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“Se a dieci anni sei così attaccabrighe e maleducato, come sarai da grande?”

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ARAUTOS DO EVANGELHO - pubblicato il 21/03/17

Il bambino diventato santo grazie a un riprovero della madre (e una storia che ispirerà la vostra vita di fede)

Sulla tragica morte di San Massimiliano Kolbe nel campo di sterminio di Auschwitz si sa e si dice molto, mentre meno nota è la sua esistenza piena di imprese apostoliche intelligenti e audaci, frutto di uno spirito di grandi orizzonti illuminato dalla profonda devozione nei confronti della Madonna.

Talis vita, finis ita, dice un noto adagio. Se Massimiliano compì alla fine della sua esistenza il gesto eroico che lo avrebbe portato al martirio, fu perché Maria Immacolata lo aveva ispirato. Ed egli ha saputo rispondere perfettamente, fin da piccolo, a questa bella ed elevata vocazione.

Nato nell’era del progresso

La Polonia della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX, come tutta l’Europa e l’America, era in piena prosperità materiale. La società di allora si deliziava nell’euforia e nello splendore della Belle Époque e nel comfort, più preoccupata di godersi la vita che di quello che era collegato alla religione. Il laicismo dominava le menti e i costumi.

In questo contesto storico nacque Raimondo Kolbe, l’8 gennaio 1894 nella città polacca di Zduska Wola. Il giorno stesso venne battezzato. I suoi genitori, Giulio Kolbe e Maria Dabrowska, erano profondamente cristiani e devotissimi alla Vergine Maria. Dei loro cinque figli, due morirono da bambini e gli altri tre abbracciarono la vita religiosa.

Una visione che indirizzò la sua vita

Bambino vivace e turbolento, Raimondo ricevette un giorno un rimprovero dalla madre che segnò la sua vita: “Se a dieci anni sei così attaccabrighe e maleducato, come sarai da grande?”

Un busto di San Massimiliano Kolbe presso l'altare della Madonna del Miracolo, dove celebrl la sua prima Messa - Altare della Madonna del Miracolo nella Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, Roma

Queste parole penetrarono a fondo nell’anima del bambino, che rimase molto male e pensò a lungo all’accaduto. Voleva cambiare vita e ricorse alla Madonna. Inginocchiato ai piedi di una sua immagine nella chiesa parrocchiale le chiese: “Che mi succederà?”

Rimase assai sorpreso quando gli apparve la Madre di Dio che stringeva tra le mani due corone, una bianca e l’altra rossa. Sorridendo con fare materno, gli chiese quale sceglieva. Quella bianca significava che avrebbe perseverato nella castità, quella rossa che sarebbe stato martire. Raimondo scelse entrambe.

La vocazione religiosa

Nacque allora, per grazia dell’Immacolata, la vocazione religiosa. Decise di diventare francescano cappuccino, e a 14 anni iniziò gli studi nel seminario minore dei frati conventuali insieme al fratello Francesco.

A 16 anni venne ammesso al noviziato, scegliendo il nome Massimiliano in onore del grande martire africano. Forse pensava già al suo futuro…

L’anno dopo pronunciò i voti semplici. Per via della sua grande intelligenza, i suoi superiori decisero di mandarlo a Roma perché proseguisse gli studi al Collegio Serafico Internazionale, studiando poi Filosofia all’Università Gregoriana.

Sentendo parlare delle difficoltà per mantenere la purezza nella Roma dell’epoca, il giovane frate chiese di non andare, ma in nome della santa obbedienza partì per la capitale della cristianità, dove oltre a completare gli studi fece la professione solenne il 1° novembre 1914, aggiungendo al suo nome religioso quello di Maria, la Vergine Immacolata.


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Iniziano gli anni di lotta

A Roma, Massimiliano si scontrò con l’insolenza con cui i nemici della Chiesa la attaccavano, senza una reazione proporzionata da parte dei cattolici. Decise allora di entrare nella lotta anche prima di ricevere l’ordinazione sacerdotale. Riunendo intorno a sé sei condiscepoli, nel 1917 fondò l’associazione apostolica Milizia di Maria Immacolata, i cui statuti iniziavano dichiarandone gli obiettivi: la conversione dei peccatori, anche dei nemici della Chiesa, e la santificazione di tutti i suoi membri, sotto la protezione di Maria Immacolata. In essa accettò solo giovani coraggiosi e veramente disposti ad accompagnarlo in quell’impresa, con il titolo di Cavalieri d’Avanguardia.

La sua sete di anime venne registrata negli atti della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 28 aprile 1918. Il mattino seguente volle celebrare la sua prima Messa sull’altare della Madonna del Miracolo, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, perché lì si era verificato il celebre episodio che aveva visto protagonista Alfonso Maria Ratisbonne: davanti all’apparizione della Santissima Vergine, si era inginocchiato ebreo e si era rialzato cattolico, in una conversione miracolosa e istantanea, nel 1842. E nell’agenda delle Messe dei suoi primi giorni da sacerdote, padre Kolbe scrisse che voleva celebrare il Santo Sacrificio per “impetrare la conversione dei peccatori e la grazia di essere apostolo e martire”.

Progresso a servizio della fede

Tornato in Polonia nel 1919, venne ricoverato in un sanatorio per via di seri problemi di salute. Non appena si ristabilì fondò il mensile della sua associazione – Cavaliere dell’Immacolata –, mettendo al servizio della fede il progresso tecnico dell’epoca a livello di grafica.

Alla vigilia del lancio, riunì gli operai, i collaboratori e i redattori – in tutto 327 persone – e trascorsero la giornata in preghiera e digiuno. Quella notte venne organizzata una grande veglia di adorazione del Santissimo Sacramento e di preghiera alla Santissima Vergine, perché benedicessero l’impresa. La sera seguente venne stampato il primo numero del giornale, “figlio” di quelle preghiere. Un grande impulso all’opera ci fu nel 1927, quando il principe Giovanni Drucko-Lubecki cedette a padre Massimiliano un terreno situato a 40 chilometri da Varsavia, dove egli, uomo di grandi orizzonti, iniziò a costruire una Niepokalanów – Città di Maria. Progettava la costruzione di un enorme convento e di nuove installazioni della sua opera di stampa. Con quale denaro? “Maria provvederà”, diceva il santo, “è un affare Suo e di Suo Figlio!”

La sua fiducia non venne tradita. Nel 1939 la rivista aveva la sorpredente tiratura di un milione di copie, e gli si erano uniti 17 periodici di minore portata, oltre a un’emittente radio. La Città di Maria aveva allora 762 abitanti, di cui 13 sacerdoti, 18 novizi, 527 fratelli laici, 122 seminaristi minori e 82 candidati al sacerdozio. Vi abitavano anche medici, dentisti, agricoltori, meccanici, sarti, costruttori, stampatori, giardinieri e cuochi, oltre a un corpo di pompieri.

Quello che alimentava il dinamismo della sua opera apostolica era la solida pietà che egli instillava nei suoi discepoli. La sua spinta propulsiva era l’amore entusiasta e militante per Maria Immacolata, della quale si sentiva una semplice proprietà. E nell’Eucaristia c’era la fonte della fecondità delle sue imprese. Istituì l’adorazione perpetua a Niepokalanów, e iniziava tutti i suoi lavori con un atto di adorazione al Santissimo Sacramento.

Incursione in Oriente

Nel suo desiderio di espandere in tutto il mondo la sua opera evangelizzatrice decise di fare un’incursione in Oriente, perché voleva stampare la sua rivista nelle lingue più diverse per raggiungere milioni di anime in tutto il globo. Aspirava ad avere una Città di Maria in ogni Paese.

All’inizio riuscì a fondarne una a Nagasaki, in Giappone. Nel 1930 la Niepokalanów giapponese disponeva già di una tipografia, dove vennero stampate le prime 10.000 copie di Cavaliere dell’Immacolata nella lingua dei samurai. La sua opera apostolica è ancora lì, con lavoratori locali e numerosi sacerdoti.

In seguito, di fronte ai tragici eventi della guerra, raccontò ai suoi religiosi una grazia mistica che aveva ricevuto in terra nipponica, grazia forse decisiva per la forza che dimostrò nelle tribolazioni che dovette affrontare. Nel refettorio della Città di Maria, dopo una cena, disse: “Io morirò e voi resterete. Prima di congedarmi da questo mondo, voglio lasciarvi un ricordo […] raccontandovi qualcosa, perché la mia anima trabocca allegria: quando ero in Giappone, mi è stato promesso il Cielo con piena sicurezza. […] Ricordatevelo e imparate ad essere pronti alle più grandi sofferenze”.

La II Guerra Mondiale

Quando scoppiò la II Guerra Mondiale, nel 1939, la Città di Maria fu molto esposta ai rischi, perché era situata nelle vicinanze della strada che andava da Potsdam a Varsavia, probabile rotta di un’eventuale invasione delle truppe naziste, motivo per il quale la prefettura di Varsavia ne ordinò l’evacuazione. Padre Massimiliano ottenne un luogo sicuro per tutti i fratelli ma rimase lì con cinquanta dei suoi più stretti collaboratori.


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A settembre le truppe di invasione li fecero prigionieri e li portarono a Amtitz, ma nella festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, furono tutti liberati e tornarono alla loro Niepokalanów, trasformandola in rifugio e ospedale per feriti di guerra, profughi ed ebrei.

Ripresero anche l’opera apostolica, perché gli invasori permisero a padre Kolbe di continuare le sue pubblicazioni in attesa di un pretesto per porre fine al suo apostolato. Con grande coraggio, scrisse nell’ultimo numero di Cavaliere dell’Immacolata queste parole, di ammirevole onestà intellettuale e integrità di convinzioni: “Nessuno al mondo può cambiare la verità. Quello che possiamo fare è cercarla e servirla quando l’abbiamo trovata. Il conflitto reale di oggi è un conflitto interno. Al di là degli eserciti di occupazione e dell’ecatombe dei campi di sterminio, ci sono due nemici irriconciliabili nel più profondo di ogni anima: il bene e il male, il peccato e l’amore. A cosa ci servono le vittorie sui campi di battaglia se siamo sconfitti nel più profondo della nostra anima?
A questo proposito, nel febbraio 1941, la Gestapo fece irruzione nella Città di Maria e arrestò padre Kolbe e altri quattro frati, i più anziani. Nella prigione di Pawiak, a Varsavia, venne sottoposto a insulti e vessazioni, e poi fu trasferito al campo di sterminio di Auschwitz.

Nel campo di Auschwitz

Iniziò per il santo martire la Via Crucis. Passò la prima notte in una sala con altri 320 prigionieri. La mattina seguente vennero tutti denudati e lavati con getti di acqua gelata, e ciascuno ricevette una giacca con un numero. A padre Kolbe spettò il 16.670. Quando l’ufficiale vide il suo abito religioso si irritò. Strappandogli con violenza il crocifisso dal collo gli gridò: “E tu credi a questo?” Di fronte alla risposta affermativa del religioso gli diede uno schiaffo. Ripeté la domanda per tre volte, e per tre volte il santo religioso confessò la sua fede, ricevendo lo stesso oltraggio. A esempio degli apostoli, San Massimiliano rendeva grazie a Dio per essere degno di soffrire per Cristo: “Essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (At 5, 41). Maria non lo abbandonò neanche per un istante.

Entrando nel campo di concentramento, le guardie analizzavano minuziosamente tutti i prigionieri e li privavano di tutti gli oggetti personali. Il soldato che esaminò padre Kolbe gli restituì il rosario dicendo: “Prenditi il tuo rosario e va’ lì dentro”. Era un sorriso della Madonna, come a dire che sarebbe stata con lui in ogni momento.

Martirio nel “‘bunker’ della morte”

Sono ben noti gli altri episodi che si verificarono nel campo di Auschwitz: il comportamento del santo sacerdote francescano, la sua instancabile attività apostolica in ogni blocco in cui era inviato, ecc.

Alla fine del luglio 1941 venne trasferito al Blocco 14, i cui prigionieri svolgevano lavori agricoli. Uno di questi era riuscito a fuggire, e altri dieci, scelti a sorte, vennero condannati al “bunker della morte”, un sotterraneo in cui venivano gettati nudi e rimanevano senza cibo né acqua in attesa della morte.

Di fronte alla disperazione di quegli infelici, San Massimiliano si offrì al posto di uno di loro, padre di famiglia, e venne accettato essendo sacerdote. L’odio dei soldati per il religioso era notorio, ma rimasero stupefatti verificando fino a dove potevano arrivare il coraggio, la forza e l’eroismo di un sacerdote cattolico. Era senz’altro mosso da un’autentica carità nei confronti di quel prigioniero, ma c’era anche un’altra ragione, più elevata, che lo portò a prendere quella decisione: il desiderio di aiutare quei condannati ad avere una buona morte, salvando la loro anima.

Il bunker era chiuso a qualsiasi contatto con il mondo esterno. In quelle ore terribili senza alcuna aspettativa se non la morte, si trattava di mettere in ordine la propria coscienza. Si può immaginare quale fosse la paura della morte, della sofferenza, la tentazione di disperare. In quella situazione, che privilegio avere come compagno un sacerdote santo! Grazie a lui il bunker della morte divenne una cappella di preghiera e di cantici, con voci ogni giorno più deboli. Tre settimane dopo i sopravvissuti erano solo 4. Ritenendo che quella situazione si stesse prolungando troppo, le autorità decisero di applicare ai quattro un’iniezione letale di acido muriatico. Padre Kolbe fu l’ultimo a morire in quello spaventoso sotterraneo. Tese spontaneamente il braccio per ricevere l’iniezione. Qualche momento dopo, un funzionario del campo lo trovò morto “con gli occhi aperti e la testa inclinata. Il suo volto, sereno e bello, era raggiante”.


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Aveva compiuto la sua ultima missione: aveva salvato se stesso e gli altri. Era il 14 agosto 1941, vigilia della festa dell’Assunzione di Maria.

L’Immacolata, ispirazione della sua vita

Il 10 ottobre 1982, in Piazza San Pietro, una folla di oltre 200.000 persone sentiva un papa anch’egli polacco dichiarare martire quel sacerdote esemplare che non solo era morto per salvare una vita, ma soprattutto aveva vissuto per salvare molte anime. Lui che non si stancava mai di dire: “Non abbiate paura di amare troppo l’Immacolata; non potremo mai eguagliare l’amore che ebbe per Lei Gesù, e imitare Gesù è la nostra santificazione. Più apparteniamo all’Immacolata, meglio comprenderemo e ameremo il Cuore di Gesù, Dio Padre la Santissima Trinità”.

Come ha affermato Giovanni Paolo II canonizzandolo, “l’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio”.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
san massimiliano maria kolbe
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