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Questa è una generazione a cui abbiamo mentito

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Le preziose riflessioni di Costanza Miriano sull'attentato a Machester e la discussa lettera di Mons. Luigi Negri

Una volta sono stata invitata alla festa della famiglia della Diocesi di Ferrara, e mi avevano detto che monsignor Negri sarebbe stato contento di incontrarmi. Mi ero preparata un bel discorso da fare alle famiglie, anche per fare colpo su di lui. L’ho trovato che mi aspettava sulle scale; mi ha dato una specie di pacca sulle spalle che somigliava pochissimo a una carezza, ha detto qualche parole di solidarietà verso mio marito, e se ne è andato perché aveva un altro impegno. “Hai visto come è stato affettuoso?” – mi ha detto la persona che era venuta a prendermi alla stazione. Affettuoso veramente no, tutto meno che affettuoso – ho pensato. “Vedi, tu non lo conosci. Lui esprime così l’affetto: ti ha invitata, ti ha aspettata prima di andarsene, ma poi non è il tipo che si perde in formalità”.

E così, anche da amici che lo conoscono meglio, ho avuto la conferma: monsignor Negri è una persona ruvida. Per questo, quando ho letto la sua lettera ai ragazzi di Manchester non ho proprio fatto caso agli spigoli delle sue parole, e al netto di quelli ci ho visto solo una grande dolcezza, una paternità sicura, una sincera preoccupazione per i nostri figli. Soprattutto, più che concentrarmi sull’autore o sul tono di quelle parole sicuramente forti, mi sto interrogando. Che genitori siamo? Che genitori sono quelli degli amici dei nostri figli?

Non mi piacciono i laudatores temporis acti, quelli per i quali, invariabilmente, prima sì che le cose andavano bene. Non penso che oggi siamo tutti persone peggiori che in passato. Però penso che, questo sicuro, viviamo in un tempo di benessere mai neanche sfiorato dall’umanità prima di oggi, e questo da una parte è sicuramente un bene. Però, c’è un però: la necessità, la scarsità di beni, il bisogno di darsi da fare per accedere a cose, conoscenze, possibilità, aveva una sua innegabile pedagogia, che formava le persone. Non è che tutti avessero voglia di faticare, non tutti riuscivano a consacrare la loro fatica in un cammino di santificazione, manco per sogno. Però tutti erano costretti a farla, la fatica. I ragazzi a scuola perché altrimenti venivano bocciati, e le famiglie a quei tempi non davano la colpa alla scuola, ma ai ragazzi.

I grandi perché se volevano uscire di casa, avere qualche soldo, dovevano trovare un lavoro. E perché se volevano una vita sessuale dovevano prendersene la responsabilità, e sposarsi, c’erano poche altre possibilità. Non tutti capivano che quello che la realtà offriva era un cammino di santificazione, non tutti vi aderivano con la gioia e libertà che trasforma il sacrificio in fonte di vita. Semplicemente, però, la realtà aveva una sua pedagogia. Costringeva a prendersi responsabilità in cambio di piacere, che qui intendo in senso lato: il piacere dell’autonomia, della disponibilità economica, anche del sesso. Anche la conoscenza era tutta più faticosa (i miei figli sgranano gli occhi quando li invito a fare ricerche dai libri: come se li costringessi ad andare a cercare un pozzo invece che aprire il rubinetto. Perché dici così, mamma? C’è wikipedia. Che senso ha fare ricerche da più libri?). Io non dico che non sia un bene, mia nonna non aveva la lavatrice, andava al lavatoio. Essere libera dalla necessità di lavare lenzuola per sei persone alla fonte mi ha permesso di fare tante cose spero buone.

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