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La tesi del Dio alieno di Mauro Biglino smontata pezzo per pezzo

Mauro Biglino © Gabriele Geraci/CC | Alien © adike/Shutterstock.
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Molti dei suoi lettori cercano in lui semplicemente un puntello per sorreggere la loro ostilità al cristianesimo e alla Chiesa, ma non pochi tra loro restano turbati dai suoi libri per difetto di strumentario tecnico

Ora, questa è grammatica storica delle lingue derivanti dal semitico nord-occidentale: se con un nome dalla morfologia plurale si usano abitualmente voci verbali dalla morfologia singolare il filologo è tenuto a postulare che, per qualche motivo (di natura linguistica, non teologica né – tantomeno – ufologica), quel referente plurale abbia un contenuto singolare. Al grammatico spetta poi il ruolo, mediante la linguistica comparata, di cercare di stabilire come e perché si verifichino certe anomalie linguistiche (capitano anche in altre lingue, specialmente per nomi astratti, come ho ricordato con l’esempio del greco). Fino a questo punto, insomma, il teologo non è chiamato in causa. Ancora meno lo è l’ufologo. E siamo alla terza lezione di ebraico biblico.

Ma dopo questa premessa – che è materia di filologia pura e di grammatica storica, dunque non soggetta a influssi di sorta – volgiamoci a vedere come Biglino argomenta la sua tesi. Vediamo anzitutto la vicenda dello sfortunato alieno precipitato sul pianeta Terra.

Supponiamo che io colonizzatore (cioè Elohim biblico, theos greco, deus romano, ecc.) sia un materialista impenitente, non creda in nulla che non sia ciò che si sperimenta quotidianamente e abbia come scopo fondamentale, anzi unico, quello di passare il resto della mia vita in modo più agiato possibile. Per vivere al meglio gli anni che la biologia mi concede avverto la necessità di accumulare beni e dotazioni materiali: dovrò poterne disporre a mio piacimento […]. Per questo il mio scopo sarà quello di possedere molto e sapere di poterne disporre per sempre: le-’olam, direi biblicamente, cioè per un “lungo tempo”, almeno per tutta la durata della mia vita che, casualmente, è di gran lunga superiore a quella degli autoctoni che ho trovato sul pianeta e/o territorio nel quale sono giunto.

Grazie a questa particolarità lascerò inoltre che gli abitanti del luogo credano che io sia eterno: se ne convincono da soli, perché le loro generazioni si susseguono mentre io permango.

(34)

Così Biglino struttura la sua proposta: si parte con un “supponiamo” cui segue una liberissima ricostruzione di fantasia (e chi può obiettare qualcosa? ha detto “supponiamo”!). Ogni tanto si butta nel paragrafo qualche nozione di lessico biblico, più o meno corretta, come quella sull’espressione “le-’olam” (questa è corretta), e in quel caso – solo in quel caso! – si rimanda a una fonte autorevole (nella fattispecie si tratta del Dizionario di ebraico e di aramaico biblici, di Philippe Reymond e Albert Soggin, pubblicato dalla prestigiosa Società Biblica Britannica e Forestiera). Il lettore, che per il fatto stesso di essere un lettore di Biglino non è uno specialista, resta impressionato dallo scoprire una cosa che non sapeva e che discorda dalle sue (normalmente scarse) nozioni di cultura religiosa; e lo è tanto più se vede che la nozione viene confermata da una fonte esterna, indipendente e autorevole: l’effetto è che s’insinua o si consolida in lui il sospetto di essere effettivamente vittima della propria ignoranza. La cosa terribilmente ironica è che in effetti lo è, ma forse il suo sospetto lo spinge a guardare nella direzione sbagliata… Ma torniamo al nostro crudele YWHW, cioè a uno degli Elohîm finiti sul nostro pianeta non-si-sa-come-non-si-sa-quando-non-si-sa-perché; torniamo a lui e alla sua dura fatica di tirare a campare la sua sporca quasi-eternità.

[…] Nell’immediatezza ho la necessità di trovare dei collaboratori, perché non posso fare tutto da solo e, in prospettiva futura, devo pensare di ridurre al minimo il numero dei possibili rivali […]. Per il primo obiettivo […] stabilirò dei rapporti privilegiati con un numero ridottissimo di individui accuratamente selezionati. […] Con pochi – pochissimi di loro – il rapporto sarà anche aperto, chiaro ed esplicito: conosceranno cioè la “verità” e condivideranno | i miei obiettivi, godendone i privilegi sia pure in misura ridotta rispetto alla mia. Questi li chiamerò “iniziati” e sono quelli che i racconti antichi conoscono come i re-sacerdoti: rappresentanti di vere e proprie caste dotate di quel potere che derivava loro dalla conoscenza reale dei fatti.

(35-36 passim)

Insomma, in pratica mentre il perfido YHWH circuiva Abramo (il credulone), l’astuto Melchidesech faceva da spalla all’alieno ingannatore. Pare (ma su questo punto Biglino non si sbilancia del tutto!) che tali collaborazionisti primordiali fossero

in primis i discendenti diretti dei signori venuti dall’alto, i figli che derivavano dalle unioni sessuali che intercorrevano con i rappresentanti della specie umana: erano i sangue-misto cui si riferisce esplicitamente anche la Bibbia.

(Ibid.)

“Esplicitamente?”, pensa atterrito il lettore. “Anche la Bibbia?”! E mentre, per il sospetto di essere stato raggirato da millenni, già la rabbia gli ribolle dentro, trascura di porsi la semplice domanda di cui sopra? «Se questo libro è stato scritto per ingannarmi, come mai basta leggerlo per svelare l’inganno?».

Domande da pivelli, pensa il sagace lettore di Biglino, ormai smaliziato e avviato sul sentiero dell’iniziazione: «Eppoi – osserva stupito dopo una morbosa consultazione del mai-prima-sfogliato Gen 6 – sulla Bibbia c’è scritto davvero, che gli angeli andavano a letto con le donne!». Dunque Biglino ha ragione. Dunque Melchisedech e gli altri re-sacerdoti erano collaborazionisti degli alieni e i cosiddetti patriarchi erano solo i primi di molti allocchi a credere a una fandonia cosmica (tanto male imbastita che basta leggerla una volta per scoprire il trucco). Le reminiscenze liceali di genetica, che potrebbero porre sensate obiezioni, sono ormai inattingibili… chissà se anche quelle fanno parte dell’inganno!

Sfoglio e sfoglio in attesa degli argomenti decisivi a sostegno della tesi fondamentale, ossia: «Che cosa significa veramente Elohîm?». Niente, a un tratto leggo che quella di Dio sarebbe

una costruzione fatta di idee che reggono se stesse in un circolo vizioso autoreferenziale.

(38)

Che strano: sono parole che esprimono egregiamente l’idea che vado facendomi delle tesi del loro autore… Cerco argomenti e trovo affermazioni così:

Il mistero della fede, il mistero di Dio, sono concetti che i fedeli devono accettare perché i teologi sono stati costretti a inserirli. Ciò che hanno inventato è talmente incoerente e contraddittorio che deve necessariamente essere ricompreso nella categoria del mistero: non lo possono spiegare diversamente.

(40)

E la cosa deve suonare confortante all’ormai infuriato lettore, che scopre di non doversi neppure sentire ignorante (cosa che in effetti è), perché a quanto par di capire non ci sarebbe niente da comprendere, niente che possa rientrare in un pensiero logico. Ecco perché non ci aveva mai capito niente! Quanto a me, invece, che mi sforzo di mettere da parte i miei «due soldi d’elementari / e uno d’università», vorrei solo leggere un argomento a sostegno della fantasmagorica tesi sugli Elohîm alieni. E non ne trovo, perché Biglino divaga su Federico II di Svevia e su Gregorio IX (rivelandomi per giunta che i due erano in combutta: e io che ho perso tempo a studiare le due scomuniche – due – che il secondo inflisse al primo!), aggiungendo al tutto una spolverata di Lutero (più di tre secoli di distanza dai primi due… ma che vuoi che sia di fronte a un le-’olam!).

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