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Ma quale omofagia! L’Eucaristia è tutta un’altra cosa!

Alessandra Tarantino | AP
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Una delle critiche che da un paio di secoli rivolgono alle liturgie cristiane riguarda il loro segreto (ovvero presunto) imparentamento coi culti dionisiaci. La storia e la teologia spiegano che così non può essere

Oltre Ignazio: Ambrogio, Francesco e gli altri

Ignazio sapeva benissimo quello che voleva, a quanto ci è dato leggere nelle sue lettere, ma ancora meglio sapeva ciò che credeva: e senza tirarla troppo in lungo con un’interminabile serie di citazioni osserverei che le comunità cristiane ortodosse, cioè quelle che tra di loro si sono (grossomodo) sempre riconosciute il carisma della fede retta, hanno sempre utilizzato espressioni oscillanti tra un fisicismo al limite del truculento e uno spiritualismo che sembra quasi perdere di vista la sostanza del sacramento dell’eucaristia.

Così è proprio nel Vangelo secondo Giovanni, che per giudizio unanime di tutta la Tradizione cristiana è il Vangelo spirituale… e che opera la scelta più estrema, quanto all’eucaristia: nel racconto dell’ultima cena di Gesù, Giovanni omette (Gv 13,1-15) infatti ogni riferimento a qualcosa di particolare che fosse accaduto quella sera (a parte la lavanda dei piedi: quella è l’unico a raccontarla); viceversa, nel racconto di una delle moltiplicazioni dei pani, Giovanni riporta un discorso (Gv 6,22-71) di Gesù che (ancora una volta) egli è l’unico degli evangelisti a farci conoscere, e sceglie un lessico greco particolarmente forte, per dire il “mangiare” cultuale dei cristiani – addirittura suggestivo onomatopeicamente.

Poi la storia ha conosciuto le sue sue tendenze, certo, e dobbiamo registrare che alcune omelie alessandrine del IV secolo sembrano intendere l’eucaristia in senso puramente spirituale, mentre certi scritti di san Francesco danno l’idea che il Poverello ritenesse la carne di Cristo presente in senso fisico e spaziale, “sotto i veli del pane” (entrambe le tesi sono false ed erronee, in senso stretto).

Certo, quella di “transustanziazione” è una categoria scolastica, se si vuole limitata e sicuramente difficile da capire a fondo: non si deve però fare l’errore di credere che la chiarezza della dottrina eucaristica cristiana stia o cada in base a quella particolare formulazione storica del dogma eucaristico. Sant’Ambrogio, infatti, era chiarissimo nel De sacramentis:

Questo pane è pane prima delle parole sacramentali; quando interviene la consacrazione, da pane diventa carne di Cristo […] Con quali parole si compie la consacrazione e di chi sono tali parole? […] Quando si viene a compiere il venerabile sacramento, il sacerdote ormai non usa più le sue parole, ma usa le parole di Cristo. È dunque la parola di Cristo a compiere questo sacramento.

Ambrogio, De sacramentis, IV,14-16

E ancora più chiaro era stato nel De mysteriis:

La parola di Cristo che poté creare dal nulla ciò che non esisteva, non può trasformare in qualcosa di diverso ciò che esiste? Non è infatti cosa minore  dare alle cose una natura del tutto nuova che mutare quella che hanno […]. Questo corpo che produciamo [conficimus] sull’altare è il corpo nato dalla Vergine. […] È certamente la vera carne di Cristo che è stata crocifissa, che è stata sepolta; è dunque veramente il sacramento della sua carne […]. Lo stesso Signore Gesù proclama: “Questo è il mio corpo”. Prima della benedizione delle parole celesti si usa il nome di un altro oggetto, dopo la consacrazione si intende corpo.

Ambrogio, De mysteriis, 52-53

Parole famose, a chi abbia anche solo un po’ d’orecchio per la musica sacra: l’Ave verum di Mozart avrebbe ripreso, oltre milletrecento anni dopo Ambrogio, il testo che da questo passaggio ambrosiano, al crogiolo della scuola di Corbie e dell’inquietudine religiosa di Carlo il Calvo, ne sarebbe risultato nel cuore del medioevo latino.

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