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José “Pepe” Mujica: «Mi sento accolito del Papa»

Uruguay's president Jose Mujica waves at the press upon his arrival at La Moneda presidential palace in Santiago, on March 10, 2014.
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Intervista all’ex-presidente dell’Uruguay che si definisce «ammiratore politico della chiesa cattolica». I quattro anni di pontificato di Bergoglio? «Una finestra spalancata»

È stato il primo presidente latinoamericano ad incontrarsi con il Papa argentino, suo dirimpettaio. Da Montevideo, infatti, dove vive con la moglie senatrice, ci vogliono poco meno di tre ore di battello fluviale per arrivare sull’altra sponda del Rio de la Plata, a Puerto Madero, da dove si può andare camminando sino alla residenza di Bergoglio che si affaccia sulla storica Piazza di Maggio. Un percorso che Mujica quando era in carica dal marzo del 2010 allo stesso mese del 2015 non ha mai compiuto. Ha preferito aspettare, volare 12 mila chilometri in aereo ed arrivare a Roma con in mano un libro di un amico in comune con il Papa argentino che andava a visitare, lo storico e filosofo uruguayano Alberto Methol Ferré, deceduto nel novembre del 2009. «Ci ha aperto la mente», ha commentato Mujica porgendoglielo. «Ci ha aiutati a pensare», gli rispose Bergoglio con il sorriso di chi non si è fatto cogliere impreparato. Un’ora di colloquio ed uno stringato commento all’uscita hanno fotografato l’incontro tra i due rioplatensi, il Papa e il Presidente: è stato come incontrare “un amico di quartiere” ha riferito Mujica a un giornalista; «un uomo saggio» ha fatto sapere il Papa attraverso il suo portavoce. L’ottantunenne presidente dell’Uruguay dai trascorsi guerriglieri non ha più perso di vista il papa argentino. Fino ad oggi.

Davanti al microfono ammette di non ricordare cosa stesse facendo e dove fosse quel 13 marzo di quattro anni fa. «Uno dei miei molti difetti è quello di non ricordare le tappe che ho attraversato», si scusa: «Soprattutto adesso che non ho davanti molto tempo e cerco di concentrarmi sulle chiavi del tempo che verrà». Ma quello che assicura di avere molto chiaro «è la sorpresa gigantesca che abbiamo avuto». Il plurale maiestatis riflette una natura schiva e un po’ contadina. «Ci sembrava difficile che la chiesa potesse avere tanta audacia rinnovatrice da eleggere un latinoamericano e soprattutto un personaggio così singolare e un po’ contestatario della filosofia pratica che avevano applicato gli ultimi Papi. Era una svolta, una svolta globale rispetto all’orientamento della chiesa sino a quel momento. Il che parla della sapienza e delle risorse misteriose di questa realtà così vecchia che è la chiesa. Ha saputo imprimere una sterzata molto forte nella lotta per la propria credibilità in un momento di fenomenale crisi nel mondo. Quando il suo peso storico, sociale, veniva preso a calci in molti posti, la chiesa – con il nuovo papa – si è resa conto che il suo destino si giocava nel mondo povero e con la causa dei poveri, e ha cercato di riprendere la parte più profonda del vecchio messaggio cristiano».

Perché vecchio?

Vecchio non nel senso peggiorativo, piuttosto nel senso di eternità che comincia nell’umanità. Io mi considero un ammiratore politico della chiesa cattolica, apostolica romana.

“Ammiratore politico”?

Si, ammiro il lavoro della chiesa cattolica, l’opera civilizzatrice gigantesca che ha realizzato in termini umani nonostante i suoi difetti. La lingua e la presenza della chiesa cattolica in America Latina sono le due colonne vertebrali della formazione del nostro modo di essere. Non riconoscerlo è un segno di superficialità. Noi popoli latinoamericani siamo credenti nella quasi generalità, soprattutto i poveri lo sono, e durante tutta la storia di questa parte del mondo la chiesa ha avuto una partecipazione enorme nella costruzione delle nostre nazionalità. La chiesa ha a che vedere con le nostre radici in un modo inestricabile. Lingua e chiesa sono le due cose che più ci accomunano. Che io abbia dei dubbi come credente, questa è un’altra storia. La questione di fondo è com’è la gente del mio popolo, della mia società, chi siamo noi latinoamericani, e questo lo devo capire e rispettare. Per questo quando contestano alla chiesa un suo spazio, una sua legittimità di presenza, non posso essere neutrale, mi sento amico, come istituzione e come storia. So che si possono rimproverate molte cose alla chiesa, ma è molto di più quello che bisogna riconoscerle. Alla fin fine quello che pesano sono i difetti degli uomini, non della chiesa, non dell’istituzione.

Da dove le vengono le cose che sta dicendo sulla chiesa e sul Papa? Da esperienze che ha vissuto, dalla famiglia, da persone che ha incontrato? Non sono usuali in bocca a un politico di sinistra che è stato presidente di un paese il più laico dell’America Latina.

Sono attento alla storia dell’America Latina, un appassionato della storia dei nostri paesi, e dovunque guardassi o andassi mi sono sempre imbattuto con la chiesa da tutte le parti. Fin dai tempi della rivoluzione e del sorgere e affermarsi delle idee repubblicane. Nelle gesta emancipatrici americane c’è stata ovunque la penna di un sacerdote dietro il pensiero dei libertadores. Perché loro, i sacerdoti, erano gli argini di immagazzinamento dell’accumulazione del pensiero della propria epoca, universitario e colto, erano quelli che conoscevano la filosofia antica, il pensiero moderno, quello umanistico e quello scientifico, e lo ritrasmettevano. E’ molto difficile concepire il nostro Artigas senza qualche prete che gli stava vicino.

Nelle epoche più dure, più primitive la chiesa ha svolto un ruolo di santuario di conservazione della sapienza primordiale e della civilizzazione greco-romana che si è mantenuta nei monasteri, dove in un mondo duro di barbarie e di guerra come fu il feudalesimo, ha mantenuto la miccia accesa della civilizzazione. Poi sono venuti altri tempi, ma la storia della chiesa, lungo i secoli, è stata quella di salvaguardare parte di quella vecchia sapienza che aveva accumulata nel dolore dell’umanità. L’ha trasmessa con più o meno coscienza, come una spora del futuro.

Non c’è nessun prete che ha avuto influenza su di lei?

Probabilmente si. Ho avuto molti amici tra i frati conventuali francescani, alcuni di loro sono vissuti in Italia sino a poco tempo fa. In definitiva sono convinto che la cosa fondamentale nell’uomo è la fede. Viviamo in tempi di scienza ma se togli la fede non esiste la società. E’ un atto di fede andare in una banca, depositare qualche pesos, prendere il pezzo di carta che ti danno come ricevuta e con quello in mano pensare che me li restituiranno quando ne avrò bisogno e li richiederò indietro! Ho della mercanzia, la offro o la vendo nella speranza di realizzare un guadagno, anche questo è un atto di fede. Tutta la società è costruita sulla fede. Senza la fede siamo dei poveretti.

La domanda rimane. Questa sua posizione critica e valorizzatrice di quel che è la chiesa nella storia degli uomini, di quello che è la fede per la vita dei latinoamericani, del pontificato di Francesco, le proviene dagli studi che ha fatto, dalle conoscenze che ha acquisito negli anni o c’è anche altro nella sua esperienza?

Tutte due le strade. Dal punto di vista storico, quanto più guardo indietro nello sviluppo dei gruppi umani sempre mi incontro con gente che crede in qualcosa che va al di là della propria vita. Che è soprannaturale. L’uomo è l’animale più utopico che esista. Perché ha bisogno di credere in qualcosa, in qualcosa non tangibile eppure non questionabile, in qualcosa che va al di là di se stesso. Credere è una caratteristica antropologica dell’uomo. La religione in fondo è lo sviluppo adulto di questa necessità intima.

«Aiuta a morire bene», ha detto una volta…

Sono stato ricoverato e malmesso nella sala di un ospedale e ho visto morire gente. E ho pensato spesso che se la religione compie con la funzione di aiutare a ben morire allora benedetta la religione! Nel dilemma vita-morte abbiamo bisogno di credere in qualcosa di oltre, che non si corrompe. Stiamo attenti, prendiamoci cura della religione! Io con i miei limiti non la posso fabbricare. Di lì viene il mio rispetto. La religione è un servizio umano, una necessità umana. Rispetto l’atteggiamento religioso dell’uomo in generale, certo, ma io appartengo all’occidente, sono nato in America Latina. L’immagine che è stata seminata di Dio ha un volto cristiano, apostolico romano. E questo è penetrato nel profondo di milioni e milioni di latinoamericani. Chi sono io con i miei dubbi davanti all’universo per mettere in questione il valore che questo riveste! Lo devo rispettare. Per questo le dicevo che sono un ammiratore politico del ruolo della chiesa cattolica. È vero! Mi possono sbattere davanti i difetti di questo o quello, i limiti di uno e dell’altro. Ma cosa c’è da sorprendersi! Noi uomini siamo eclettici, peccatori, pieni di errori. Che colpa ha la chiesa?

Si può dire senza retorica, senza che sembri una esagerazione di tipo dialettico, che questi che sono trascorsi con Papa Bergoglio sono quattro anni che cambiano la storia?

Per me sono una finestra spalancata. Lui è un lottatore sociale formidabile. Per l’uguaglianza, per la misericordia, per il diritto alla compassione, per far capire che la fraternità è vitale che esista tra gli uomini, per rendersi conto che trionfare nella vita non è accumulare ricchezze.

È una lotta dura la sua, e so che ci sono tanti che non sono d’accordo. Ma sono passi civilizzatori quelli che sta facendo, e di fronte alla storia otterranno merito e riconoscimento.

Quando eravamo giovani lottavamo per il potere. Che nel suo aspetto rispettabile è la lotta per migliorare la civilizzazione alla quale apparteniamo. Non per creare un mondo perfetto, ma per salire gradini più alti di umanità. Io vedo il Papa come un lottatore formidabile che usa tutto il suo peso istituzionale per colpirci nella coscienza, chiamare a raccolta la società, mostrare che è possibile un mondo un po’ migliore. E questo dipende anche da noi. Per questo mi considero amico ideologico del Papa, e lo accompagnerò in tutto quello che potrò. Ho molta fiducia in ciò che farà, molta.

Quando è andato a visitarlo nel maggio del 2015, quindi poco prima del viaggio che Papa Francesco realizzerà a Cuba nel mese di settembre di quello stesso anno, Raul Castro disse: «Se continua così mi faccio cattolico…». Una battuta scherzosa naturalmente. Lei si sentirebbe di ripeterla?

Io mi sento “accolito” del Papa. I miei dubbi con Dio sono filosofici. Improvvisamente, forse, crederò in Dio (De repente yo creo en Dios). Forse, non so… o forse perché mi sto avvicinando alla morte ne sento il bisogno… Quello che ho ben chiaro è che mi sento parte della lotta del Papa. Non posso essere neutrale.

All’Osservatore Romano, al suo attuale direttore dell’edizione argentina appena inaugurata, Marcelo Figueroa, lei ha parlato di quel che la unisce a Bergoglio. «Credo che, per cammini diversi, entrambi percepiamo il dramma umano e le condizioni della tragedia umana che sta alla base dell’America latina, e anche del mondo. In questo c’è identificazione. Io mi identifico con Francesco». Qual è questo dramma umano, questa tragedia che sta alla base dell’America Latina? Dove la vede?

In una cultura funzionale al profitto che ha creato lo stesso sistema capitalista. Questa cultura che si è diffusa con forza e ovunque ci trasforma in compratori disperati. Dobbiamo consumare. Consumare e comprare cose sempre nuove e diverse come se questo fosse il desiderata della felicità umana, e non ci rendiamo conto che quando compriamo le cose lo facciamo usando il tempo della nostra vita, in un certo senso con i soldi che occorrono per acquistare spendiamo anche noi stessi. Poi ci accorgiamo che non ci resta tempo per gli affetti, per la fraternità, per chi è malato, per cose che non producono guadagni. Ma danno il gusto di vivere. La vita non deve essere un peso. La vita deve essere un messaggio di felicità. Non bisogna confondere l’idea di felicità che ha un equilibrio profondo in se stessa, con l’idea semplicistica di piacere. La felicità implica la libertà: cosa faccio, cosa scelgo, ho tempo nella mia vita per fare quelle cose che poggiano su dei significati validi. Ma se devo lavorare, lavorare e lavorare per pagare le rate della macchina perché la voglio nuova, e altre rate ancora, e ancora e ancora e voglio farmi una casa vicino al mare, e poi ho bisogno di gente che mi aiuti a difendere quello che ho accumulato altrimenti mi derubano… quando rinsavisco un po’ la vita se n’è andata. Ma a mio figlio non voglio che manchi nulla, si dice, come è mancato a me… si però gli manchi tu, non hai tempo per prendere tuo figlio per mano e portarlo a vedere una partita di calcio, o per tante altre cose elementari della vita. Questo è l’inganno del nostro tempo. E quasi senza rendercene conto diventiamo incapaci di compassione davanti al clamore degli altri; non piangiamo più davanti al dramma di un altro uomo e non ci interessa aiutarlo a sopportarlo, come se tutto fosse una responsabilità di altri che non ci riguarda. Perdiamo la calma e ci innervosiamo se il mercato offre qualcosa che ancora non abbiamo potuto comperare mentre tutte le vite troncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci altera.

Meglio poveri che alienati…

Non sto facendo l’apologia della povertà, sto parlando di sobrietà. Vivere con il necessario, con l’indispensabile. Ma avere tempo da spendere in cose che senza pregiudicare altri generano sentimenti, solidarietà, amicizia. È elementare quello che sto dicendo e credo che nel fondo il messaggio cristiano non si discosti da questo livello delle cose. Non può essere il nostro mondo una valle di lacrime per andare poi in paradiso. No. Né valle di lacrime né paradiso. E’ tutto qui, e se c’è un aldilà, la radice è nell’aldiquà. L’dea di trionfare coincide con quella di accumulare ricchezze a qualunque costo. Ma se finiremo per andarcene da questo mondo come siamo venuti! Non trovo molto sensato questo modo di vivere, questo accanimento di possedere. Mi sembra che il messaggio cristiano raccolga il vecchio principio greco: nada en demasia.

 

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