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Per questa donna la santità era nelle piccole cose di tutti i giorni

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 22/04/17

Ha portato avanti battaglie per i diritti dei lavoratori, ma la sua breve vita è stata caratterizzata dalla sua ordinarietà

Nella Francia del XIX secolo c’era una giovane suora talmente ordinaria che, quando era in punto di morte, sentì una delle altre suore dire: “Che cosa metteremo nel suo necrologio?”, e un’altra carmelitana rispose: “Entrò giovane e morì presto. Questo è tutto”.

Potreste conoscere questa suora: Santa Teresa di Lisieux, chiamata “la più grande santa dei tempi moderni” da papa San Pio X. Eppure fu nella sua stessa ordinarietà che Dio l’ha chiamata per essere una grande santa. Alcuni di noi sono chiamati ad essere dei missionari in giro per il mondo, altri a ricostruire la Chiesa di Dio, ma la maggior parte di noi è chiamata ad essere ordinaria.

E se Teresa fu ordinaria, la Venerabile Margaret Sinclair (1900-1925) lo fu ancora di più. Sebbene un rapido sguardo alla sua vita spiega il soprannome “Piccolo fiore scozzese”, l’infanzia di Margaret non è stata affatto signorile, e la sua famiglia non era composta da santi come i Martin. No, Margaret era un piccolo fiore di periferia, ma è nelle sue basse origini e nella sua ordinaria santità che la vita di Margaret Sinclair può chiamarci alla grandezza.




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Prima di nove figli, Margaret è cresciuta in un piccolo appartamento ad Edimburgo. Suo padre era uno spazzino, sua madre una malata cronica. Margaret dovette dunque lavorare sin dalla tenera età, facendo i più disparati mestieri. Quando Margaret aveva 14 anni, suo padre e suo fratello andarono a combattere nella prima guerra mondiale. Margaret lasciò quindi la scuola, iniziando a lavorare in una fabbrica di mobili.

Da operaia, Margaret non era semplicemente iscritta ad un sindacato, ma era una vera e propria sindacalista, e protestava quando i salari dei lavoratori venivano ingiustamente ridotti. Tra lei e il suo superiore c’era una continua disputa su un’immagine della Madonna che Margaret aveva appeso nel angolo in cui lavorava. Ogni sera lui la metteva giù, e ogni mattina Margaret la appendeva nuovamente, senza dire parola. Mostrava la sua tenacia in tutto ciò che faceva, soprattutto nel prendersi cura della madre, spesso sopraffatta dalle sue difficili condizioni di salute. Ogni volta che sua madre pensava di non farcela, Margaret la guardava negli occhi e le diceva la stessa cosa: “Non mollare”.

Nella grande crisi del dopo-guerra Margaret restò disoccupata, e dovette urgentemente cercare un nuovo impiego. Riuscì a trovare un posto di lavoro in una fabbrica di biscotti. Sebbene lavorasse a ritmi molto serrati, Margaret amava trascorrere del tempo in preghiera e andava alla Messa quotidiana ogni volta che poteva. Durante le vacanze, Margaret e sua sorella Bella andavano ogni giorno a Messa e ricevevano quotidianamente la Comunione, una pratica non molto comune all’epoca. Quando Bella si disse preoccupata di non essere abbastanza santa per ricevere la Comunione così frequentemente, Margaret rispose con buon senso: “Non andiamo a Messa perché siamo buone, ma perché vogliamo essere buone“.

Nonostante il faticoso lavoro, Margaret era ancora abbastanza piena di energia per andare a ballare. Il suo spirito (e il suo amore per i vestiti raffinati) la resero molto apprezzata, in particolare da Patrick Lynch. Lynch si era allontanato dai sacramenti, e quando Margaret passò del tempo con lui incoraggiandolo a tornare alla fede, lui si innamorò di lei. Si presentò a lei con un anello di fidanzamento, minacciando di suicidiarsi se lei lo avesse rifiutato. Margaret ne fu turbata, soprattutto quando scoprì che i suoi genitori erano contenti della proposta. Ma la preghiera e i saggi consigli di un sacerdote la aiutarono a comprendere che la sua vocazione fosse altrove. “Pensavo che fosse la volontà di Dio, e che [Lynch] mi sarebbe potuto piacere” confessò, ma il suo cuore era destinato al chiostro.

Margaret salutò quindi la famiglia e si diresse verso Londra. Lì il suo accento e la mancanza di istruzione la resero oggetto di disprezzo da parte di una comunità di clarisse, dove molte delle suore erano nate in famiglie aristocratiche. Sebbene avesse sperato di essere una suora corista e cantare l’Ufficio Divino per otto ore al giorno, sembrò più adatta ad essere una suora ordinaria, che avesse molto più contatto con il mondo esterno.

Soltanto due anni dopo l’ingresso alla vita religiosa, suor Mary Francis delle Cinque Piaghe (così era conosciuta da religiosa) contrasse la tubercolosi. Morì otto mesi dopo, all’età di 25 anni.

In Margaret Sinclair non ci fu eroismo, se non quello di aver condotto una vita ordinaria: nel sorridere invece di arrabbiarsi, nel lavorare quando non ne aveva voglia, nell’accettare la volontà di Dio a prescindere da quanto fosse difficile. Comprese, e molti di noi non lo hanno fatto, che la vera santità consiste nello svolgere bene le proprie opere quotidiane.


SAN GIUSEPPE

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[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
lavorospiritualità

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