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Il carico mentale: quando le donne si esauriscono per pensare a tutto

Lucile Mathieu - pubblicato il 15/05/17

Sotto il link della disegnatrice, su Facebook, sono fioccati gridi dall’anima di mogli, madri e concubine. Ad esempio Maëlle scrive: «Mi parla così a fondo che mi ha fatto piangere! Eppure ho un convivente di cui non posso affatto lamentarmi, che fa un sacco di cose che neanche devo stare a chiedergli di fare. Ma sto sempre a pensare a quello che va fatto, a casa e fuori. Non mi riposo mai…»

Prima di diventare così virale in Francia, l’argomento era già stato oggetto di polemica Oltreoceano, lo scorso dicembre, quando Ellen Seidman, mamma di tre bambini, aveva condiviso sul proprio blog un poema sul fenomeno: «Sono quella che si rende conto di…». E spiegava: «Il dentifricio è già finito, come pure il collutorio al gusto di gomma da masticare e il filo interdentale». «Sono io quella che si rende conto che… non abbiamo più barrette di cereali, merendine, frutta secca o compresse di legumi, e tanti altri snack che ci salvano la vita». Ed enumerava tutti i pensieri stressanti che ogni giorno si aggiungono alla to do-list mentale delle donne.

Un fenomeno percepito differentemente a seconda delle età della vita

La donna sembra perseguitata dal fenomeno del carico mentale in ogni momento della propria vita: che sia una ragazza che convive, una neomamma o una moglie agguerrita.

Camille, 30 anni e madre di due bambini piccoli, commenta: «Prima di sposarmi e di avere bambini, già risentivo il fenomeno in cose semplicissime come il fatto di pensare a comprare il dentifricio, riflettere sulla decorazione dell’appartamento… ho l’impressione che gli uomini invece abbiano la tendenza a lasciarsi trasportare, dal momento in cui si mettono con qualcuno». Eppure afferma che tutto questo le scivolava abbastanza addosso, prima di aggiungere: «La cosa cambia con l’arrivo del primo bambino».

Nel suo fumetto, Emma descrive il circolo vizioso nel quale restano impantanate le giovani mamme. Mentre il papà torna al lavoro appena 11 giorni dopo il parto, la madre si ritrova a smaltire tutto un ventaglio di cose da fare per gestire la quotidianità del neonato. Alla ripresa del lavoro, la donna preferirà continuare a fare quelle cose invece che delegarle al padre… semplicemente per fare prima.

«Durante la gravidanza, tutto il carico mentale riposa naturalmente sulla madre, poiché è lei che porta il bambino. È lei che prende gli appuntamenti per le ecografie, cura di essere seguita dal medico…», confida Camille. «In maternità, visto che si ha tutto il tempo da dedicare al bambino, s’innesca tutta una dinamica: per forza di cose si ha più tempo per comprare i vestiti del bambino, preparare i pasti e curare gli appuntamenti medici. Ma l’altro non si rende necessariamente conto dello stato di spossatezza che rappresenta questo carico mentale. Alla fine ci si sente incomprese. Dopo la nascita del mio secondo figlio avevo la percezione che questo carico diventasse una piovra, ed ero arrivata talmente vicina al burn-out che non vedevo l’ora di tornare a lavorare».

È proprio alla ripresa del lavoro che casca l’asino, allorché la mamma fatica molto ad assumersi insieme il proprio carico mentale personale e professionale. Per Camille, «malgrado tutto cerchiamo di tenerci questo carico mentale per mantenere il legame col bambino. Però bisogna saper mollare la presa e agire rapidamente fin dalla ripresa, prima di trovarsi totalmente sommerse».

Come fare del carico mentale un progetto portato in due?

Mollare la presa prima di trovarsi sommerse, la questione è proprio lì. Alcuni internauti l’hanno ben capito, come David, che sotto al fumetto di Emma commenta: «Se volete che la smettiamo di essere dei meri “esecutori”, forse dovreste smetterla voi di dirci – quando facciamo qualcosa senza prima consultarvi – che la stessa si sarebbe dovuta fare in altro modo, anzi che non bisognava farla affatto… Certo che facciamo le cose in modo molto diverso, rispetto a voi, ma c’è poco da discutere: è il nostro modo di fare. Quando uno si abitua a sentirsi sempre dire che non bisognava fare così, e ci si sente dire come le cose vanno fatte, alla fine si rassegna ad attendere semplicemente le direttive e gli “ordini”». Chi non si riconosce nell’analisi di David scagli la prima pietra.

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casa-famigliacoppiamatrimonio

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