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Perché il viaggio del Papa in Egitto farà storia

Osservatore Romano Handout | AFP
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Il viaggio di Papa Francesco in Egitto, il 28 e 29 aprile u.s., è stato un autentico successo, e da tutti i punti di vista. Eppure non è questo ciò che è stato scritto…

Sulla carta, era anche un viaggio ad alto rischio. Per capirlo bastava osservare l’impressionante dispositivo di sicurezza allestito dal governo egiziano lungo le strade principali del tragitto papale, con un agente ogni 500 metri. E poi, per la messa allo stadio militare, la mattina del 29, gli elicotteri, la confisca dei telefoni cellulari, i droni… anche i giornalisti del volo papale si sono visti annusare le loro cose dai cani anti-esplosivo, prima di riprendere l’aereo del rientro. Dunque, da questo punto di vista, il governo egiziano ha decisamente vinto la scommessa dell’organizzazione di un viaggio senza intoppi.

Ma non si trattava soltanto di sicurezza fisica. Anche sul versante diplomatico il viaggio apostolico di Francesco nel Paese dei faraoni era gremito di insidie – lo ha ammesso perfino un diplomatico della Curia. L’incontro ad Al-Azhar anzitutto, la moschea-università del Cairo, una delle più grandi istanze intellettuali del mondo musulmano sunnita – posizionata però talvolta con qualche ambiguità rispetto ai diritti dell’uomo (e soprattutto a quelli della donna). Ad esempio, alla richiesta del governo egiziano di Al-Sissi, di rivedere la legislazione coranica sul ripudio, l’università ha opposto in rimando un’istanza di archiviazione – per dirne una.

Inoltre, sempre quanto al dialogo coi musulmani – sottolineava il summenzionato diplomatico – scegliere le parole è un lavoro delicatissimo… E questo dà l’idea della difficoltà di stabilire un linguaggio comune, malgrado i sorrisi di facciata. In un contesto di attentati a ripetizione, in queste ultime settimane, contro i copti, il discorso di Papa Francesco ad Al-Azhar, durante una Conferenza per la pace organizzata da questa stessa università islamica, rischiava di apparire una sfida impossibile. Niente di tutto ciò. Il Pontefice regnante, in un discorso diplomaticamente inattaccabile, di una densità e di una profondità poco comuni, non ha fatto alcuna concessione sulle sfide del momento. C’è stato anche un apice di audacia quando il Papa ha chiesto che tutte le religioni condannino fortemente la violenza commessa nel nome di Dio. E s’è indirizzato alle giovani generazioni, domandando loro di combattere l’ignoranza e l’indottrinamento con la formazione, con la cultura, con la storia e con la preservazione della dignità umana in ogni circostanza.

All’andata, nell’aereo che lo portava in Egitto, il Papa aveva offerto una chiave d’interpretazione di questo viaggio pericoloso: «L’unità e la fraternità». La fraternità riguarda i musulmani, con cui il dialogo sul piano teologico è difficile, forse impossibile (così ha ammesso anche il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso). In effetti è difficile evocare la figura di Gesù, che nel Corano non è se non un profeta che avrebbe lasciato a qualcun altro il compito di essere crocifisso al proprio posto (teoria della sostituzione). Del resto, un’altra Rivelazione divina dopo Cristo non è ammissibile per la Chiesa cattolica. Per contro, il dialogo può stabilirsi sulla base della fraternità umana, su valori comuni come la famiglia.

L’unità auspicata dal Papa, da parte sua, s’indirizza maggiormente agli ortodossi. E in effetti quanto sono suggestive le immagini del Papa, del patriarca copto di Alessandria Teodoro II e di quello di Costantinopoli Bartolomeo, mentre con una bellissima preghiera nella chiesa di san Pietro rendevano omaggio ai 29 martiri uccisi lo scorso dicembre in un attentato contro alcune chiese copte al Cairo. Nella loro dichiarazione comune, firmata il giorno stesso, Francesco e Teodoro II riprendono l’espressione “ecumenismo del martirio”, auspicando che il sangue dei martiri sia «seme di unità tra i discepoli del Cristo». Su questa base, così conforme alla tradizione cristiana da Tertulliano in qua – il sangue dei martiri seme di cristiani – è quindi molto probabile che questo viaggio di Papa Francesco, più che altri, avrà seminato un germe di unità particolarmente potente. Tanto più che i copti costituiscono in Medio Oriente la prima minoranza cristiana, per ordine di importanza.

E comunque il successore di Pietro non ha tralasciato i cattolici. Era uno dei rischi di questo viaggio dalle tonalità così marcatamente politiche. Anche lì, invece, il Papa ha saputo trovare le parole per incoraggiare il “piccolo gregge” dei copti cattolici – circa 200mila in tutto l’Egitto – riuscendo, malgrado gli onnipresenti agenti di sicurezza, a creare un’atmosfera di calorosa festa in famiglia, almeno durante il giretto sul caddy prima della messa. E più tardi ha fatto lo stesso rivolgendosi al clero con un tono pieno di sollecitudine per le loro prove, ma che non per questo ha dismesso la consueta esigenza. Lo stesso ha fatto quando ha incoraggiato preti e seminaristi, religiosi e religiose egiziani a essere il lievito nella pasta d’Egitto, basandosi sull’esempio plurimillenario dei monaci del deserto, “inventori” del monachesimo cristiano ed esploratori delle grandi tappe della vita interiore.

Di questa minoranza cattolica nella minoranza dei cristiani egiziani – tra il 10 e il 15% della popolazione – Papa Francesco si è mostrato pastore attento: chiedendo apertamente agli ortodossi di avere cura dei loro fratelli cattolici; facendo osservare al presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sissi e alle autorità civili che i cristiani sono “parte integrante” di questo Paese diventato musulmano a partire dal VII secolo, ma le cui radici cristiane, da parte loro, risalgono all’evangelista Marco.

Insomma, a mezzo di parole di verità pesate con attenzione perché pronunciate in un terreno minato, mediante la sua presenza amichevole – l’abbraccio con l’imam Al-Tayyeb lo prova più di ogni discorso – il capo della Chiesa cattolica ha portato a compimento un viaggio la cui fecondità si misurerà certamente nella durata. Del resto l’Egitto, Paese dalla storia gloriosa fin dall’antichità, non era stato scelto a caso. È proprio lì che un’autocritica interna all’Islam sembra venire timidamente alla luce: il Pontefice regnante non ha omesso di chiedere a questo “grande Paese” di giocare un ruolo, che ha voluto giudicare “fondamentale”, nella lotta locale all’islamismo. In fondo è in quella terra che la Santa Famiglia – icona del viaggio – ha trovato rifugio, e che la Chiesa ha trovato una delle sue sorgenti di rinascita dopo le persecuzioni (con lo sviluppo della vita monastica nel deserto). La parola della Scrittura “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 11,1), riportata su uno striscione nello stadio militare del Cairo, lo suggerisce: in futuro, questo Paese potrà certo continuare a essere decisivo nel destino del cristianesimo mediorientale.

[traduzione a cura di Giovanni Marcotullio]

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