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Un cancro, una morte e un miracolo meraviglioso

Mocha.VP/Shutterstock

Monica Costa - pubblicato il 12/05/17

“So che mi aiuterai a morire”, mi ha predetto

Ho conosciuto Lali al lavoro. Aveva 33 anni ed era segretaria di direzione. Abbiamo iniziato a conoscerci, siamo diventate amiche, andavamo a mangiare e prendevamo il caffè insieme nelle pause. A poco a poco abbiamo aperto il nostro cuore. Ha iniziato a spiegarmi le sue convinzioni spirituali: la cabala, le energie, il reiki, i viaggi astrali, l’astrologia… Io le ho spiegato le mie: un Gesù che ama, che redime, che accetta, una Madre che accoglie, una Chiesa aperta a tutti e alla misericordia… Parlavamo con rispetto, ascoltandoci a vicenda, senza la pretesa di convincerci, senza giudicarci, con interesse.

Mi ha parlato della sua vita difficile. Del padre ubriaco e abusatore. Della madre sofferente e depressa che si era suicidata. Del fratello minore che ora era tossicodipendente e si trovava in carcere. Della sorella che quando aveva compiuto 18 anni era andata a vivere con il fidanzato e aveva rotto i rapporti con la famiglia perché voleva allontanarsi da quella corrente di autodistruzione.

Mi ha raccontato di come a 18 anni aveva iniziato a lavorare e aveva portato i fratelli minori a vivere con lei perché il padre non se ne curava. Li aveva fatti studiare, aveva insegnato loro l’igiene, aveva dato loro amore e affetto.




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Mi ha detto di come il padre dopo qualche anno era tornato, malato di cirrosi epatica, e di come lei se ne era presa cura fino alla sua morte anche se era stato la causa di tutte le disgrazie familiari. Di come ora aveva trovato una stabilità professionale e personale, del suo compagno di vita, dei suoi amici.

E all’improvviso è comparso il cancro allo stomaco. Solo un malato su tre sopravvive cinque anni, le hanno detto. Lali era una lottatrice e provava pena per gli altri due perché diceva che sarebbe stata lei a sopravvivere. È stata operata, si è sottoposta a una chemioterapia molto dura ed è tornata al lavoro.

Dopo qualche mese il cancro è tornato, ed era incurabile. Lali aveva 35 anni. Di nuovo le sedute di chemioterapia, senza alcun risultato. È arrivato il momento in cui non si poteva fare più niente ed è entrata in un’unità di cure palliative.

Lali ha deciso che non voleva che le sue ultime settimane di vita fossero una sfilata di persone che andavano a congedarsi da lei, né che tutti vedessero come si stava consumando fino a morire. Ha scelto cinque o sei amici perché si prendessero cura di lei. Sono rimasta sorpresa quando sono stata inserita in questo gruppo, perché eravamo colleghe più che amiche, e alcune persone che le erano più vicine non hanno potuto dirle addio.

“So che mi aiuterai a morire”, mi ha predetto.

A me toccavano le notti. Notti eterne in cui parlavamo senza fine della vita, della morte, dell’aldilà, di come bisogna morire, dell’amore di Dio, della reincarnazione, della resurrezione.

Io le parlavo di quel Dio che la amava con una tenerezza infinita, che non giudicava, che non imponeva paure, che la aspettava a braccia aperte. Del Padre che vuole stringere di nuovo sua figlia, dell’Amico che vuole condividere con lei la sua vita eterna, dello Spirito che l’avrebbe accompagnata nel suo viaggio in cielo. E lei ascoltava.

Il giorno, però, i suoi amici tornavano con messaggi di energie, forze e astri.

Non le ho mai imposto niente. Parlavamo e ci ascoltavamo e basta. Finché un giorno mi ha chiesto di assicurarmi che non morisse senza essersi confessata. Mi ha chiesto tuttavia di aspettare un po’ perché soffriva molto e avrebbe preferito confessarsi quando il dolore fosse stato sotto controllo.




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Il modo di controllarlo, però, era la morfina, e Lali è entrata in una specie di doppia vita e di nebulosa in cui era sempre più difficile parlare con lei. Intuivo che per quanto volessi che si confessasse doveva essere lei a chiederlo e a desiderarlo davvero, e che bisognava avere pazienza.

Quando non riusciva quasi più a parlare l’ho proposto ad amici e familiari, che hanno rifiutato in modo deciso perché credevano che non fosse un bene e che l’avrebbe spaventata.

Lali è arrivata a un punto in cui praticamente le funzionavano solo il cuore e il polmoni. I medici non riuscivano a capire non come non fosse in coma, ma come non fosse già morta.

L’ultima notte che ho trascorso con lei ho intuito che non ce ne sarebbero state altre. Lali non parlava più, respirava soltanto. Ho trascorso la notte pregando.

Ho detto a Dio che non potevo fare più altro, che ero sola contro un gruppo più consistente di persone che vietavano la presenza di un sacerdote, che avevo fallito, che non avevo saputo fare di meglio, che solo Lui poteva operare il miracolo.

Ho recitato un Rosario dietro l’altro, chiedendo continuamente la protezione del manto di Maria perché la proteggesse da qualsiasi influenza esterna che le impedisse di arrivare in cielo… e non ho smesso di farle il segno della croce sulla fronte.

Al mattino me ne sono andata, scoraggiata, triste, sapendo che non potevo più fare altro, che sarebbe morta senza essersi confessata, ma fiduciosa del fatto che la misericordia di Dio era grande e che Egli avrebbe visto la capacità di offrire amore che aveva dimostrato durante la sua vita.

Dopo qualche ora i suoi amici mi hanno chiamata. Lali aveva trascorso la mattinata tenendo loro la mano e guidandoli perché le facessero il segno della croce sulla fronte! Anche se erano contrari alla presenza di un sacerdote, avevano interpretato che con quel gesto Lali chiedeva una confessione. Allucinante!

Sono andata rapidamente in ospedale con un amico sacerdote. Quando siamo arrivati, il presbitero ha fatto uscire tutti. Anch’io mi accingevo a uscire, ma lui mi ha invitata a restare, pur essendo una confessione. “Meriti di viverla”, mi ha detto. Quando sono entrata le ho detto: “Lali, fatti bella che arrivo con una persona speciale, vengo con il sacerdote del quale abbiamo parlato perché tu ti possa confessare”.




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Non so dove abbia preso la forza per sedersi. Ha spalancato gli occhi, è riuscita a fare un sorriso che le andava da un orecchio all’altro. È stato impressionante. Era così debole!

Il sacerdote le ha chiesto: “Lali, sai che Dio ti ama?” “Mi ama tanto!”, ha risposto. “Tu ami Dio?” “Lo amo follemente”, ha risposto con un filo di voce. “Ti penti dei tuoi errori?” Lali, ormai senza voce, ha assentito. “Dio ti ha perdonato di tutto, ora puoi riposare”. Lali ha chiuso gli occhi, è ricaduta sul cuscino ed è entrata in coma. Un paio d’ore dopo è morta.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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