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5 cose che hanno in comune Papa Francesco e il Piccolo Principe

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 16/05/17

Dall'immaginazione al deserto, così il pontefice rilegge il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry

Ci sono almeno cinque in comune tra il Piccolo Principe e Papa Francesco.

Come è possibile che il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry – che ha per protagonista un bambino proveniente da un asteroide chiamato B612 e un aviatore che dopo un guasto al suo aereo è costretto ad atterrare nel deserto – e il pontefice abbiano tutta questa sintonia?

Lo spiega Umberto Folena in “Il Piccolo Principe commentato con testi di Papa Francesco” (Ancora edizioni)

«Nessuna forzatura – commenta l’autore – leggendo Saint-Exupéry e cercando analogie, assonanze e rimandi in Bergoglio, una cosa risultava evidente: qualunque fosse l’argomento, entrambi parlavano al bambino. Non un bambino qualsiasi, ma il bambino che ancora abita in me; il bambino che – nonostante i doveri assortiti, la professione, i troppi eventi della vita ti rendono disincantato e cinico – ancora respira e vive da qualche parte nella mia anima».

Attenzione però, avverte Folena: «Il bambino di quei due (papa argentino e aviatore francese) non ha nulla di zuccheroso e infantile, e va preso tremendamente sul serio perché può cambiarci la vita, ossia il modo in cui osservare le cose attorno a noi e agire di conseguenza. L’occhio del bambino è quello del piccolo principe: impossibile ingannarlo. Nota immediatamente le contraddizioni e va dritto al nocciolo delle cose, là dove risiede la loro verità profonda».




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1) IMMAGINAZIONE

L’aviatore quando aveva sei anni lesse un libro illustrato sulle storie che avvenivano in una foresta primordiale. Tra queste c’era il disegno di un boia che stava per inghiottire un piccolo animale. Allora decise di realizzare un disegno ispirandosi alla scena.

Anche Dio ha immaginazione. Sogna il suo popolo. E il suo sogno, come tutti i buoni sogni, ha bisogno di essere curato, amato, seguito con dedizione. Altrimenti appassisce.

Il profeta Isaia, ricordato da papa Bergoglio, usa l’immagine della vigna: «La vigna del Signore è il suo “sogno”, il progetto che Egli coltiva con tutto il suo amore, come un contadino si prende cura del suo vigneto. La vite è una pianta che richiede molta cura! Il “sogno” di Dio è il suo popolo: Egli lo ha piantato e lo coltiva con amore paziente e fedele, perché diventi un popolo santo, un popolo che porti tanti buoni frutti di giustizia» (Santa Messa per l’apertura del Sinodo straordinario sulla famiglia, Basilica Vaticana, 5 ottobre 2014).




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2) APPARENZA E SAPIENZA

L’aviatore riprodusse un disegno che non venne ben compreso dagli adulti che l’osservavano.

In molti pensarono fosse un cappello. In realtà era la riproduzione della sagoma del boa che aveva mangiato un elefante.

Forse, di fronte al cappello-boa dell’aviatore, Francesco commenterebbe così: «Chiediamo al Signore, per ognuno di noi, occhi che sanno vedere oltre l’apparenza» (All’Azione cattolica italiana, Aula Paolo VI, 3 maggio 2014).

Ma per andare oltre l’apparenza, occorre la sapienza: «La sapienza è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio» (Udienza generale, Roma, 9 aprile 2014).

3) IL DESERTO

L’aviatore poi descrive di essere atterrato nel deserto del Sahara dopo un’avaria al motore dell’aereo che guidava. «E siccome non avevo con me né un meccanico né dei passeggeri, mi preparai, tutto solo, a cercare di eseguire una difficile riparazione».

Il deserto, ossia il vuoto. La completa aridità. Ma anche in questo caso occorre saper guardare oltre. Papa Francesco fa notare che nelle parole dei «profeti c’è l’immagine del deserto: la terra deserta, incapace di far crescere un albero, un frutto, di far germogliare qualcosa». Eppure proprio «il deserto sarà come una foresta. Dicono i profeti: sarà grande, fiorirà!».

Dunque «il deserto può fiorire» e «la donna sterile può avere la vita» soltanto nella prospettiva della «promessa del Signore: io posso! Io posso dalla vostra secchezza far crescere la vita, la salvezza! Io posso dall’ari- dità far crescere i frutti!». La salvezza «è l’intervento di Dio che ci fa fecondi, che ci dà la capacità di dare vita», che «ci aiuta nel cammino della santità» (Santa Marta, 19 dicembre 2013).




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4) LA PECORA

Qui nel deserto avviene l’incontro tra l’aviatore e questo bambino giunto da un piccolo e misterioso pianeta. Che appena lo vede, gli chiede subito di disegnargli una pecora, senza tuttavia dargli ulteriori spiegazioni.

L’immagine della pecora ricorre spesso in Francesco. In almeno un caso, in modo del tutto nuovo e privo di prece- denti in un pontefice: quando invita preti e vescovi a essere pastori con addosso l’odore della pecora: «Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello –; siate pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini» (Omelia alla Messa crismale, Basilica Vaticana, 28 marzo 2013).

Lo ripete spesso, ancora ai vescovi: «Siate Pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore» (Lettera al presidente della Conferenza episcopale argentina per la beatificazione di padre José Gabriel Brochero, 14 settembre 2013).




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5) DA DOVE VENIAMO?

L’aviatore avvia un dialogo con questo bambino vestito come un principe. Cerca subito di capire la provenienza del piccolo, che però fa fatica a rispondere alle domande dell’uomo. Man mano si stabilirà un rapporto di fiducia e il “piccolo principe” gli spiegherà la sua incredibile storia.

Da dove veniamo? Qual è la nostra dimora, e perché in molti ci siamo messi in viaggio, materialmente e metaforicamente? Fatale restare disorientati come l’aviatore. Lo spirito positivo cristiano è cercare la risposta anche alle domande apparentemente più difficili.

«Vorrei anche incoraggiarvi a condividere le conoscenze acquisite sull’universo con la gente dei vostri rispettivi Paesi. Solo una piccolissima parte della popolazione mondiale ha accesso a tali conoscenze, che aprono il cuore e la mente ai grandi interrogativi che l’umanità da sempre si pone: da dove veniamo? Dove andiamo? Che senso ha questo universo di centomila milioni di galassie?… La ricerca di risposte a queste domande ci predispone all’incontro con il Creatore, Padre buono, poiché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esi- stiamo” (At 17, 28)» (Discorso all’Azione cattolica italiana, Aula Paolo VI, 3 maggio 2014).

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