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Depressione e religiosità: come influiscono l’una sull’altra?

Nevena Marjanovic | Shutterstock

Vanderlei de Lima - pubblicato il 10/05/17

Il 75% delle persone affette da depressione non sa di essere malato e per questo soffre senza ricevere cure adeguate

Un’epidemia silenziosa sta spaventando gli scienziati di tutto il mondo. Si calcola che solo in Brasile 10 milioni di individui soffrano della malattia considerata il “male del XXI secolo”.

Stiamo parlando della depressione, un disturbo che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è una delle malattie più care per la società, visto che il consumo di antidepressivi solo in Brasile muove circa 140 milioni di dollari all’anno, oltre ai danni derivati dalla perdita di produttività e dalle assenze lavorative e senza contare i costi della sofferenza umana, che non possono essere misurati.

Si calcola che per la mancanza di conoscenza sul tema da parte delle persone solo un individuo su 4 affetti da depressione sia a conoscenza del disturbo che lo affligge e riesca a cercare aiuto. Ciò vuol dire che il 75% delle persone con depressione non sa di essere malato e per questo soffre senza ricevere un trattamento adeguato, presentando perdita di autostima e di capacità di concentrazione, il che porta a difficoltà professionali e familiari.

È naturale che le vicende quotidiane, i successi e gli errori, i problemi comuni sul lavoro e nelle relazioni provochino variazioni temporanee dell’umore in un individuo. È anche normale, nonché prevedibile, che un individuo in alcuni giorni si senta triste e scoraggiato, magari dopo aver perso una persona cara o aver fallito in un esame. Questo, tuttavia, non significa che la persona sia affetta da depressione. Vivere e affrontare questi periodi di tristezza o di lutto fa parte dello sviluppo della personalità umana.

In certi individui, tuttavia, si verificano alcune alterazioni chimiche nel cervello – sostanze responsabili dell’allegria e dell’equilibrio dell’umore – perché la serotonina, la noradrenalina e la dopamina sono squilibrate, e questo scatena la depressione, uno stato d’animo afflitto e triste che non è direttamente collegato a esperienze poco felici.

Le persone affette da depressione si sentono infelici per la maggior parte del tempo, presentano un minore interesse o una perdita di piacere per lo svolgimento di attività di routine (stato noto come anedonia), senso di inutilità o di colpa eccessivo, difficoltà a concentrarsi, fatica o perdita di energia, disturbi del sonno (sia insonnia che sonno eccessivo), perdita o acquisto significativi di peso, alterazione nell’alimentazione, idee ricorrenti di morte o suicidio.

Conoscere questi sintomi è importante perché l’individuo possa uscire dal gruppo del 75% di persone che non sanno di avere questa malattia e riesca a cercare un trattamento che consista nella psicoterapia e, nei casi gravi, nell’uso di medicinali noti come antidepressivi.

È anche importante sottolineare che vari studi scientifici stanno rimarcando l’importanza della religiosità nella prevenzione della depressione.

Un interessante lavoro pubblicato sul Journal of Adolescent Health nel 2005 ha dimostrato che gli individui che affermano di avere una religione e frequentano le celebrazioni religiose (come la Messa) presentano un tasso minore di depressione e meno comportamenti che mettono a rischio la salute (come il consumo di sostanze illecite). Questi studi suggeriscono che la religiosità promuove la capacità di affrontare situazioni avverse e abitudini di vita più sicure, il che ha un’influenza positiva sulla salute mentale della persona.

Uno studio pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry nel 2013, realizzato presso la Columbia University su 103 persone tra i 18 e i 54 anni, ha dimostrato che gli individui con la possibilità di sviluppare la depressione hanno lo spessore della corteccia cerebrale più sottile, mentre nelle persone religiose, e quindi a minor rischio di depressione, questo spessore è superiore.

Lavori precedenti avevano già dimostrato che le persone con predisposizione genetica alla depressione che sono religiose possono avere un rischio fino al 90% inferiore di sviluppare il disturbo rispetto a quelle non religiose. Si noti che sono dati offerti dalle scienze sperimentali e non dalla fede.

Vanderlei de Lima è un eremita della diocesi di Amparo,
Igor Precinoti medico con un post-lauream in Medicina Intensiva e una specializzazione in Malattie infettive, nonché dottorando in Clinica Medica presso l’Università di San Paolo.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
depressionereligione
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