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Perché dobbiamo le sette note a Giovanni il Battista

Ivanhoe CC via Wikipedia

Daniel R. Esparza - pubblicato il 04/04/17

Guido D'Arezzo, l'inventore della moderna notazione musicale, ha nominato le sue note con un acrostico tratto da un inno per la festa del santo

Forse pensavate che i nomi delle note musicali abbiano avuto origine con Maria von Trapp, componendo canzoni per intrattenere i suoi futuri figliastri mentre andavano in bicicletta per le campagne austriache. Ma la vera origine è molto più antica.

La moderna notazione musicale nasce intorno al 1025 a Pomposa (Ferrara), sulla costa adriatica, quando il monaco benedettino e teorico musicale Guido D’Arezzo notò che gli altri monaci avevano difficoltà a ricordare le melodie che avrebbero dovuto cantare pregando la liturgia.

Il sistema di Arezzo (esattamente lo stesso che usiamo ancora oggi, composto essenzialmente da cinque righe, quattro spazi e sette note in ottave diverse) sostituì la notazione neumatica, che consisteva in alcune indicazioni sul tono e sul ritmo da seguire, suggerendo al cantante le variazioni da eseguire – a livello di articolazione, durata o tempo – in base alle proprie capacità di respirazione. Infatti la parola neumatica deriva dal greco “pneuma”, che significa “respiro”, oppure dal greco “neuma”, che significa “segno”. Nei primi tempi della Chiesa, per esempio, la notazione neumatica è stata utilizzata per annotare le inflessioni nella recitazione ecfonetica (cioè “quasi-melodica”) delle Scritture.

Il Micrologus di Guido D’Arezzo (il suo trattato musicale, diventato il secondo testo maggiormente distribuito sulla musica nel Medioevo) includeva ciò che noi oggi conosciamo come la notazione su pentagramma, imponendo l’uso (e i nomi) delle nostre sette note musicali: ut-re-mi-fa-so-la-si (fu Giovanni Battista Doni a cambiare ut in do, nel 18esimo secolo). D’Arezzo utilizzò la prima strofa dell’Ut queant laxis (un inno dedicato a San Giovanni Battista) per ricavare, dalla prima sillaba di ogni riga, il nome della nota con cui veniva cantata: “UT queant laxis, RE sonare fibris, MIra gestorum, FAmuli tuorum, SOlve pollute, LAbii reatum” (‘Affinché possano cantare, con voci libere, le meraviglie delle tue gesta, i servi Tuoi, cancella il peccato, dal loro labbro impuro’).




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La settima nota, il SI, è stato formato usando le iniziali di San Giovanni, in latino “Sancte Iohannes”. Ma è stato aggiunto successivamente, per completare la scala diatonica.

Per ascoltare l’Ut queant laxis, potete riprodurre il video qui sotto.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
musicasan giovanni battista

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