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Il prete anti-camorra: così donerei una morte dignitosa a Totò Riina

Totò Riina
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di don Maurizio Patriciello*

Se potessi chiederei il permesso di andare a servire Totò Riina in carcere. Come sacerdote e come infermiere. Non avrei difficoltà a lavargli i piedi come ha fatto papa Francesco con i detenuti di Paliano. Come fece Gesù con gli amici che lo avrebbero abbandonato e rinnegato.

Se potessi vorrei rimanergli accanto fino alla fine. Tenergli la mano in mano mentre esala l’ultimo respiro. Sì, proprio quella mano che tante volte ha ucciso. Gli chiederei di raccontarmi la sua storia, la sua vita, la vita stentata degli abitanti di Corleone degli anni della guerra. Vorrei scandagliare l’animo di questo mio fratello in umanità che ha terrorizzato Palermo, la Sicilia, l’Italia. Che mi ha fatto toccare con mano l’abisso fetido, buio, spaventoso in cui può sprofondare un uomo creato a immagine di Dio.

Wikipedia

Totò Riina mi ha insegnato molto. Nei mesi passati con i frati francescani a Corleone, quando ero alla ricerca della mia vocazione, lo immaginavo camminare per i vicoli stretti del paese o entrare, bambino, nella chiesa matrice. Mi ha insegnato che il bene occorre desiderarlo, volerlo, perseguirlo. Con caparbietà, volontà, fierezza. Convinti che fare il bene è sempre una vittoria. Che il bene è un seme da innaffiare, concimare, coltivare. Che al male non occorre dare confidenza alcuna. Anche quando ti inganna e si presenta con una parvenza di bontà. Che a tutto ci si può assuefare, anche alle cose più orripilanti. Che il pensiero, il ragionamento, la logica quando non sono imparziali, severi, rigorosi, possono esserti nemici. Vorrei ascoltare Riina per capire dove si è inceppato il suo vivere, dove si sono spenti i suoi sogni, da dove è sbucata tanta violenza sanguinaria.

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