’amore del prossimo ci infiammerà e ci purificherà, tanto più ci spingerà ad avanzare verso quello più puro di Dio. Nell’amore di Dio non ci è fissato alcun limite, dato che la misura di amare Dio è proprio quella d’amarlo senza misura. Non dobbiamo dunque temere d’amare troppo nostro Signore, ma di amarlo troppo poco.

Ep. 109, 2

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