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Una bimba che muore per il caldo in auto ci toglie le parole. Non tutte

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 08/06/17

Un’attenzione vera alla maternità, ma senza ideologia.

Uno degli articoli proposti da For Her che continua a registrare numerosissime visualizzazioni e condivisioni e non accenna a calare da settimane riguarda il carico mentale che grava delle donne. Diverse lettrici hanno finalmente trovato il bandolo della matassa nella quale ci troviamo ingarbugliate: facciamo tantissime cose, lavoriamo, facciamo la spesa, accompagniamo i figli a scuola, li seguiamo nei compiti, li portiamo dagli amichetti, li curiamo, fissiamo l’appuntamento dal pediatra. E di corsa a fare le vaccinazioni, almeno al secondo richiamo. E poi ci sono le chat di classe, per quanto silenziate e ridotte al minimo sindacale. E occorre decidere quali sport far praticare loro. Il controllo dal dentista l’hai prenotato? I colloqui generali. Quelli individuali. E  le carte necessarie alle più svariate pratiche burocratiche. Oh, ma siamo già a giugno: e le vacanze? E mentre facciamo queste cose ci ricordiamo di ascoltare i figli, di dare retta al marito, che anche lui, da par suo non passa le giornate in panciolle. L’elenco per alcune non è ancora finito. Ci sentiamo sole, lungo una salita impervia, con dei Menhir sulle spalle. Ogni tanto capita di pensare che sia troppo.

Allora, senza issare improbabili vessilli di lotta tra i sessi, dobbiamo dire che non gli uomini, che anzi sono i nostri migliori alleati, compagni e amici, ma le condizioni, le leggi, i ritmi di lavoro, il diktat della produzione e del consumo forsennato ci tengono sotto sequestro. E dietro questi sostantivi astratti ci sono persone vere. È ancora e solo la responsabilità personale che potrà invertire la rotta. Per fare mentalità occorrono menti e le menti sono delle persone. I sistemi si possono disfare. Le condizioni si possono cambiare.

Come? Con altre leggi, con pratiche da diffondere, con chissà quali idee creative. Probabilmente un paio di Santi di quelli giusti ed un popolo che torni a pregare tutti i giorni darebbero la vera svolta!

Ilaria aveva solo una figlia ed un lavoro part time, in Comune. Può bastare una giornata, l’ennesima magari, di eccessivo stress. Può bastare una telefonata più lunga, una preoccupazione che ci tiene in pugno. Un’ansia che ci prende o un breve stallo nei pensieri e tutto l’amore giurato a prezzo della propria vita per conservare e proteggere quella di nostra figlia non basta. Si affila come una lama, si chiude ad uncino e diventa falce. Questo deve essere il grande orrore per il quale prego che Ilaria trovi pace.

Dalla impotenza dell’amore umano alla speranza che viene da Gesù Cristo

Amare è desiderare che l’amato non muoia, mai!  Quindi siamo strutturalmente impotenti, impossibilitati per natura a mantenere, da soli, questa promessa che noi donne partoriamo insieme al bambino. Diventare l’occasione della morte di un figlio è l’Everest del dolore per una mamma.

La nostra povera anima pesante però non abita solo le desolate terre della mortalità. La nostra povera anima pesante è salvata, se vuole. Mamma Ilaria, figlia Ilaria, donna Ilaria, povera anima straziata!

Ti prego, non disperare in questa totale disperazione umana!

Disperati, se vuoi, in braccio a Maria. Alla Madonna che ha dovuto guardare Suo figlio soffrire e morire. Disperati in braccio a Lei!

Dispera sotto la tua croce, ma spera in Dio. Spera, spera, spera. Spera nella vita eterna dove le carni tenere e profumate della tua bambina per le quali il tuo amore non è bastato potrai accarezzare e baciare di nuovo. Ne sono sicura. Tutto questo è più vero del caldo. Più vivido delle lamiere surriscaldate al sole di giugno. Più giusto. Sarai abbracciata anche tu!

Preghiamo per Ilaria. Preghiamo per lei, per tutti i trafitti da questa spada.

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mortesperanza
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