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Posso pregare per chiedere a mio marito di apparirmi in sogno?

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L'escatologo: bene il suffragio, ma è contro la fede evocare gli spiriti dei defunti

Ci scrive una lettrice: “Recitare una preghiera per chiedere a mio marito di apparirmi in sogno (o un altro caro): è corretto, è lecito, che limiti ha da un punto di vista spirituale e teologico?”

Giovanni Ancona, docente ordinario di Antropologia teologica ed Escatologia presso la facoltà di teologia della Pontificia Università Urbaniana, premette ad Aleteia: «La relazione tra i vivi e i defunti è un tema abbastanza particolare e delicato e, in proposito, la Chiesa non fa mancare il proprio insegnamento».

L’UNIONE CON I MORTI NON E’ SPEZZATA

Nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II si legge, infatti:

«Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola chiesa e sono tra loro uniti in lui (cf Ef 4, 16). L’unione quindi di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali» (n. 49).

“MEZZO DI CONTATTO”

I fratelli vivi e morti, in altre parole, intrecciano le loro condizioni mediante un proficuo scambio di ‘beni spirituali’. In questo senso, spiega Ancona, «i morti in Cristo conducono un’esistenza attiva, che va a vantaggio dei vivi. Se noi, ancora viventi, esprimiamo la relazione con loro, dal basso, mediante la preghiera di suffragio, essi, i morti, esprimono la loro relazione con noi, dall’alto, mediante la preghiera di intercessione. Essi, cioè, ci accompagnano e ci aiutano lungo il nostro cammino terreno».

La preghiera è, così, «il mezzo di contatto più opportuno e il luogo più adatto per comunicare, nello Spirito, con i nostri morti. Tale mistero di comunione è particolarmente espresso nella preghiera liturgica» (cf. Lumen gentium 50).

“PRESENTI IN CRISTO RISORTO”

I credenti escludono, per questo, «ogni possibilità di contatto con i defunti che preveda l’utilizzo di tecniche, di pratiche magiche, o di quant’altro sia chiaramente incompatibile con la fede. Solo quest’ultima – sottolinea l’escatologo – ci permette di ‘accedere’ alla realtà misteriosa dei nostri morti in Cristo. Lo stesso vale per il contatto dei morti con i vivi; essi sono presenti a noi unicamente nella realtà di Cristo risorto».

LA NOTA DEI VESCOVI

Scrive la Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna in una Nota pastorale, dal titolo La Chiesa e l’aldilà, nell’anno 2000, al n. 25:

Chiedere aiuto alla preghiera dei defunti, così come invocare l’intercessione dei santi è tutt’altra cosa dall’evocare gli spiriti. Già nell’Antico Testamento, Dio aveva proibito l’evocazione degli spiriti dei defunti (Dt 18,10-14; cf. anche Es 22,17; Lv 19,31; 20,6.27). È molto noto il racconto con cui il re Saul contro la sua stessa disposizione aveva voluto consultare una donna negromante (cf.

lSam 28,3-25). Anche gli apostoli mantengono questa proibizione nel Nuovo Testamento in quanto rifiutano tutte le arti magiche (At 3,6-12; 16,16-18; 19,11-21).

Il Concilio Vaticano II, che raccomanda d’invocare le anime dei beati, ricorda anche ripetutamente che il magistero della Chiesa si è dichiarato contro ogni forma di evocazione degli spiriti (cf. LG 49, n. 148: EV 1/419).Nel

concilio Vaticano II, si spiegò quello che si deve intendere con la parola «evocazione» qualsiasi metodo «con cui si cerca di provocare con tecniche umane una comunicazione sensibile con gli spiriti o le anime dei defunti per ottenere notizie e diversi aiuti» (cf Commissione Teologica Internazionale, Problemi attuali di escatologia, 16 novembre 1991, in EV 13/531).

IL CATECHISMO

Anche il Catechismo della Chiesa cattolica respinge l’evocazione degli spiriti dei morti tra le varie forme e figure designate normalmente sotto il nome di spiritismo, e in particolare contesta il ricorso ai medium come «volontà di dominio sul tempo, sulla storia e infine sugli uomini» (CCC 2116).

Mentre la Nota pastorale della Conferenza episcopale toscana parla dell’evocazione delle anime dei defunti come di «una forma di alienazione dal presente e una mistificazione della fede nell’aldilà» (Firenze, 15 aprile 1994).

L’ACCOMPAGNAMENTO DOPO IL LUTTO

Per quanto riguarda la questione dell’accompagnamento delle persone in lutto, si possono leggere con profitto sempre le indicazioni della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna.

Particolarmente difficili per le persone colpite da grave lutto, i giorni e i mesi che seguono immediatamente dopo il funerale: sono i momenti dello sconforto, del dubbio, della solitudine, nell’attesa di un qualche improbabile segno.

IL MINISTERO DELLA CONSOLAZIONE

Particolarmente in quei momenti, spiegano i vescovi, «occorre farsi vicini, accompagnare le persone nella loro sofferenza. È quindi urgente, nelle nostre comunità, la presenza di un nuovo ministero: il ministero della consolazione. Dovrebbe costituirsi, sotto l’azione dello Spirito, un gruppo di persone, dotate di una particolare sensibilità umana e spirituale – meglio riscontrabile in chi è già provato da qualche esperienza dolorosa – con la missione di mettersi accanto a chi è stato colpito da un grave lutto familiare, per aiutarlo a vivere, alla luce della fede e con il coraggio della speranza, il momento della prova. I tempi e le modalità della missione debbono essere studiati in base alle persone colpite dal lutto, la loro situazione familiare, il loro livello di fede, le concrete circostanze in cui si sono svolti i fatti».

TRE SUGGERIMENTI

La Nota dei vescovi offre alcune proposte a titolo indicativo: non solo visitare le persone colpite dal lutto, ma accompagnarle; mettersi loro accanto, con la massima discrezione, ma con il coraggio che viene dallo Spirito, per far loro sentire il conforto della fede e la solidarietà della comunità cristiana:

1) preparare e proporre incontri di fede e di preghiera comunitaria (veglie di preghiera, gruppi di ascolto, ritiri spirituali espressamente dedicati alla consolazione delle persone in difficoltà…), in cui si arrivi a vivere la comunione dei santi, nel senso più profondo della parola, e a far vibrare la fede nella risurrezione di Cristo;

2) far confluire la morte della persona cara nella «corrente della carità», in modo che la persona improvvisamente deceduta o violentemente rapita, continui a vivere in iniziative o opere (caritative, culturali, sociali, ricreative…) che portano il suo nome e che la rendono quindi presente in mezzo a noi con la forza della carità;

3) valorizzare le persone colpite da grave lutto, invitandole a mettere a servizio della comunità la loro esperienza, per aiutare chi si è trovato a vivere la stessa sofferenza, o anche solo a sensibilizzare la comunità e le famiglie al problema del dolore, della malattia e della morte.

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