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«La Sindone esisteva già prima del 1300», un altro storico lo riconosce

© P.M WYSOCKI / LUMIÈRE DU MONDE
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A chiarire le cose oggi è uscito un libro interessante firmato da Emanuela Marinelli, autorità indiscussa sull’argomento, e dallo storico Livio Zerbini, docente di Storia romana e storia antica all’Università degli studi di Ferrara, dove è anche direttore del Laboratorio di antichità e comunicazione (LAC), e docente presso la scuola di dottorato dell’Università di Bologna. Il titolo è La Sindone. Storia e misteri  (Odoya 2017). L’autorevole contributo del prof. Zerbini si è proprio concentrato sul contesto storico del processo e della crocifissione di Gesù e della ricostruzione del percorso storico compiuto dalla Sindone.

La Sindone «di puro lino» viene effettivamente citata dagli antichi liturgisti orientali e latini, come appare nei testi di San Giovanni IV Nesteutes, patriarca di Costantinopoli e San Germano, vescovo di Parigi (VI secolo), San Rabano Mauro, arcivescovo di Magonza (IX secolo), Remigio d’Auxerre (IX-X secolo), Onorio di Autun (XII secolo) e così via. Arculfo, vescovo della Gallia del VII secolo, riferì anche di aver visto il sudarium che era stato sul capo di Gesù durante il suo viaggio in Palestina, assieme ad un linteamen più grande, sul quale compariva l’immagine dello stesso Signore. La presenza a Gerusalemme di un sudarium di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro è testimoniata anche dal “Commemoratorium de casis Dei vel monasteriis” (808 d.C.) redatto per l’imperatore Carlo Magno.

La prima presenza certa della Sindone risale comunque al 1356-1370, riprodotta in un Medaglione votivo ritrovato nel 1855 su cui appare uno stemma legato a Geoffroy I de Charny. Quest’ultimo, cavaliere crociato, ebbe certamente possesso della Sindone. Come arrivò nelle sue mani? Esistono varie ipotesi, le più certificate sono concordi nel seguire per l’appunto la pista dei Crociati o dei Templari, nati per difendere i luoghi santi e i pellegrini che li visitavano. D’altra parte su un coperchio di cassa ritrovato nel 1944 a Templecombe, nel sito che fu una precettoria templare dal 1185 sino all’inizio del XIV secolo, è venuta alla luce l’immagine di un uomo barbuto simile al Volto della Sindone: con la tecnica della sovrapposizione in luce polarizzata sono emersi ben centoventicinque punti di congruenza tra le due immagini.

A questo proposito, è davvero interessante l’approfondimento di Marinelli e Zerbini sulla somiglianza «tra il volto sindonico e la maggior parte delle raffigurazioni di Cristo conosciute nell’arte, sia orientale sia occidentale». «E’ evidente», scrivono «e non può essere attribuita a un puro caso; deve essere il risultato di una dipendenza, mediata o immediata, di un’immagine dall’altra e di tutte da una fonte comune». A chi ipotizza che è stato il presunto autore della Sindone a copiare l’immagine classica nella raffigurazione di Gesù nell’arte, rispondono che «è una tesi non sostenibile, perché le ricerche e le analisi eseguite sulla reliquia hanno escluso, con certezza assoluta, ogni ipotesi di una fabbricazione con mezzi artistici» dell’immagine sindonica. Sia le immagini classiche di Cristo, sia l’Uomo della Sindone, presentano «parecchi elementi non regolari, difficilmente attribuibili alla fantasia degli artisti, che permettono di dedurre come le antiche raffigurazioni del volto di Gesù possano dipendere dalla venerata reliquia» (p. 155).

L’ispirazione sindonica «è evidente, ad esempio, nei segni esistenti tra le sopracciglia, sulla fronte e sulla guancia destra del volto di Cristo delle catacombe di Ponziano a Roma (VIII secolo). Il volto di Cristo di Hosios Loukas nella Focide, databile attorno all’anno Mille, e quello della chiesa di Santa Sofia a Kiev, della prima metà dell’XI secolo, mostrano realmente la stessa persona» (p. 156). Occorre anche considerare che la Sacra Scrittura non tramanda alcuna descrizione della persona fisica del Salvatore e nei primi tempi del Cristianesimo furono usati soltanto simboli (come l’agnello, il pane, il pesce ecc.). Altre prove di una matrice comune sono nel volto di Cristo nella cappella di San Lorenzo in Palatio a Roma (V-VI secolo), il mosaico della Cappella di San Venanzio presso il Battistero di San Giovanni in Laterano (VII secolo), il Cristo della Cattedrale di Tarquinia (XII secolo), il Salvatore della Cattedrale di Sutri (XIII secolo) e il mosaico (XIII secolo) dell’abside della Basilica di San Giovanni in Laterano. Ancora più evidente è la coincidenza tra il volto sindonico e quello che appare sul vaso d’argento del VI secolo trovato a Homs (in Siria). Qui sotto alcuni esempi.

 

La seconda parte del libro affronta l’argomento dal punto di vista scientifico, ripercorrendo tutti gli studi e le evidenze emerse, così come una descrizione di quanto avvenuto durante il prelievo per la datazione tramite radiocarbonio.

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