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Ecologia integrale: e se fosse possibile?

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A questa domanda Mayeul Jamin ha deciso di rispondere confrontandovisi corpo a corpo. Affascinato dalla questione ecologica, convertito all’idea di un’ecologia integrale, da più mesi batte la Francia in lungo e in largo per dare alla teoria un’esistenza pratica. Lo incontriamo

Aleteia: Come sei arrivato a interrogarti sulla questione ecologica?

Mayeul Jamin: Da principio è stato grazie a uno dei miei fratelli maggiori. Provocato com’era dalle sfide ecologiche e dalla giustizia sociale, dobbiamo a lui a casa delle discussioni famigliari infiammate sull’argomento – e progressivamente queste sfide hanno preso sempre più posto nella mia riflessione. E poi è arrivata la Manif pour Tous. Durante le discussioni, un concetto si è imposto, a poco a poco: quello dell’ecologia umana, poi dell’ecologia integrale… e quest’idea magnifica di non vedere l’ecologica come un’opposizione tra la natura e l’uomo ma come l’equilibrio tra la natura creata da Dio per l’uomo e quest’ultimo che avrebbe in cambio il dovere di preservarla.

Dopo le manifestazioni, avendo terminato i miei studi da ebanista, sono andato per sei mesi in Aude [dipartimento francese di Occitania, diremmo “provincia di Carcassonne”, N.d.T.], a stare da un carpentiere-contadino per scoprire un altro modo di lavorare. Un’esperienza che sarebbe stata fondamentale, per me, perché vi ho scoperto un modo di orientare fondamentalmente la vita. Dopo quest’esperienza, ho lavorato per un’impresa di restauro di finestre antiche per 18 mesi, dalle parti di Parigi.

A.: E poi hai lasciato?

M.J.: Sai, la finestra… si fa presto a “girarla tutta”… E poi ho avuto bisogno di vedere dell’altro. Ho lasciato l’impresa nel maggio 2016 per preparare questo giro di Francia che mi frullava in testa da due anni. E alla fine del mese di giugno sono partito.

A.: Concretamente, qual era la tua idea?

M.J.: Ti confesso che al principio era piuttosto vaga. Sono partito con uno o due indirizzi, un po’ all’avventura. Ma l’obiettivo era veramente di dimostrare che tutto quello che sentiamo da anni sulla permacultura, l’agricoltura bio e il non utilizzo dei pesticidi era finalmente fattibile. In altre parole, volevo mostrare che la teoria è praticabile e che un altro stile di vita è possibile.

A.: Quindi hai aperto un blog per raccontare tutto questo…

M.J.: Sì, ma ormai è andato parecchio oltre l’obiettivo iniziale. All’inizio era soprattutto indirizzato alla mia famiglia e ai miei amici, perché potessero vivere con me quest’avventura. E poi, mano a mano che incontravo gente e che la mia riflessione andava maturando, mi sono reso conto che poteva allargarsi a un pubblico molto più largo. Oggi me ne servo per pubblicare le interviste con le persone che incontro.

A.: Non hai paura di passare per una specie di idealista? Dopo il Maggio ’68, c’è stata una volontà di ritorno alla terra la cui esperienza è durata poco per un gran numero di entusiasti. Non c’è una visione utopica del mestiere del contadino?

M.J.: L’hai detto, il mestiere è molto duro – nel senso fisico. È una delle sfide della mia proposta: rendersi conto della realtà di questi mestieri. Ma si può conservare un ideale senza diventare degli utopisti: per questo mi sono sforzato di mostrare la realtà del quotidiano di questi personaggi. Cerco – nella misura del possibile – di passare qualche giorno in loro compagnia e di lavorare con loro, di condividere il loro quotidiano.

A.: Allarghiamo l’orizzonte: sei cattolico, ecologista militante e – diciamolo – zadista [un attivista delle “ZAD”* (zone da difendere): una specie di “noTav”, N.d.T.]. Non ci vedi una contraddizione?

M.J.: Basta semplicemente leggere l’enciclica di Papa Francesco sull’ecologia integrale, Laudato si’. Vi si trova illustrato alla perfezione il paradosso in questione. Quest’apparente contraddizione è il risultato di un abbandono progressivo, da parte dei cristiani, delle grandi sfide sociali e ambientali. Per me, i cattolici hanno scordato che sarebbero chiamati a essere i primi ecologisti, ed è questo oblio che ha dato alla sinistra il monopolio del campo. Nessuno dovrebbe dirsi “cattolico ed ecologista”: la vera formula dovrebbe essere “cattolico e quindi ecologista”. Adoperandomi per un’ecologia integrale, insomma, penso di proporre qualcosa di totalmente coerente.

A.: Coerente fino alla ZAD*?

M.J.: Non penso di potermi davvero considerare uno zadista… mi sono recato due volte a Notre-Dame des Landes e ho potuto discutere lungamente coi partecipanti. C’è da dire che la croce che portavo al collo e l’adesivo di un pellegrinaggio sulla mia macchina hanno suscitato parecchie domande. Ma al di là dei nostri disaccordi etici profondi, loro vivono molto male l’incoerenza tra il discorso e gli atti dei cattolici sulla questione ecologica. Penso che ci sia un ponte da costruire tra i militanti ecologisti e i cattolici. In fondo, ci adoperiamo tutti perché l’uomo rispetti di più la natura, che ingloba l’ambiente.

A.: Che contraddizioni vedi nella lotta ecologico-politica?

M.J.: Per la maggior parte, la gente vede la causa ecologica come una battaglia della natura contro l’uomo. Come se queste due entità fossero in opposizione. La loro seconda contraddizione è questa: mettono la libertà umana al di sopra di tutto. Protestano di essere ecologisti ma prendono le parti di tutti i “miti di progresso”.

A.: E per quelli che vorrebbero seguire le tue avventure? Dove possono trovarti?

M.J.: Anzitutto sul mio sito. Altrimenti, sono da poco entrato nella squadra della rivista Limite e tra qualche mese dovrebbe uscire un libro

[traduzione a cura di Giovanni Marcotullio]

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