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Cosa ci dice il nostro dolore?

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Quando soffriamo, il nostro corpo ci parla, ma bisogna saperlo ascoltare

A volte si verificano tragedie o conflitti che non siamo capaci di superare, e allora il nostro corpo decide di manifestarsi. E qual è il suo unico linguaggio? Il dolore, che si trasforma rapidamente in tortura. È come l’ultimo avviso per renderci conto che è il momento di prenderci cura del nostro corpo… e della nostra anima.

L’esempio di Claire

Claire vuole prendere in braccio sua figlia, ma il suo corpo non è d’accordo. Un dolore lancinante compare all’improvviso attraversandola dalla spalla alla mandibola. Bisogna stendersi, l’abbraccio dovrà aspettare. Dopo qualche giorno prendendo analgesici con ben pochi risultati, il dolore aumenta. È il momento di ricorrere a un esperto. Iniziano così i pellegrinaggi di medico in medico.

La risonanza non trova alcuna causa particolare, per fortuna. Tutti gli esami tranquillizzano, ma il dolore persiste, si aggrava.

Fisioterapisti, massaggi, un ritmo di vita più lento, alimentazione sana… non funziona nulla. Il dolore è lì, fedele compagno quotidiano.

Poi si verifica un problema nuovo. Il figlio di Claire, un bambino sano di quattro anni, ha sviluppato dei tic. La sofferenza si trasmette alle generazioni future? La famiglia, preoccupata, decide allora di consultare uno psicologo infantile.

Una sofferenza psicologica nascosta

L’analisi della storia familiare rivela più di tutti gli esami tecnici di immagini mediche.

Il famoso dolore alla spalla compare infatti varie volte nell’albero genealogico di Claire, non è una novità. E come capita spesso, la sofferenza psicologica è lì, ben nascosta ma presente.

Claire non vuole che io pensi che il suo matrimonio la delude, e tuttavia le sue parole finiscono per tradirla. “Ho sempre sognato di avere una vita di famiglia, un marito, dei figli… Ora questi desideri si sono realizzati, ma le cose non funzionano. Sono di cattivo umore, dormo male. Pierre è un buon marito, un buon padre, ma francamente pensavo che partecipasse di più, che mi aiutasse di più nei doveri quotidiani”.

“I bambini sono splendidi, ma ho problemi a controllarli. Ci sono giorni in cui sento di detestarli. Sono crudele, ingrata. Mi lamento in continuazione, anche se tutte le mie amiche mi invidiano. Non sono mai contenta. Sinceramente ho tutto, ma non sono felice. E ora anche questa spalla che mi tortura!”

Un benessere apparente

Il benessere non garantisce l’assenza di problemi, che sarebbe garantita piuttosto dalla volontà e dalla forza di superarli. Ed è proprio questo che manca nella vita di Claire. La ragazza immaginava che la sua vita sarebbe stata come una favola: sarebbero vissuti felici e avrebbero avuto molti figli, uno più buono e bello dell’altro. Ma che senso ha credere a queste cose?

È evidente che il fatto di fondare una famiglia non garantisca né la felicità né l’assenza di problemi. Con o senza famiglia, ci si presentano costantemente nuove necessità e nuovi desideri. Le esigenze cambiano, aumentano, e il disincanto ci accompagna per tutta la vita, è un sentimento normale. Anzi, va considerato un aiuto, un segno del fatto che evolviamo, che progrediamo. Non c’è niente di cui vergognarsi in questo.

Tener conto dei sentimenti

Al contrario di ciò che dice Claire, che si proibisce di provare alcune ovvietà, bisogna prestare attenzione alle nostre frustrazioni. L’aspetto psicologico e quello somatico – ovvero il corpo – formano un tutt’uno. Detto in altri termini, qualsiasi inganno imposto dalla nostra mente corre il rischio di trovare una via di fuga che preferiremmo evitare: il dolore, inspiegabile e a prima vista incurabile.

Il modo in cui negoziamo con i nostri sentimenti influisce così sulla nostra condizione fisica. Sapevate che quasi l’80% di noi sperimenta almeno una volta a settimana manifestazione di ordine psicosomatico? Dolori muscolari vari, dolori addominali, diarrea, costipazione, arrossamenti, artriti…

Senza dimenticare, ovviamente, lo stress! Questo vile compagno interferisce con il metabolismo dei grassi e accelera la comparsa dell’insufficienza cardiaca. In poche parole, la manifestazione del dolore è un buon motivo per insistere sul fatto di essere sinceri con se stessi e affrontare i propri sentimenti. Ma non è l’unica ragione.

Il dolore è un messaggio

Si tratta di un messaggio codificato che faremmo bene a decifrare, soprattutto quando i medici sembrano incapaci di offrire una diagnosi o alleviare il nostro dolore. Ma come stabilire un legame tra i nostri dolori e le nostre angosce?

Iniziamo accettando di dover dare un’occhiata ai nostri ricordi negativi. Seppelliamo molti conflitti irrisolti per evitare di doverli affrontare. Se credete che ritirare fuori certe cose non sia necessario, ricordate semplicemente che la storia, per quanto possa essere antica, non è necessariamente risolta. Ciò che viviamo è importante, ma lo sono anche le emozioni che ci impediscono di sentire.

Quali pensieri nascondiamo con timore leggendo queste parole? Di cosa ci vergogniamo?

La negazione non è ovviamente la soluzione, ma può essere la pista che ci permette di trovare le connessioni psicosomatiche che ci fanno soffrire, senza dimenticare che continuare a minimizzare il problema servirà solo a sprecare le nostre energie e a impedirci di realizzare grandi progetti.

Permettere che la sofferenza fisica si insedi, che perduri, che aumenti, potrà solo avere un impatto negativo sul nostro organismo, sui nostri sistemi vitali e sul corretto funzionamento dei nostri organi.

La decodifica passa per l’analisi dell’organo che si lamenta come eco dell’origine della sofferenza. I sintomi psicosomatici non appaiono perché abbiamo problemi, ma perché non li vogliamo affrontare. Negare, minimizzare, abbandonare, qualsiasi forma di fingere che tutto si risolverà per magia è il modo migliore per garantire la continuazione di un impatto negativo sulla nostra qualità di vita.

I sintomi psicosomatici

Le persone o gli eventi che rifiutiamo di affrontare sono illimitati: noi stessi, nostra madre, il nostro capo, il nostro medico, Dio… E quindi anche la lista delle malattie psicosomatiche non ha fine. Dall’altro lato, sorgono costantemente nuove teorie sull’origine dell’una o dell’altra malattia somatica.

Prendiamo l’esempio della sindrome del colon irritabile. Questa anomalia può essere la conseguenza di una concentrazione mentale sulle nostre esperienze negative. Una polarizzazione di questo tipo finisce per implicare una visione semplificata e negativa del mondo per il soggetto, che accumula e reprime la sua collera e la sua irritazione, trasformate alla fine in spasmi e dolori, ovviamente del tutto superflui.

Anche l’eczema mostra il rapporto tra malattia e psiche: descritto spesso come un’automutilazione, attacca quando l’individuo è incapace di perdonare, il che si traduce in prurito, arrossamento… Evidentemente non ci sono regole fisse, ma curare la nostra psiche è fondamentalmente prenderci cura del nostro corpo.

Come vivere meglio?

Vivendo coscientemente! Dobbiamo essere in sintonia con quello che proviamo, senza autocritiche o censure. Non dobbiamo aver paura di percepire e di esprimere i nostri desideri, e dobbiamo imparare a conoscerci, ad accettarci. Dobbiamo imparare ad amarci di più.

Pensiamo a lavorare su di noi come a un progetto. È una caccia per snidare i conflitti irrisolti e permetterci così di essere più consapevoli di noi stessi.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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