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Chiedere aiuto può aprire la porta all’amore

© Marina del Castell / Flickr / CC
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Che grande forza sentire che l’altro ha bisogno di noi!

Quando una persona si mostra nella sua verità è nelle mani dell’altro. Può essere accettata o rifiutata. Si sente vulnerabile. Mi fa male l’anima quando non vengo accettato come sono. Quando mi mostro nudo davanti agli altri e non ricevo né applausi né sorrisi. L’ho vissuto tante volte. Di fronte alla povertà dell’altro posso mostrarmi misericordioso o posso rimanere arroccato nel mio orgoglio. Protetto e sicuro.

Gesù non mi guarda mai dall’alto. Quando qualcuno mi dice che ha bisogno di me mi disarma. Mi fa sentire importante. Credo di poter fare qualcosa per lui e questo mi dà sempre forza.

Gesù chiede me. Non viene a darmi nulla. Diceva Jean Vanier: “Gesù vuole apparire nel nostro cuore come qualcuno di piccolo. È stanco (…). Tutto ciò che vuole è incontrare te, che sei diverso”.

Mi piace questo coraggio di Gesù di entrare nella mia vita senza nulla da offrire. Gesù non mi dà quello di cui ho bisogno, quello che chiedo. Mi chiede quello che ho. Non un’acqua come la sua, ma la mia acqua sporca. La mia povertà. La mia fragilità.

E io mi sento utile davanti a Lui. Sembra una bugia che possa risultare utile con le mie debolezze. È incredibile. Mi piace pensare a quel Gesù, non a un Dio onnipotente che la mia debolezza non complementa. Commenta padre Josef Kentenich che “la bontà paterna di Dio non poteva opporre resistenza alla debolezza riconosciuta e accettata di suo figlio” [1].


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Lo vivo nella mia carne. Mi disarma l’impotenza di chi mi chiede aiuto, e mi suscita disprezzo chi non ha bisogno di me. Mi piace aiutare e sentirmi utile.

Gesù mi mostra com’è l’atteggiamento del figlio che confida. “Dammi da bere”. Gesù chiede a me che gli dia da bere. E io non ho nulla. Sono povero. Ma Egli mi chiede aiuto e risolleva il mio animo. Mi fa credere e confidare nel fatto che alla fine la mia vita abbia un senso.

Ho una missione inscritta nell’anima. Posso essere un eroe se mi lascio modellare dalle sue mani. Posso dare acqua. A Lui. A tanti assetati. Basta che me lo chiedano come Lui. Umile. Piccolo. Fragile.

Mi fa male la violenza degli uomini. Mi rivolto contro la prepotenza. Mi disarma la richiesta umile del piccolo che supplica solo il mio aiuto. Senza esigere niente. Vuole solo bere. Mi colpisce.

Spesso non sono capace di chiedere a nessuno di darmi la sua acqua. Mi sento in grado di fare tutto da solo. Cammino sicuro di me. Non ho sete. Ci credo.

E se ho sete la placo, la calmo con altre acque, ma non chiedo niente. È il mio orgoglio che non mi permette di presentarmi come essere vulnerabile davanti agli uomini. Devo imparare ad essere piccolo, povero.

L’immagine dell’acqua è tipica di questo periodo di Quaresima. Ho un profondo desiderio di saziare la mia sete. Il popolo, torturato dalla sete, ha mormorato contro Mosè, chiedendosi se l’aveva fatto uscire dall’Egitto per farlo morire di sete. Nel deserto il popolo di Dio ha sete. Non ha acqua.


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Leggevo qualche giorno fa la lettera di padre Christopher dall’Etiopia: “A Gode e nella regione somala dell’Etiopia non cade neanche una goccia di pioggia da un anno e mezzo. Qui sta morendo tutto”. La sua testimonianza mi ha colpito. Siamo abituati all’acqua e non le diamo valore. Abbiamo sete e beviamo. La scarsità d’acqua è terribile. Quando non c’è acqua tutto muore. C’è tanta sete in tanti luoghi…

Anche Gesù ha sete accanto al pozzo. Come quel popolo che si ribella contro Mosè. Aveva immaginato un’altra liberazione ed era lì intrappolato nel deserto senz’acqua. Come tanta gente che muore malata in Etiopia e in tanti altri luoghi per mancanza d’acqua.

Anche Gesù ha sete ed è solo. I suoi discepoli se ne sono andati. Arriva la donna a cercare l’acqua, anche lei è da sola. Anche lei ha sete. Questo mi colpisce sempre. Vede la donna e la conosce. Conosce la sua sete più profonda.

Ma la prima cosa che ho io è una sete superficiale. Ho sete d’amore, di successo. Voglio intraprendere un cammino e arrivare a un buon porto. Voglio alzarmi tranquillo, con la sete placata. E per questo durante la giornata la calmo in tante parti. In pozzi poco profondi.

Qual è la mia sete oggi guardando Gesù? Ho sete. Guardo Gesù e lo riconosco. Ho sete. Sete di un amore profondo e vero. E tante volte non so amare con maturità e vivo con una sete continua.

Diceva padre Kentenich: “Si dà affetto per ricevere qualcosa in cambio. Vogliamo una persona perché ci arricchisce interiormente o ci rende più maturi. In questo caso, amiamo Dio e ci offriamo a Lui perché in questo modo riusciamo a soddisfare la nostra sete di felicità e canalizziamo l’autoaffermazione. Si ottiene una personalità piena e matura grazie all’abbandono a Dio, ma in questa donazione e in questo amore nei confronti di Dio alla fin fine stiamo cercando noi stessi” [2].

Quando amo cerco me stesso. Do per ricevere. Mi dono perché voglio avere. Questa sete profonda non viene saziata nel mio amore che cerca se stesso. Vorrei amare meglio. Con più libertà. Dando un’acqua che plachi la sete più profonda dell’uomo. Senza cercare sempre egoisticamente di ricevere ogni volta che do qualcosa.


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Gesù ha sete, mi chiede acqua e mi dà l’acqua del suo Spirito. A volte guardo Gesù e gli parlo della mia sete umana. Gli chiedo un’acqua che mi sazi. Cerco il suo pozzo, la sua fonte. Ma non ricevo quello che cerco. E Gesù mi parla di un’acqua nuova. Mi parla di cambiare il mio sguardo.

E io non lo capisco. Ma so che nel silenzio della mia anima può accadere il miracolo. Se mi abbandono. Il cuore cambia quando si riceve un’acqua vera. Qual è la mia sete più profonda? La conosco? Conosco la mia ferita? Spesso non lo so. Placo una sete passeggera. Devo tornare sempre al pozzo.

Ma Gesù mi assicura che la sua acqua placa la mia sete per sempre. La sua acqua, il suo sguardo, il suo amore. Cambia il mio sguardo, cambia il mio amore. Mi riempie dentro. Devo credere a questa promessa.

[1] J. Kentenich, Niños ante Dios
[2] J. Kentenich, Envía tu Espíritu

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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