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Ma quale omofagia! L'Eucaristia è tutta un'altra cosa!

Alessandra Tarantino | AP

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 29/05/17

Una delle critiche che da un paio di secoli rivolgono alle liturgie cristiane riguarda il loro segreto (ovvero presunto) imparentamento coi culti dionisiaci. La storia e la teologia spiegano che così non può essere

Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto diverse mail, tra le quali due spiccavano per il fatto che si riferivano a due problematiche dottrinali in apparenza molto diverse ma di per sé non prive di interessanti spunti di connessione. La prima di queste recitava:

Come si può rispondere a quanti affermano che i cristiani siano rei di omofagia?

E la seconda, invece, suona:

Quali argomenti razionali si possono portare contro la tesi che nega che Gesù sia morto in croce?

Alcune doverose precisazioni

Innanzitutto “Omofagia” significa “mangiare carne cruda” (da ὠμός, crudo e ϕαγεῖν, mangiare). A chi non avesse mai incontrato il termine urgerà una ulteriore precisazione: quella di “omofagia” non è un’accusa spendibile contro i “crudisti” dei nostri giorni, che sono invece un’ala estrema dei vegani – sono cioè quelli che non soltanto non mangiano carni e neppure derivati animali, ma neanche cuociono i vegetali.

Tutt’al contrario gli omofagi, i quali non solo mangiavano (/mangiano) carne e la mangiavano (/mangiano) nell’ambito di sacrifici rituali, ma lo facevano (/fanno) rifiutando di proposito la cottura rituale e tutto quanto avesse dato al rito un che di “composto” e di “ordinato”. I culti che operano l’opzione rituale omofagica sono quelli ctonii, legati a divinità dionisiache, quali appunto quello delle menadi: l’atto “liturgico” consisteva allora nel cacciare l’animale designato, ucciderlo direttamente col farlo a pezzi, senza coltelli o lame rituali, e poi sbranarlo collettivamente, sporcandosi tutti col cruento banchetto.

Evidentemente a nessuno che abbia mai assistito a quei mortori che (troppo spesso) sanno essere le celebrazioni eucaristiche verrebbero mai in mente le menadi danzanti di Skopas o Le baccanti di Euripide. Eppure… se a qualcuno passa per la testa una simile accusa un motivo ci sarà. Proviamo a ragionarci su.

Parliamo dunque di omofagia

Per oggi ci atterremo alla sola domanda dell’omofagia, visto che già ci siamo dilungati con alcune osservazioni previe. Però prima di proseguire vorrei accennare, semplicemente con una citazione, al motivo per cui le questioni sollevate hanno dei punti di contatto. Scriveva infatti Ignazio di Antiochia, mentre veniva tradotto in catene a Roma per essere dato alle bestie:

Si astengono dal partecipare all’eucaristia e alla preghiera, perché non professano che l’eucaristia è la carne del nostro salvatore Gesù Cristo, la quale ha patito per i nostri peccati e che il Padre nella sua bontà ha risuscitato. Coloro che si oppongono al dono di Dio a forza di discutere muoiono. Converrebbe piuttosto che essi praticassero la carità per poter risorgere.

Lettera agli Smirnei 7,1

Di chi parlava Ignazio? Chi sono questi che non professano che l’eucaristia è “la carne del nostro salvatore Gesù Cristo”? Non ci crederete: i docetisti, ovvero quelli che negavano che Gesù fosse morto in croce.

Ma ne parleremo un’altra volta, ora vorrei tornare un istante in compagnia di Ignazio per rileggere dalla sua immortale Lettera ai Romani le parole più vibranti con cui si riferisce all’eucaristia:

Non mi soddisfano il cibo corruttibile o i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, dal seme di Davide, e per bevanda voglio il suo sangue, che è amore incorruttibile.

Lettera ai Romani 7,3

Ci sarebbero innumerevoli cose da dire, tanto sul contesto (come ad esempio che il vescovo di Antiochia stava diffidando i cristiani di Roma dall’intervenire con tentativi di sottrarlo alle belve) quanto sul testo: a tale proposito, però, sarà utile ricordare almeno che ci si riferisce all’eucaristia come al “pane di Dio”, del quale – conformemente al dettato di Gv 6 – si afferma essere “la carne di Gesù Cristo”; ma poi vi si aggiunge un richiamo alla discendenza davidica, che non ha in Ignazio la sfumatura giudaizzante del titolo “figlio di Davide” nel Vangelo secondo Matteo, bensì vuole essere un rimando vivido alla storia concreta dalla quale Cristo è venuto nel mondo. In ultimo, l’affermazione cruenta “voglio per bevanda il suo sangue”, che ancora una volta si riferisce a Gv 6, viene mitigata dall’immediata postilla “che è amore incorruttibile”.

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cattolicesimocomunioneeucarestiapatristicateologia
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