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Quale Chiesa tra vent’anni?

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Con questa domanda si apre il Festival della Creatività nel Management Pastorale presso la Lateranense a Roma

Con un titolo che è tutto un programma, che non da risposte ma stimola riflessioni, si apre il Festival della Creatività a Roma: “Quale Chiesa tra vent’anni?”. Suggestivo perché parla di profezia, di umiltà nell’ascolto e di discernimento, impegnativo perché parla di rimboccarsi le maniche e uscire. Uscire fuori dal circuito classico delle parrocchie, ma soprattutto, lo dice Monsignor Enrico Dal Covolo Rettore della PUL nel suo saluto, uscire da se stessi: “Come Papa Francesco ci ricorda, si è creativi per essere fedeli. Fedeli alla Parola, a una Tradizione, a un Magistero, a un insegnamento carico di sapienza. Sarebbe molto pericoloso e foriero di divisioni il voler agire senza questo riconoscimento. La nostra idea è accompagnata e donata, passa dalle nostre mani all’autorità”.

Una riflessione, quella del Rettore, tutta incentrata sui misteri Gioiosi del Rosario: a ciascun grano corrisponde, questa l’idea di Dal Covolo, un aspetto della “Creatività“, dove quella umana deve sempre tentare di essere riflesso di quella divina: “Occorre apprendere l’arte di lasciare. In questo si riconosce il discepolo missionario di cui parla Papa Francesco. Ama senza trattenere e trattenersi. Genera, semina senza accentrare su di sé, ma lo fa gratuitamente. Si decentra. È libertà piena. E’ l’atteggiamento giusto per essere pienamente generativi nello Spirito: una beata libertà, frutto della povertà in spirito.”

Lo spirito del Festival è quello di una creatività al servizio della Chiesa, capace di dire cose fastidiose ma che portino frutto alla comunità. Vengono ricordate le parole di Papa Francesco al clero di Caserta: “E’ il Signore che dice: «Vai qua, vai di là, fai questo …», ti suscita quella creatività che a tanti Santi è costata molto. Pensate al Beato Antonio Rosmini, colui che ha scritto Le cinque piaghe della Chiesa: è stato proprio un critico creativo, perché pregava. Ha scritto ciò che lo Spirito gli ha fatto sentire, per questo è andato nel carcere spirituale, cioè a casa sua: non poteva parlare, non poteva insegnare, non poteva scrivere, i suoi libri erano all’indice. Oggi è Beato! Tante volte la creatività ti porta alla croce. Ma quando viene dalla preghiera, porta frutto. Non la creatività un po’ alla sans façon e rivoluzionaria, perché oggi è di moda fare il rivoluzionario; no, questa non è dello Spirito. Ma quando la creatività viene dallo Spirito e nasce nella preghiera, ti può portare problemi”.

Gli ha risposto, con grande acume e molta profezia, il vicepresidente della CEI, il vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla che ha esordito ricordando che qualunque discorso che voglia parlare del futuro della Chiesa, non può che guardare alle sue origini, alla predicazione di Cristo, alle prime comunità.”Anzitutto, occorre ritornare al racconto dei gesti essenziali per i pastori e per la vita delle comunità cristiane. Altrimenti l’azione immediata riempirà le nostre giornate e sovente saremo stremati dal lavoro, non sapendo però, se oltre ad aver fatto molto, avremo operato anche bene. Il racconto ci fa prendere distanza dagli impegni che sovente ci travolgono; ci aiuta a ritrovare il filo rosso delle nostre iniziative, dei gesti sacramentali e dei cammini spirituali, della prossimità alla vita delle persone”

E mette in guardia: “La teologia distingue tra futurum ed eschaton: quello che noi possiamo prevedere è il futurum, che è il prolungamento dei nostri desideri presenti; quello che invece dobbiamo accogliere è l’eschaton, che è il dono che ci viene incontro e ci trasforma. Il futurum diventa anticipazione dell’eschaton, se fa interagire il nostro operare credente con il dono inatteso della grazia che converte il nostro cuore. L’azione dell’uomo e il dono di Dio si fondono nel “meraviglioso scambio” da cui scaturisce il volto futuro della chiesa e del cristiano”.

Immaginare la chiesa – dice monsignor Brambilla –  può essere solo un’opera di squadra: è un’opera che esige intesa comune e generosità nel gioco e nel mettersi in gioco. Per questo la sfida è a schierare in campo tutti i giocatori e prepararsi con una panchina lunga. Il tempo della coltivazione e della formazione dei giocatori della Chiesa di domani è decisivo.”

Due spunti importanti sono venuti dal professor Charles Zech, Direttore del Villanova Center for Church Management di Philadelphia, negli USA, istituzione partner della Scuola di Management della PUL che ha ricordato, nel suo intervento, una realtà spesso poco compresa dai seminaristi e dunque dal futuro sacerdote:

Il patrimonio delle parrocchie è un patrimonio della comunità, va amministrato da pastore o come dice il codice civile italiano, con “la responsabilità del buon padre di famiglia”…

La discussione si è spostata su un tema molto sensibile e spinoso: il calo delle vocazioni e l’invecchiamento, specie in Occidente, partendo da questi contributi raccolti nei giorni precendenti il Festival, tra persone e studenti della stessa PUL.

Le sfide sono essenzialmente tre: rivedere il rapporto tra laici e sacerdoti, aprendo a maggiori responsabilità organizzative per i primi in modo da lasciare ai secondi maggior tempo per l’impegno pastorale e la preghiera, ripensare il ruolo delle parrocchie e la loro forma, e naturalmente la cura dei seminari.

Questo dal lato “ecclesiale”, mentre nel “mondo” una riflessione è emersa: come possiamo avere più vocazioni, se non facciamo più figli?

 

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