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Cercare di essere felici è un nostro dovere etico

PIEDI VUOTO

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Silvana De Mari - pubblicato il 06/05/17

Dato che gli stati mentali sono contagiosi, se miglioro il mio, miglioro inevitabilmente quello di tutti quelli con cui vengo a contatto e quindi il mondo. Se sono infelice rendo più infelice il mondo. Quindi cercare di essere ogni istante il più felice possibile non è solo un mio diritto, ma il principale dei miei doveri etici.

Martin E. P. Seligman – “La costruzione della felicità” è il capostipite di una serie di studi dove si dimostra che, se teniamo sistematicamente endorfine e serotonina alta e cortisolo basso, viviamo molto di più, una decina di anni circa, diminuendo malattie infettive e degenerative. Tutti i campioni mondiali del pensiero positivo erano tutti nella top ten della catastrofe a contendersi il primo posto.




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Viktor Frankl si è fatto ben tre campi di sterminio. È stato trattenuto dal naufragio solo dalla sua teoria che bisogna tenere lo sguardo fisso sulla bellezza, e dal campo di sterminio è uscito vivo, non solo nel senso che ancora respirava, ma nel senso che la sua umanità non era stata spezzata. Come una cozza allo scoglio.




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Erickson dislessico, daltonico, inchiodato ad una sedia a rotelle dalla poliomielite, è quello che scopre il potere taumaturgico delle parole in grado di sconfiggere addirittura il dolore fisico, costruendo la realtà all’interno della nostra mente. Come diceva un altro dei campioni mondiali, l’autore della poesia Invictus: “Per quanto enorme sia la notte che mi circonda da tutte le parti, io sono e resto l’unico Capitano della mia anima”. All’età di diciassette anni gli fu amputata una gamba per un morbo di Pott (tubercolosi ossea): alle gambe uno ci è affezionato e, quando non le ha più, gli mancano. Oltretutto il morbo di Pott fa un male porco. In tutti i casi, questo uomo è riuscito a vivere fino a cinquantadue anni, non è poco, siamo nell’800, e lui soffriva di tubercolosi fin dall’età di diciassette anni. Ma soprattutto ha avuto una moglie che ha amato e da cui è stato amato, e dei figli, che, forti e sani, se ne sono andati per il mondo.

Dave Pelzer è l’autore del libro A child called it(Il bambino chiamato cosa). La mamma era un po’ irritabile, per vari motivi, per esempio perché era sola, secondo lei era colpa di Dave, che non avrebbe dovuto nascere: lui era nato e il rispettivo padre e compagno se ne era andato, insalutato ospite. Tutte le volte che era arrabbiata, la mamma di Dave metteva Dave con gli avambracci dentro al forno, acceso, fino a quando si formavano delle bolle (ustioni di secondo grado) che poi curava versandoci sopra della varechina. Il campo di concentramento in cui Dave è rinchiuso finalmente si schiude con i suoi sei anni, le martoriate braccia di Dave raggiungono la scuola dove inorridite insegnanti e assistenti sociali si rendono conto della catastrofe e intervengono. Dave viene finalmente tolto alla sua problematica e disfunzionale madre e passa gli anni successivi a parlare con psicologi e assistenti sociali che cercano di curargli il trauma e lui sopporta con una noia assoluta. Dave il trauma non ce l’ha. Come Mozart, è l’enfant prodige della musica, Dave Pelzer è l’enfant prodige della resilienza; a quattro anni lui scopre come si fa a resistere: tieni l’attenzione concentrata su quello che funziona, lui è vivo, mamma non lo ha mai ammazzato, poteva andare peggio, nella sua maniera folle e disfunzionale, mamma lo ha accudito, quindi un po’ lo ha amato, una volta gli ha fatto i biscotti: lui tiene l’attenzione concentrata su quel ricordo.

Lui non ha potuto scegliere se avere una madre migliore, ma per tutto il resto della sua vita lui può scegliere su quale ricordo concentrare l’attenzione. Già da bambino, pur senza conoscere i termini corretti, Dave capisce che mamma è malata e disfunzionale, c’è qualcosa che non funziona all’interno della testa di mamma, ma lui è stato bravo, è riuscito a sopravvivere, è riuscito a fermare mamma prima che lo ammazzasse, lui è vivo e mamma non è diventata un’assassina. Dave è un vincitore e può passare il resto della vita a godersi la vita e la vittoria, questo il passaggio fondamentale che è avvenuto nella testa di Dave e che deve avvenire nella nostra, in quelli di noi che hanno avuto genitori disfunzionali. Molti di noi hanno avuto genitori disfunzionali (ma chi accidenti c’è su questo pianeta, a parte i marziani e gli abitanti del mulino bianco, che ha avuto genitori perfetti 24 ore al giorno 365 giorni l’anno 366 quelli bisestili ?) nonni disfunzionali, insegnanti disfunzionali, vicini di casa criminali e compagni di classe hooligan. So what? E allora? Non abbiamo avuto la scelta se averli o no, ma adesso abbiamo la scelta se continuare a starci male o no, ed è una scelta assolutamente nostra.

Digitate su Google il nome di Nick Vujicic, e arriveremo alla biografia e ai video di un uomo nato senza gambe né braccia che ha deciso di vivere al meglio la sua vita. All’età di otto anni era disperato. Leggere un articolo su una persona con handicap gravissimo che affrontava con entusiasmo la vita, gli ha indicato la via. E ora lui la indica ad altri.




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Anche il coraggio è contagioso.

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