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La bella storia di Carme…

Carme Chacon
Spain's Defence Minister Carme Chacon inspects the honour guard during her visit to the UNIFIL Spanish forces based close to Marjayoun in southern Lebanon on April 28, 2008. Chacon, 37-years-old, and who is seven months pregnant, made a surprise visit to Lebanon to visit Spanish United Nations peacekeepers there, a ministry spokesman said. Some 1,100 Spanish soldiers have been based there since September 2006, as part of the United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL). AFP PHOTO/ALI DIA / AFP PHOTO / ALI DIA
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Una morte prematura quella della ex Ministro della Difesa spagnola. Una donna fortissima nella sua dichiarata fragilità

La Nina è morta sola.

Carme Chacon è stata trovata senza vita dopo circa sette ore dai soccorsi perché i familiari allarmati non riuscivano a contattarla al telefono.

La stampa nazionale, quasi tutta, riportava piuttosto semplicemente la notizia, che risale ad inizio aprile.

Il corriere online si avventura anche in una irrispettosa  autopsia a distanza, chiedendo ad una consenziente anche se un poco restia cardiologa, di fare ipotesi, di descrivere l’evento critico e di risalire alla patologia colpevole della sua morte.

Chi dà tra i primi l’annuncio, via social, è il suo partito, il Psoe, (i Socialisti spagnoli che andarono al potere con Zapatero, il Premier che nutriva per lei grande stima e predilezione). È il 9 di aprile di questo aspro 2017.

«Sgomento per la prematura scomparsa di Carme Chacon. Oggi tutti i socialisti piangono addolorati e impotenti.»

La signora era stata Ministro della Difesa dal 2008 al 2011. Ed è grazie a quell’incarico, ed ad un altro che stava “portando” contemporaneamente, che è diventata famosa anche fuori dai confini nazionali.

Chi non ricorda almeno uno scatto che la ritrae mentre passa in rassegna le truppe spagnole in Afghanistan, già incinta di sette mesi?

La “Ministra col pancione” procedeva a passo sicuro sebbene affaticato, scortata da ufficiali militari.

Nel commento di Aldo Cazzullo per Io Donna  del 6 maggio 2017, ciò che dava risolutezza al suo incedere era soprattutto «la consapevolezza dell’enorme potere che nessuna arma potrà mia eguagliare: dare la vita».

Non so se questo fosse il suo vissuto, in quel momento. Può essere una garbata illazione, quella del giornalista.

Eppure, senza tirarmi dietro tutti i pizzi e i merletti di retorica nei quali una simile affermazione si può impigliare, sono contenta di leggere una frase come questa.

E su di un magazine che si pone tra gli araldi più protesi nella corsa verso le distese di progresso egualitario e gli sterminati campi dove giocare, senza divise, la partita dei generi, spogliati dei loro stereotipi.

Siamo ancora qui a parlare, fino a sfinirci udito e intelletto, di ruoli- prigione dei quali liberarci, di ingiusti stereotipi, di necessarie emancipazioni.

Sarà più bello quando diremo, senza troppa enfasi da alcuno degli improvvisati pulpiti social, che una signora con un importante incarico politico ha svolto alcune delle sue funzioni pubbliche anche al settimo mese di gravidanza.

Occorre infatti prestare attenzione a non scivolare dall’altra parte del pendio: non si può fare proprio tutto in gravidanza.

Le forze sono diverse e orientate alla vita che sta crescendo legata e custodita nell’utero di una donna.

Il suo diventare madre non è uno stato patologico; è però tutt’altro che ininfluente sulla sua vita, salute, energie e il modo di disporne.

Io pure, come truppe, battaglioni, eserciti di altre donne, ho lavorato fino a metà del nono mese per 3 gravidanze su 4.

Quello che vorrei allontanare da me e da tante madri è questo pseudo orgoglio che ci spinge ad impugnare questo particolare sforzo come un’impresa. Da sfoggiare, da usare, da rinfacciare.

In moltissime vi siamo costrette.

Va bene, è così. Non facciamo nostra o respingiamola, se già ci si è insinuata, quella forma mentis per la quale più faccio, più lavoro, più valgo.

Oppure ridefiniamo i termini. Di quale fare parliamo?

C’è un fare più alto e degno che lasciare crescere una persona in noi e crescere noi con quella? No, se riconosciamo l’essere umano all’apice del creato. Più in alto c’è solo il parto spirituale. Il travaglio che ci fa diventare creature nuove, definitivamente a immagine di Dio.

Non so abbastanza di Carme. E non è giusto attribuire a chi non è presente intenzioni e pensieri che non le appartengono. Per questo spero che la sua gravidanza sia stata soltanto l’inizio della vita di suo figlio con lei, grazie a lei e nemmeno per un attimo la bandiera di una qualche battaglia.

È più probabile che a posteriori qualcuno gliel’abbia messa in mano, a sua insaputa, questa bandiera. A me pareva soprattutto una mamma moderna, con sufficiente coraggio e sufficienti mezzi per poter fare quello che ha fatto, nell’ultimo trimestre della sua unica gravidanza.

Ma la storia di questa donna impegnata in politica nelle fila dei Socialisti, con una passione e uno slancio che in molti ricordano con sincera nostalgia, è già arrivata, ora, al grande giro di boa.

Non quello dei 50 anni  perché non li ha raggiunti, ma quello di sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare. Sono sue le parole che, in un’intervista del 2015, ci raccontano di come guardasse alla propria vita: un regalo. Un regalo continuo. Di giorno, in giorno, un battito, lentissimo, dietro l’altro.

Aveva raccontato della sua cardiopatia, (evidentemente senza dare sufficienti dettagli  per il Corriere).

Ora, che sia diventata il simbolo di una nuova era per la politica spagnola, a lei credo interesserà meno. Anzi, provo a pormi questa domanda: vedrà adesso anche il suo impegno generoso profuso nell’agone politico con occhi più lindi o in via di purificazione?

Saprà che ci aveva visto giusto, proprio grazie alla zavorra della sua malattia?

Riconoscerà, come già pare avesse fatto da viva, che quella patologia, anziché inibirla e congelarla nella paura,  le ha permesso di diventare più se stessa? Penserà a quelle fatiche come ai prodromi della nascita di una nuova bambina, sempre lei!, che non si ammalerà nè invecchierà nè piangerà più, una volta tornata definitivamente a casa?

Saprà che il suo cuore “a rovescio”(è l’espressione con la quale descrive la sua situazione cardiaca)  faceva ben diritto il suo mestiere: farle pensare, più spesso che a noi non cardiopatici, che ogni battito è un dono?

E che la vita vale la pena di essere propagata e offerta. Come ha fatto lei con quella donata nella gravidanza ad un altro essere umano – che sempre comincia bambino, il suo Miquel -. E va giocata fino in fondo.

Ora conoscerà, nel modo che Dio solo può assegnare secondo giustizia, vedrà con la sua anima, il cuore che batte e arde per il suo e per i nostri. Che brucia, inestinguibile. Il Cuore, abisso di misericordia (sempre di cuore si parla…) del Salvatore suo, mio, vostro, di suo figlio, del marito dal quale si era separata. Di tutti noi.

Allora anche noi piangiamo addolorati per la sua morte. Ma non impotenti.

Possiamo infatti pregare che Lui le doni la Sua pace.

 

 

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spagna
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