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Orrore: l'Inghilterra condanna a morte un bambino di 8 mesi

Charlie Gard - CC

Questo bambino di 8 mesi è stato condannato a morte dalla “giustizia” di un Paese che si ritiene “civile”, nonostante la possibilità di lottare per la propria vita attraverso un trattamento sperimentale all'estero

Francisco Vêneto - pubblicato il 13/04/17

La “giustizia” del Paese “civile” ha calpestato il volere dei genitori di Charlie

La “giustizia” inglese, tra virgolette e con lettera minuscola per una questione di Giustizia, ha autorizzato questo martedì l’omicidio forzato di un bambino di appena 8 mesi, schiacciando mostruosamente perfino la volontà dei genitori del bimbo condannato a morte.

Il piccolo Charlie Gard soffre di una rara malattia mitocondriale che provoca l’indebolimento dei muscoli e gravi danni cerebrali. Riceve sostegno vitale presso l’ospedale di Great Ormond Street di Londra, ma i medici hanno “deciso”, contro la volontà dei genitori del bambino, che le apparecchiature che lo tengono in vita devono essere scollegate per “evitare una sofferenza inutile”.




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I genitori di Charlie, Chris Gard e Connie Yates, volevano portare il figlio negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale, e decisi a dargli tutte le possibilità esistenti di vita e cura, per quanto minime, hanno respinto tassativamente il “suggerimento” assassino dei medici.

Il caso è passato alla “giustizia”, tra virgolette e con lettera minuscola. Molto, molto minuscola.

Durante il processo, una dottoressa ha dichiarato che il bambino non sente e non si muove più e sta “soffrendo inutilmente”.

Charlie è nato sano nell’agosto 2016, ma a due mesi è stato ricoverato per polmonite da aspirazione e le sue condizioni sono peggiorate molto rapidamente. I genitori hanno avviato una campagna di raccolta fondi per portare il bambino negli USA. Grazie alla solidarietà concreta di oltre 80.000 persone, hanno raccolto 1,2 milioni di sterline.

La “giustizia” inglese, tra virgolette e con minuscola, ha però strappato loro il diritto di tentare di salvare il figlio.

È stata degna di una dittatura assolutista la scena presso l’Alto Tribunale d’Inghilterra in cui la famiglia di Charlie ha ricevuto gridando forte “No!” l’odiosa decisione del giudice Nicholas Francis, che ha avuto il coraggio di dichiarare che batteva il suo martelletto omicida “con la massima tristezza”, ma allo stesso tempo con “l’assoluta convinzione” di fare “il meglio per il bambino”.

Nelle terribili parole del rappresentante di questa minuscola “giustizia”, il piccolo condannato allo sterminio merita “una morte degna”. Secondo il giudice, però, questa “dignità” non consisterebbe nel lottare per la vita mediante un trattamento nuovo, ma nell’essere costretto a subire l’eutanasia, senza alcun rispetto neanche per la volontà dei genitori di garantire al figlio anche la più esigua speranza di vivere. Può esserci prova più esplicita di dittatura assassina dell’intromissione dello Stato nella decisione di una famiglia che vuole la VITA del proprio figlio?

È abominevole l’ipocrisia con cui si tentano di camuffare con termini “dolci” ed “empatici” le forme mostruose di pensare, parlare e agire degli schiavi della cultura della morte e dello scarto che regge il mondo “civile” nella nostra epoca.

Questa cultura, che pervade in modo sempre più corrosivo tutti i segmenti della vita sociale, accademica, politica ed economica della nostra società suicida, è sata denunciata innumerevoli volte e con forza da Papa Francesco, il massimo esponente attuale della cultura della vita e dell’incontro che caratterizza il cristianesimo.

La terribile metastasi del cancro morale che imputridisce dentro e fuori la “società civile” emerge dalle parole del giudice, che ha avuto il coraggio di rivolgersi in questo modo ai genitori del bambino di cui aveva appena decreato l’omicidio:

“Voglio ringraziare i genitori di Charlia per la loro campagna coraggiosa e degna a suo nome, e soprattutto rendere omaggio alla loro dedizione totale nei confronti del loro meraviglioso figlio dal giorno in cui è nato”.

Non riesco a pensare ad alcuna possibilità di ascoltare una dichiarazione come questa, in questo contesto, senza sentire la forza di un pugno in faccia e l’eco di una risata di scherno in ogni sillaba di quella condanna.

Che grado di mostruosità è necessario, in modo consapevole o meno, per condannare un bambino a morte e rivolgersi con una simile ipocrisia ai genitori della propria vittima indifesa? Una vittima che ha ancora una possibilità!




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L’avvocato della famiglia di Charlie, Laura Hobey-Hamsher, ha riassunto gli effetti di questa sentenza dittatoriale e assassina dichiarando che i genitori del bambino sono semplicemente “distrutti”.

Il loro figlio ha una possibilità di vivere! Minima, infima, non importa. È una possibilità, e loro vogliono e hanno il diritto di abbracciarla con tutta la forza della loro speranza e del loro amore di genitori!

Chi si può arrogare il diritto di negare loro questa possibilità?

Non è purtroppo la prima volta che un giudice della “civile” Inghilterra ha determinato il distacco del sostegno vitale a un bambino nonostante l’espressa volontà dei genitori di continuare a lottare per la sua vita.

Nel 2015 la “giustizia” inglese, tra virgolette e con lettera minuscola, si è reso complice dell’omicidio di una bambina che aveva subito danni cerebrali irreversibili per via della mancanza di ossigeno durante il parto, avvenuto all’interno di un’automobile.

Se la “giustizia” crede davvero che prendendo questo tipo di decisione omicida sta compiendo “il bene”, la situazione, già abominevole di per sé, diventa ancora più preoccupante.

Qualunque essere umano che abbia un minimo desiderio sincero di difendere la vita ha il dovere morale di levare la propria voce di fronte agli attacchi sempre più aperti da parte delle orde della morte e dello scarto. Per ora, il diritto di protestare non è ancora stato proibito. Per ora.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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