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«Se resto a letto immobile…» e sul web impazzano le “DAT cattoliche”

© public domain
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Nei pochi giorni che sono seguiti al voto di Montecitorio sulle Disposizioni anticipate di trattamento (il “ddl fine-vita”) i social network sono stati invasi da testi semiseri, a metà tra la facezia e l'apparecchio alla morte, che dicono la nota dominante della nostra cultura popolare

Il 20 aprile scorso, quasi come un inconscio sfregio al “natale di Roma”, del quale si era alla vigilia, il governo italiano ha votato alla Camera il testo sulle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), che introdurrebbe di fatto l’eutanasia nel nostro Paese. Il condizionale è d’obbligo, da un canto, perché l’esecutivo ha i mesi contati e gli equilibri al Senato sono più incerti e instabili che alla Camera; lo stesso condizionale è d’altro canto superfluo, perché se si conta che su 363 votanti i contrari sono stati appena 37 (ma fanno la loro bella figura anche i 267 assenti, per non parlare dei 4 ineffabili astenuti) si può dire che l’eutanasia arriva tardi. Almeno sulla civiltà che col diritto ha rischiarato il mondo per decine di secoli e che ora replica inerzialmente mode barbare.

A ben vedere, però, è forse ingeneroso tacciare di “mode barbare” ciò che potrebbe pure essere un oculato calcolo sulla destinazione delle risorse. Una “spending review del welfare”, come si dice con quegli anglismi tanto smart quanto sospetti di star coprendo del marcio. E in effetti le DAT rappresentano da un lato il solito ipocritume italiota che si barcamena tra nominalismi, e dall’altro un ulteriore elemento di risparmio. Elevando infatti la nutrizione e l’idratazione al rango di “cure” si è potuta approvare – questo comporta il testo votato così largamente alla Camera – la sospensione delle stesse facendola ricadere nell’esclusione dell’“accanimento terapeutico”.

Ecco il genio del diritto latino, che non si accontenta di risparmiare centinaia di migliaia di euro in cambio dell’irrisoria cifra necessaria ad acquistare il Pentobarbital, ma vuole da par suo andare a fondo del problema: sì, perché quando nel 2005 il kit per l’eutanasia fai-da-te fu lanciato sul mercato belga (strano che ci abbiano pensato ben tre anni dopo il varo della legge…) il suo costo era di 45 euro. Poi è arrivata la Svizzera, che avrà preso a servire il cocktail in esclusive coppe modello Socrate e che giustamente imponeva un plusvalore di 40.000 franchi (quasi 37mila euro), probabilmente perché la cicuta 2.0 è amara come quella di un tempo e nella Confederatio Helvetica si sopperisce all’inconveniente con finissimo cioccolato fondente (che, come si sa, ha il suo prezzo). Era il 2008 e il Pentobarbital diventava per molti un tenore di morte che non ci si poteva permettere: dei coraggiosi provarono quindi ad avvelenarsi con dell’elio, il quale oltre a portare con sé la poetica reminiscenza d’infanzia dei palloncini che volano in cielo costa “solo” 300 franchi (276 euro e un caffè – in Italia). Pare che le immagini dei candidati che per interminabili minuti si contorcevano in preda alle convulsioni, prima di morire, abbiano toccato i sensibili cuori dei politici svizzeri, i quali umanamente disposero che il servizio omicida fosse riportato a prezzi concorrenziali. Bisogna ringraziare loro se oggi un poveraccio può farsi assassinare in un’esclusiva clinica svizzera per una bazzecola che si aggira intorno ai 10mila euro (spiccioli da clochard svizzero, evidentemente): la cioccolata è sempre compresa, l’ultimo pasto pure e anche il viaggio di ritorno delle spoglie mortali (che spesso vengono cremate… chissà come mai…). Il viaggio di andata no: tocca pure venirsi incontro, questa è gente che lavora!

Comunque, ora che il mercato della morte ha il suo prezzo medio anche il kit fai-da-te è salito di prezzo e costa poco meno di 100 euro. Si sa, l’inflazione… Dovendo considerare tutto questo, il legislatore italiano ha osservato che, potendo generalmente un uomo morire una volta sola, almeno in extremis sarebbe auspicabile osservare un criterio di giustizia distributiva: e chi lo sa se il Pentobarbital sintetizzato da questa casa farmaceutica è più o meno efficace di quello prodotto da altre. Come si farebbe, poi, a indennizzare i clienti insoddisfatti? Come si vede, il problema è grave (ma, analogamente alla classe politica, non è serio): la fame e la sete, invece, sono uguali per tutti. E sono gratis.

Totò non avrebbe saputo pensare di meglio. E fin qui l’amarezza di una Cosa Pubblica votata alla dissoluzione.

Ma il popolo italiano è pure paziente, ironico, tollerante – talvolta fino all’indolenza, purtroppo –; e la sua cultura è ancora largamente cattolica (quelli che sospirano guardando alla Francia e alla Germania dovrebbero sapere che se da noi l’alta concentrazione di migranti produce molti meno danni sociali di quelli prodotti Oltralpe lo si deve alla cultura popolare cattolica del popolo italiano, che non fa morire di fame “un povero cristo”). Invece ora vogliono convincerci che morire di fame sia una trovata geniale per tutti, altro che migranti.

È questo contesto di malinconica ironia che ha prodotto nei giorni scorsi testi che, scritti un po’ per gioco e un po’ sul serio, un po’ per protesta e un po’ per testimonianza, veicolano la formulazione di alcune “DAT cattoliche”. Ne presi visione giorni fa dalla mia amica Beatrice, che a sua volta ringraziava per l’ispirazione Angelo, nostro amico comune. Condivisi anch’io quelle righe, nello spirito che ho descritto poc’anzi, e vi ho aggiunto qualche considerazione personale. Fino a stamattina ho visto quel testo rimbalzare sui social di profilo in profilo e ne ho ricavato l’impressione che stia diventando virale. Mi piace allora riportarlo qui, per aggiungere un paio di ultime chiose.

Dopo il voto di oggi alla Camera dei Deputati dispongo la mia DAT Dichiarazione Anticipata Trattamento:

«Ai miei parenti, ai signori medici e a coloro che mi assisteranno nel periodo finale della mia vita:

  1. Se mi trovo in pericolo di vita, per incidente o per malattia, chiedo di chiamare al più presto un sacerdote cattolico che mi possa dare i sacramenti (Unzione degli infermi e, se è possibile, Confessione e Comunione).
  2. Non si abbia timore di spaventarmi chiamando un prete, perché riceva l’unzione degli infermi; so di che cosa si tratta.
  3. Non voglio nessun accanimento terapeutico, ma solo la normale assistenza, compresa l’alimentazione e l’idratazione, perché anche Gesù ha voluto un sorso d’acqua prima di morire.
  4. In caso di forti sofferenze, chiedo che mi siano somministrate tutte le cure palliative e sedative, ma non la “sedazione profonda”, perché questa viene data sapendo e volendo che il paziente non si risvegli più.
  5. Nel momento dell’agonia, chiedo che siano accanto a me persone credenti, la mia famiglia, mio marito, i miei figli, i miei parenti, i miei amici che mi aiutino a sopportare la sofferenza col loro affetto, mi accompagnino con la loro preghiera, e mi raccomandino a san Giuseppe e alla Madonna. Ma anche i miei amici non credenti che mi vogliono bene e a cui voglio bene.
  6. Chiedo fin d’ora a Dio la grazia di una santa morte, e che Dio stesso venga glorificato nella mia morte.
    Queste sono le mie volontà, quelle di una cristiana del terzo millennio. Amen».

Ho notato qualche minima variante, nelle versioni che mi è capitato di osservare in circolazione, ma nulla di sostanziale. Da parte mia aggiunsi:

che vorrei ogni giorno, vicino a me, la recita della Liturgia delle Ore,
del Santo Rosario,
degli atti di fede, di speranza e di amore dopo le Lodi (niente prima dell’Invitatorio),
del Credo (prima di Compieta).
Dopo Compieta solo un’antifona mariana.
La Messa (almeno la domenica).
Un’esposizione del Santissimo (almeno una volta al mese).

A fronte di questo, due considerazioni venivano addotte da altri utenti dei social network, e poiché anch’esse esprimevano la loro parte di ragionevolezza mi sembra opportuno riportarle. Un amico ha infatti osservato:

C’è il rischio che a qualcuno vengano in mente le “Dat buone”.

E naturalmente dal punto di vista etico è impensabile (e parimenti irricevibile) la pretesa di disporre della propria vita come di un bene proprio fra altri. Un’amica, che mi è sempre cara per la profondità delle riflessioni, osservava da parte sua:

Anche io vorrei un prete al mio capezzale e vorrei anche 5000 beghine che pregano (perché è certo che servirà tutta la spinta propulsiva possibile per mandare in paradiso me), ma ci sarà chi avrò invitato quando avevo voce. Così il mio prete verrà, se andrò a messa tutte le domeniche: non ha bisogno di leggere le mie dat per sapere che la sua presenza è attesa e desiderata. Avrò accanto gli amici che sarò stata capace di tenermi nella vita, con un atteggiamento aperto e disponibile (ahimè, chi resterà visto il mio caratteraccio?). […] Ben più preoccupante è la prospettiva di una morte improvvisa che non quella di una morte lenta. Io, per me, mi auguro che un lungo dolore venga a purificare la mia anima, prima di presentarla al cospetto dell’Altissimo. E parte della purificazione sarà accettare muti ciò che altri decideranno per me.

Tutto così vero da non necessitare commento. Mi pongo solo un’ultima domanda, soprattutto rileggendo il testo di Angelo e Beatrice con la mia postilla (cui aggiungerei ancora che ogni sabato sera mi piacerebbe ascoltare uno dei quattro Vangeli, a rotazione, letto da cima a fondo, tutto d’un fiato): avrebbe un qualche senso trasformare una stanza d’ospedale in una cappella?

Mi rispondo: penso proprio di sì. Senza nulla togliere all’importanza della cappella in ogni nosocomio, a uno sguardo cristiano è chiaro come il sole che ogni lettino è molto più di una chiesa, è in certo modo un tabernacolo, dove realmente viene ospitata la presenza di Cristo, sofferente e abbandonato. Attorno a ogni tabernacolo, si sa, la Chiesa si raduna, come chiamata a raccolta (difatti la parola “chiesa”, dall’ebraico e dal greco, significa proprio “assemblea convocata”). Non sto esagerando, e non serve essere san Camillo De Lellis per vedere distintamente Cristo nei malati, specie in quelli gravi o completamente rimessi alle nostre volontà. Lo scriveva, parlando della figlia Françoise, il laicissimo e umanissimo Emmanuel Mounier, il 20 marzo 1940, in una lettera alla moglie Paulette:

Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia?

Uno scritto noto, certo, almeno in qualche contesto. Ma se Cristo ebbe a profetare che – quando nel Giudizio Universale dirà di aver “avuto fame” e di “aver avuto sete” – né i cattivi riconosceranno di averlo trascurato né i buoni di averlo curato, forse dobbiamo intendere che davvero molte cose stanno diversamente da come appaiono. Soprattutto per le fallaci leggi degli uomini.

E i numeri del primo voto parlamentare sull’eutanasia all’italiana restano un monito inquietante

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