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Sei un peccatore, sì. Lo siamo tutti. Ma lasciati guidare

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5 passi spirituali per comprendere meglio il tuo peccato e puntare a una conversione autentica

Al di fuori di questa, il male commesso diventa una sofferenza cieca, priva di senso o di speranza. Il dolore sperimentato come nel pathos greco, ovvero “un affetto veemente dell’animo”, una sofferenza che colpisce le pareti del cuore e aggredisce la persona, deteriora la valutazione personale e in molti casi porta la psiche all’esaurimento e alla tristezza.

Il dolore per i propri peccati che si riversa nella fede è diverso? Totalmente. Il dolore continua ad essere dolore, ma non si sperimenta come pathos ma come penthos, ovvero come lutto, un dolore inserito in un rapporto con qualcuno e non con se stessi. È molto importante, perché anche se esiste la sofferenza per aver offeso l’altro, il dolore non diventa violento e cieco perché tende a un Volto, è pentimento che cerca al di fuori di sé, che cerca il perdono che non troverà mai in se stesso. E come sappiamo, il perdono di Dio non fa aspettare. Il Signore si lancia tra le braccia del peccatore pentito e trasforma il suo dolore nei dolori del parto, del neonato, in lacrime di gioia per il fatto di aver ricevuto una dimostrazione dell’amore immenso e immeritato di Dio, un amore che ci rigenera e ci fa rinascere – perdono dietro perdono – nel mistero bello e profondo della nostra condizione di figli.

In questo modo, ci dice padre Rupnik, “il cuore non si spezza, ma il lucchetto che lo blocca va in pezzi e così il cuore può battere liberamente senza limitazioni. Il pentimento è un movimento che porta all’abbracio (…), che mette la persona sulla via di un rapporto libero, in cui anche la colpa viene interpretata in chiave di un rapporto più autentico, più stretto, ovvero nella chiave del Volto”.

Quanto è diverso accostarsi al sacramento della Riconciliazione quando si è sperimentato il penthos e quando si è sperimentato solo il pathos a causa dei nostri peccati! Ma su questo punto mi soffermerò più avanti.

3. Integrare la fragilità

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Non vorrei che la divisione che ho effettuato ci confondesse. Integrare la fragilità non è una tappa tra il pentimento e la confessione, quanto piuttosto un atteggiamento spirituale trasversale a tutto questo processo. Integrare la fragilità significa riconciliare la nostra condizione di figli amati con il fatto che il peccato esiste nella nostra vita e probabilmente esisterà sempre. Questo apparente paradosso dell’amore divino non è secondario nel cristianesimo. San Paolo dice che “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Leggete bene. San Paolo non dice “quando ci siamo comportati bene è morto per noi”, né “quando ci siamo pentiti è morto per noi”… Le parole sono “mentre eravamo ancora peccatori è morto per noi”, e questa è la “prova”, ovvero il fatto o l’argomentazione davanti alla quale cedono tutti i dubbi sul fatto che Dio ci ami.

Qualcuno ha intuito le conseguenze di questa frase per la vita cristiana? Preparatevi perché ci troviamo di fronte a un grande mistero. Significa che la mia debolezza può essere una porta d’accesso a una delle esperienze più belle e intense dell’amore di Dio nella mia vita, e che quindi la santità stessa “non è all’estremo opposto rispetto alla tentazione, ma nel cuore stesso della tentazione. Non ci aspetta al di là della nostra debolezza, ma al suo interno” (Andre Louf).

Una volta un buon amico mi ha detto che correva a confessarsi non appena commetteva un peccato. Non so se sia un consiglio buono o cattivo, so solo che fuggire dal peccato non deve significare fuggire dalla nostra condizione di peccatori. Integrare la fragilità è, con le parole di Louf, “imparare a rimanere nella nostra debolezza consegnandoci allo stesso tempo alla misericordia di Dio”. Chi ripudia costantemente la sua fragilità e ne fugge come se fosse una malattia contagiosa non la sta integrando nella sua vita e non fa che preparare un cammino di delusioni personali che lo porteranno lontano dalla grazia e dalla misericordia, gli unici due balsami capaci di curare le ferite del peccato.

Arrivando alle cose concrete, infine, come so se sto integrando bene la mia fragilità? Credo che una persona che ha iniziato a percepire che l’amore di Dio per lei è capace di sbocciare nel terreno più difficile inizi a poco a poco a relazionarsi con i suoi peccati e le sue miserie non più in base a un pathos autoreferenziale, ma a un’esperienza di penthos aperta al volto di Dio, ovvero con l’esperienza di dolore-gioia di chi sa che Cristo, mediante la sua croce, prende su di sé e assume ogni oscurità personale. Essere capaci di collocare le nostre miserie sulla croce ci libera da un rapporto con il Signore centrato sul peccato, che si vive con angoscia ed è costantemente piagato da promesse di cambiamento, sensi di colpa e una ricerca disordinata del fatto che Dio ci dica qualcosa o ci faccia sentire il suo perdono. Una corretta integrazione del male nella nostra vita dovrebbe portarci ad essere capaci di relazionarci con Dio ponendo al centro Lui e il suo amore e godendo di tutta l’ampiezza e la profondità di un rapporto con Cristo in cui il dialogo sul proprio peccato fa parte di quel rapporto ma non è né l’unico elemento né il più importante. Usando un simbolo, direi che la croce è il l’appendiabiti su cui Gesù ci invita ad appendere le nostre miserie per entrare più leggeri – come i figli redenti che siamo – nel santuario del nostro rapporto con Dio.

4. Confessione e riconciliazione

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La chiave per realizzare una buona confessione è lasciare che Dio sia Dio. Se dopo la confessione pensate qualcosa del tipo “Sì, lo so, ho peccato, sono stato questo e quello perché non sapevo veramente chi è Dio né come mi salva, ma ora lo so e lo comprendo. Da oggi non lo farò più. Anzi, Signore, mi pento e ti prometto che farò questa e quella penitenza, questo e quel sacrificio, perché ho peccato. D’ora in poi, Signore, puoi contare sul fatto che farò così, che starò attento a questo e a quello…”, padre Rupnik direbbe che è un ragionamento “completamente chiuso nell’ego. Usa la formula di un dialogo, ma intesse un monologo.

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