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Della vera ecologia: perché vado a confessarmi e a fare la Santa Comunione

Shutterstock/Sebastian Duda

Paola Belletti - pubblicato il 04/04/17

Si chiamava “Viva la Natura!”. Col punto esclamativo nel logo. Era una mini e pretenziosa ONG fondata da me insieme con le amiche del cuore. Un club che, proprio in forza della sua natura giuridica, era fortemente esclusivo.

Infatti già a pochi giorni dalla sua fondazione abbiamo all’unanimità escluso Alessandro. Lo avreste fatto anche voi; si capiva lontano un miglio che non prendeva la faccenda sul serio. Non ci credeva fino in fondo al fatto che il nostro club avrebbe salvato una significativa quota di natura sottraendola alla barbarie o anche solo alla distrazione di adulti indaffarati e bambini già troppo votati al consumismo.

Simona, Stefania, Greta ed io eravamo del tutto determinate. La Natura meritava sempre la maiuscola e andava rispettata. Ed era evidente che la nidiata di merli appena usciti dal guscio sottratta alle cure di mamma merlo e papà merlo avesse uno scopo di ricerca. Li abbiamo in un certo senso sacrificati alla scienza. No, non ne è sopravvissuto nessuno. Avrebbero preferito nutrirsi dal becco di mamma e papà che dalle nostre manone che intendevano ingozzarli di mollica bagnata di latte. Avessimo avuto google, allora, ne sono certa, avremmo potuto verificare con maggiore scrupolo quale sbobba o pastura sarebbe stata più consona alla loro nutrizione.

Ma erano gli anni ’80.

Il club durò il tempo di un’estate. E ora della sua fine aveva persino accolto tra i suoi membri l’irriverente Alessandro; previa necessaria espiazione e adeguata iniziazione, com’era giusto che fosse.




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Di quello slancio infantile ho perso molto. Persino l’adamantina determinazione a diventare veterinaria. Troppo poca poesia negli esami anatomo-patologici. E troppi esami tout-court.

Sono rimasta però una ecologista. Una vera attivista, via via più convinta. E ora, finalmente, sono persino certa che nel mio piccolo sto contribuendo a salvare il mondo e le meraviglie del Creato.

Infattimi confesso spesso. E mi accosto, meschina ma decisa, all’Eucarestia.

E così permetto all’unico Salvatore di riparare alla catastrofe che il peccato originale e tutti i nostri peccati personali infliggono al Creato. Dal suo vertice, l’uomo, fino all’ultimo degli sconosciuti echinodermi.

Mi adeguo, sebbene un poco recalcitrante, al diktat mondiale e di quartiere sulla raccolta differenziata. Lo faccio per quieto vivere e perché occorre pure essere bravi cittadini. Finché non mi chiederanno di bruciare incensi o scorie inorganiche all’Impero, lo farò con sufficiente zelo.

Sono pure sempre più convinta che questo spazio lasciato incolto e divenuto preda dei più selvaggi animalismi, naturismi, ecologismi, debba diventare per noi cattolici occidentali una terra di evangelizzazione. Tardiva, forse. Ma vera. Autentica. Sincera e virile come era l’amore del vero poverello d’Assisi e non stucchevole e rancorosa nei confronti dell’invasore umano come quella figurina progressista di un santo inesistente che ci hanno fatto trovare in tutte le edizioni dei nostri immaginari infantili.




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Proprio ora il Sommo Pontefice, in questi nostri tempi dell’ecosostenibilità spacciata come unico orizzonte di speranza, ha scritto, e col nome di Francesco, un’Enciclica sul rapporto dell’uomo con il creato. Ricollocando e l’uomo e il creato al posto che compete loro.

Forse anche questo iato, tra le nostre anime e la natura attinge al pozzo avvelenato che intorbidisce l’acqua dove ci vedremmo riflessi interi, anime corporee e spiriti incorporati e non spezzati o prigionieri di un soma che ci ostacola. Forse tra gli articoli del nostro possente Credo dimentichiamo troppo spesso quello della resurrezione della carne. Dei corpi nuovi e vigorosi. Della gloria che spetta alle nostre membra. Forse non ci ricordiamo che il dogma dell’Assunzione al cielo di Maria è anche un bellissimo spoiler sulla fine di questo nostro terreno inizio; ed è anche l’incipit della bellezza incorruttibile per la quale DominedDio ha provocato tempeste e maree, esplosioni ed ere glaciali e, non pago, ha mandato il Figlio per darci un Paradisio ancora più bello dell’Eden perduto.

Ecco, sì. È solo ora che sono una vera ecologista. Amo la natura con la minuscola perché la maiuscola è di Dio e per estensione può essere attribuita al Suo Creato. Sospinta dalla mia personale impazienza, cerco di forzare i tempi della Rivelazione dei figli di Dio perché i continui gemiti della Creazione, suo malgrado tristamente sottoposta alla corruzione, iniziano a disturbarmi. (cfr Romani, 8, 19-23)

Tags:
comunioneconfessionecura del creatoecologiapapa francesco
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