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Ma poi, in fondo, siamo sicuri che Cristo sia stato crocifisso?

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 30/05/17

Agiografia

Viceversa, ed esaminando il medesimo argomento (però stavolta in salsa cristiana, benché extracanonica), si deve osservare come – pure in assenza di un vero e proprio culto pubblico del crocifisso e della croce – gli atti dei martiri (e le più tarde passioni e leggende) fanno generoso riferimento alla passione e alla morte di Cristo – delle quali il martire diventava similitudo (non a caso anticamente negli altari si potevano inserire unicamente delle reliquie martiriali). Questo si vede in modo lampante negli Atti di Pietro – databili alla metà del II secolo – ma è pure palese in altri che non contemplino necessariamente la medesima pena della crocifissione.

Una menzione d’onore, in tal senso, va riservata al martirio di san Policarpo, che chiese di poter salire sulla pira del rogo senza essere assicurato con le catene: si capisce, doveva poter alzare le mani e recitare la propria ultima preghiera eucaristica.

Così poi restò libero, solo gli legarono le mani dietro la schiena e salì al rogo. Alzando allora gli occhi al cielo, esclamò: «O Signore, Dio degli angeli e degli arcangeli, nostra risurrezione e prezzo per il nostro peccato, rettore di tutto l’universo e protettore dei giusti: ti ringrazio perché mi hai reso degno di subire il martirio per voi, perché in questo modo percepisca la mia corona e cominci il martirio per Gesù Cristo nell’unità dello Spirito Santo, e così, terminato oggi il mio sacrificio, veda compiute le tue promesse. Sii poi benedetto ed eternamente glorificato per mezzo di Gesù Cristo, Pontefice onnipotente ed eterno, e tutto vi sia dato con Lui e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen».

Perché Policarpo, il cui martirio si colloca intorno alla metà del II secolo, non solo si vedeva similitudo della passione di Cristo, morendo per lui, ma anche similitudo di quel sacramento che della pasqua di Cristo sarebbe stato detto (dal Concilio di Trento) re-præsentatio. E difatti, poiché di eucaristia si tratta, così riferiscono i testimoni oculari – assemblea estrema di quella mistica messa:

Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi.

Capito? Altro che “omofagia”: come il pane del Cielo è la carne di Cristo, così il corpo dei martiri dato alle fiamme ha la fragranza della manna celeste. In realtà, questo prezioso passaggio del Martyrium Polycarpi lumeggia alla perfezione il parallelismo che – lo vedevamo ieri – Ignazio stabiliva tra il rifiuto della dottrina eucaristica e quello della “parola della Croce”. Ciò sarà più chiaro procedendo oltre.

Il Corano

Ora che però abbiamo mostrato per via positiva come nessuno, all’epoca dei fatti, dubitasse della morte di Cristo – piuttosto negavano la sua risurrezione, ed è una posizione infinitamente più ragionevole e rispettabile dell’altra –, consideriamo pure chi nella storia ha preteso che Cristo non fosse morto, e cerchiamo di coglierne il perché.

Viene subito in mente la sura 4 del Corano, che in un breve passaggio riporta:

[Abbiamo maledetto gli ebrei, N.d.R.] per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa, e dissero: «Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!». Invece non l’hanno né ucciso, né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso, ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio. Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che non crederà in lui prima di morire. Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro.

Corano, IV 156-159

Di solito c’è sempre qualcuno che si stupisce, quando racconto di come i musulmani credano al parto verginale di Maria e al ruolo di giudice escatologico che l’Islam riconosce a Gesù. Ci sarebbero diverse cose da osservare, ma ora andremmo fuori tema: qui c’interessa che il Corano neghi non solo l’uccisione di Cristo, ma anche la sua crocifissione.

Che significa? Come si spiega? Nel Corano è piuttosto semplice: il contesto in cui il testo nasce conosce una forte venerazione per Gesù e, pur negando la figliolanza divina (perché teologicamente incapace di articolare un pensiero trinitario), non sopporta che l’altissima dignità che attribuiscono a Gesù venga intaccata da una morte tanto ignominiosa.

Il Corano però non dice come è possibile che ai presenti sul Golgota effettivamente «parve» che Gesù fosse crocifisso e morisse. Per capirlo dobbiamo risalire alle radici più antiche di quel pensiero teologico, che proprio dal verbo “parve” (in greco δοκέω) prende il nome.

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