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Vivere la malattia mentale in famiglia

Photo Courtesy of Lucia Odom
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L'esperienza di una famiglia con il disordine ossessivo-compulsivo e la sua scioccante causa principale

Quando Connor Odom è andato da casa sua, a Charlotte (North Carolina, Stati Uniti), ad Atlanta (Georgia) per giocare nella U.S. Basketball Association National, si è perso la prima partita. Mentre si avvicinava il fischio d’inizio, l’atleta 13enne era nella doccia della sua camera d’albergo – nella quale stava da quattro ore – alternando pianto e richieste di aiuto ai genitori, che si trovavano lì accanto a lui. La madre e il padre erano impotenti e lo pregavano di uscire. “Sei pulito, Connor”, gli diceva la madre al di sopra dello scroscio dell’acqua mentre il figlio si lavava furiosamente. “Perderai la partita di basket. Per favore, vieni fuori. Ti vogliamo bene e vogliamo vederti”.

Per gentile concessione di Lucia Odom. Le mani di Connor sono tali da sembrare quasi che indossi dei guanti rossi, risultato del continuo lavaggio delle mani, delle docce continue e degli incessanti riti di pulizia.

Alla fine, quando Connor è riuscito a uscire dalla doccia, sua madre Lucia voleva abbracciarlo e confortarlo, ma sapeva di non poterlo fare. Per mesi prima dell’incidente della doccia Connor non le aveva permesso di toccarlo. Niente abbracci materni né baci della buona notte. Non era solo l’inizio dell’adolescenza. Connor era in preda a un disordine ossessivo-compulsivo (DOC) in piena regola. Sconcertati dal drammatico cambiamento, i genitori hanno cercato disperatamente di aiutarlo e di capire cosa gli stesse succedendo

Paure schiaccianti

Il DOC è un disordine comune, cronico e duraturo in cui la persona ha pensieri (ossessioni) e comportamenti (compulsioni) incontrollabili e ricorrenti che sente di dover ripetere in continuazione. Nonostante i termini clinici, chi è affetto da DOC sa che non c’è niente di “comune” in questo. Per un anno prima della partita di basket, Connor aveva manifestato un aumento dei segni di questo disordine, scatenati da una terribile paura dei germi. Ha sviluppato dei rituali per liberarsi di quelli che percepiva come elementi contaminanti facendo molte docce lunghe ogni giorno e lavandosi le mani finché “sembrava che stesse indossando dei guanti rossi”, ha ricordato Lucia. Ha iniziato a evitare le conversazioni, temendo le eventuali goccioline di saliva dell’interlocutore. A volte toccava gli interruttori e altri oggetti in casa solo con le maniche della maglietta a coprire le mani, e quindi alcuni familiari indossavano guanti di gomma per calmare le sue paure. Le corse nel cuore della notte al negozio per cercare saponi speciali e utensili per la pulizia di cui Connor aveva bisogno erano diventate frequenti.

Tutto ciò rappresentava un terreno sconosciuto per la famiglia di Connor, composta dalla madre Lucia, dal padre Ryan, allenatore di basket al college, e dal fratellino Owen, che all’epoca aveva 8 anni. Quando sono esplosi i sintomi del DOC di Connor, Lucia, proprietaria di un negozio di abbigliamento, ha iniziato a trascorrere la maggior parte del suo tempo portandolo da una serie di medici, psicologi e psichiatri. Ogni volta che andavano da un nuovo esperto speravano di trovare una soluzione al problema del figlio. Anche se chiunque aveva le proprie idee su come combattere i sintomi, nessuno è riuscito a dire alla famiglia perché Connor avesse sviluppato quel disturbo. Lucia e Ryan si sentivano sempre più spinti ad accettare la diagnosi senza una causa e a concentrarsi sul tentativo di minimizzare i sintomi. Le varie terapie e i farmaci raccomandati dai medici, però, non hanno portato a una soluzione duratura. Lucia era convinta che ci fosse qualche altra cosa che non andava, ma non sapeva cosa potesse essere.

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Nel frattempo, i sintomi di Connor continuavano ad aumentare. Non appena Lucia e Ryan riuscivano a capire un nuovo rituale del figlio ne spuntava un altro. Le sue abitudini non potevano essere abbreviate o interrotte, neanche se era il momento di andare a scuola o a cena o se c’era in ballo una partita importante. Connor diceva ai genitori di sentirsi costretto a svolgere quelle azioni ininterrotte fino alla fine, paragonando ogni compito (ad esempio lavarsi le mani) a costruire una torre di mattoncini. Disturbarlo in quell’atto era come se “qualcuno cercasse di buttar giù la torre”. Se la torre cadeva, lui doveva ricominciare. Troppe volte, purtroppo, la fine sfumava e Connor diventava incapace di completare i compiti che gli venivano richiesti, il che lo lasciava sconvolto, come nella doccia dell’hotel.

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