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Il monaco che scelse di essere schiavo per evangelizzare i suoi padroni

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Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 18/05/17

San Serapione conquistò anche i membri più duri di cuore della famiglia

Viviamo in un’epoca avara. Vista l’incertezza dell’economia, i nostri pugni si chiudono intorno al surplus che abbiamo, e c’è sempre meno da offrire alla vedova, all’orfano e allo straniero. Questa piccineria non si limita al libretto degli assegni; la nostra mancanza di disponibilità a donare spesso si estende anche al nostro tempo, alla nostra energia e alla nostra buona volontà. In periodi come questo è necessario ricorrere all’esempio degli eremiti del V secolo.

È difficile capire che noi che siamo così pieni di conoscenza abbiamo qualcosa da imparare da uomini che erravano nel deserto un millennio prima dell’invenzione della stampa, ma non ho mai trovato un santo che abbia incarnato la generosità del Vangelo meglio di San Serapione il Sindonita.

Chiamato così per via della veste di lino che era il suo unico indumento (una sindone), Serapione era un eremita nel deserto egiziano, un uomo i cui atti di penitenza e mortificazione sembravano sovrumani. Dopo anni di solitudine e preghiera, però, Serapione seguì la chiamata di Dio lontano dal deserto arrivando nella città di Corinto, notoriamente peccaminosa. Lì incontrò un uomo che insieme alla famiglia viveva nella completa ignoranza del Vangelo. Serapione voleva evangelizzarli ma non aveva i mezzi per farlo, non avendo confidenza con loro. Sapendo che non avrebbe potuto stringere facilmente amicizia con il padrone di casa, decise che l’unica via era diventare schiavo della famiglia. E così un uomo libero vendette se stesso per evangelizzare i propri padroni.




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Il monaco diventato schiavo si dedicò allora alla sua opera di evangelizzazione, fondamentalmente tenendo la bocca chiusa. Svolgeva i compiti più umili senza lamentarsi, digiunando molto, dormendo poco e parlando ancora meno. Quando parlava, tuttavia, la sua saggezza era evidente anche ai membri dal cuore più duro di quella famiglia. A poco a poco la sua testimonianza silenziosa conquistò il suo padrone, che venne battezzato insieme a tutta la sua famiglia e iniziò a condurre una vita virtuosa.

Grato per tutto ciò che il suo schiavo aveva fatto per lui, il padrone gli offrì la libertà. Solo allora Serapione spiegò che aveva modellato se stesso su Gesù Cristo, che aveva assunto la forma di schiavo per amore dell’anima degli uomini. Serapione andò quindi a Lacedemonia, dove scoprì una vedova in grande difficoltà. Ancora una volta divenne schiavo, vendendosi a un eretico e dando il denaro alla vedova. Nell’arco di due anni, l’intera famiglia si riconciliò con la fede e Serapione ottenne ancora una volta la libertà, questa volta con un soprabito, un mantello e un libro dei Vangeli.

Serapione, però, era incapace di tenere qualcosa per sé. Quando vide un mendicante mezzo nudo gli diede il suo mantello. Poco più oltre sul cammino, diede il soprabito a un uomo che stava congelando. Andò avanti solo con la sua sindone. Quando gli veniva chiesto chi l’avesse spogliato, alzava il libro dei Vangeli e gridava: “È stato questo libro!” Poco dopo vendette anche quello per evitare che un uomo indebitato finisse in prigione, dicendo: “Mi sembrava che il Vangelo mi gridasse costantemente: ‘Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri’. Quel libro era tutto ciò che avevo, e allora l’ho venduto”.




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Si preoccupava talmente delle necessità altrui che quando un altro monaco (che possedeva molti libri) gli chiese una parola di saggezza Serapione rispose: “Cosa devo dirti? Hai preso la sussistenza di vedove e orfani per metterla sui tuoi scaffali”.

Perfino Serapione capiva però che i beni materiali potevano essere usati anche per fare il bene. Una volta andò in un bordello e chiese una prostituta per la serata. Spiegandole che doveva finire di pregare prima di poter stare con lei, Serapione iniziò a pregare ad alta voce con il suo breviario, implorando il Signore di convertire quella donna. Mentre pregava, lo Spirito iniziò a muoversi nel cuore di lei. Alla fine della preghiera si era completamente convertita e alla fine divenne una donna di profonda preghiera e virtù.

Serapione viaggiò per tutta la zona del Mediterraneo, digiunando, predicando e donandosi agli altri fino alla morte. Per il bene delle anime era felice di non possedere nulla, neanche la propria libertà. Per Serapione, tutte le cose buone di questo mondo esistevano solo per l’eternità.

Il 21 maggio, giorno della sua festa in Occidente, chiediamo l’intercessione di San Serapione perché possiamo vivere tutti con una generosità illimitata per la salvezza delle anime. San Serapione il Sindonita, prega per noi!




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[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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