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Il parroco che vale un milione di dollari. A tanto ammonta la taglia contro Padre Alejandro Solalinde

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Così Padre Solalinde aiuta i migranti a sfuggire alla violenza dei cartelli della droga

Un milione di dollari. È questa la cifra che i narcotrafficanti sono disposti a pagare pur di vedere ucciso Alejandro Solalinde, il più importante difensore dei diritti dei migranti in Messico, responsabile di un centro di accoglienza (“Hermanos en el camino”, “Fratelli sulla strada”), a Ixtepec, città nel sud del Paese, nel quale ogni anno transitano 20 mila migranti.

Solalinde è un sacerdote cattolico che dal 2011 vive sotto scorta. Da anni il parroco, ora 72enne, sfida i cartelli della droga e la polizia corrotta, denunciando ai mass media internazionali le violenze subite dagli “indocumentados” e dalla popolazione locale (Messaggero Veneto, 4 aprile).

SEQUESTRI E PROSTITUZIONE

Solalinde sottrae la “materia prima” dei loro business criminali. Gli uomini, in particolare, vengono infatti rapinati o sequestrati per riscatto, le donne rapite e costrette a prostituirsi, i bambini destinati alla tratta. E spesso la polizia è collusa con i narcotrafficanti.

IL FAMIGERATO TRENO MERCI

E’ nel 2005 che fonda il rifugio “Hermanos en el camino”. In poco tempo il rifugio diventa un luogo simbolo per mezzo milione persone (il 25% sono bambini) che ogni anno tentano di raggiungere gli Usa sulla “Bestia”. Un treno merci a cui si aggrappano nel lungo viaggio, a volte mortale, verso l’El Dorado del Nord. «Erigere barriere è inutile, i migranti non si possono fermare», spiegava a La Stampa (18 ottobre 2013)

L’OMICIDIO DELLA GIORNALISTA

Nelle ultime ore la minaccia contro Solalinde si è rinnovata in occasione delle esequie della giornalista Miroslava Breach, assassinata una settimana fa in Messico, mentre sostava in macchina davanti casa. «É tardi per avere paura», ha spiegato Padre Alejandro, accusando pubblicamente i narcos di codardia per aver ucciso una donna disarmata.

“NON HO PAURA DI MORIRE”

Puntualmente la minaccia dei narcos si è nuovamente abbattuta su di lui: «Non ho paura di morire, perché la mia vita è nelle mani di Dio – ha commentato padre Solalinde – Non posso tacere ma continuerò a gridare ancora più forte, per far ascoltare il grido di quanti non hanno più voce».

L’ESEMPIO DI PADRE SEENYONDO

Accompagnare le vittime della violenza è per Solalinde l’unica forma di evangelizzare ai tempi della narco-guerra: «Come ha fatto padre Ssenyondo. È venuto dall’Uganda a Nejaba, nella diocesi di Chilpacingo-Chilapa, una zona infestata dai narcos e abbandonata dal potere centrale. Là è diventato l’unico punto di riferimento per i 3mila abitanti, poveri contadini vessati dal crimine. Per questo, sette mesi fa, l’hanno rapito e ucciso. Ci sono tantissimi casi come il suo. Ufficialmente se ne calcolano una trentina dal 2006 ma troppi mancano all’appello: il Messico è una tomba clandestina… » (Avvenire, 17 novembre 2014)

Il 13 e il 14 maggio padre Solalinde, candidato al Nobel per la pace nel 2017, sarà in Italia, ospite del festival udinese Vicino/Lontano.

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