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Così le opere di Gabriele D’Annunzio vennero messe all’“Indice”

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Per quasi trent’anni verso di lui la Chiesa era stata zitta. E, durante il pontificato di Leone XIII, la vita per Gabriele D’Annunzio era stata relativamente tranquilla. Questo però non perché Papa Pecci – come il Vate voleva far credere – lo proteggesse: anzi, nella sua riforma dell’Indice, il Pontefice aveva indicato come elementi che rendevano un libro pericoloso per i fedeli, molti dei leit motive delle sue opere. Piuttosto, tra le ragioni del lungo silenzio, va ricordato sia il fatto che certa letteratura poetica era già oggetto di implicita proscrizione e di supposta scarsa fruibilità, sia il fatto che non sembrava il caso di dar risalto ad un autore pronto a cogliere ogni occasione per farsi pubblicità.

Poi però le cose cambiarono. Il punto di rottura si ebbe nel momento in cui il misticismo sensuale dannunziano minacciava di ottenere troppo successo di pubblico, con grave scandalo, trattandosi – agli occhi di molti – di testi portatori di germi corruttori. A preoccupare la Santa Sede era soprattutto il crescente interesse per le sue opere teatrali, spopolanti ovunque e non solo sulle scene italiane. Il giro di vite imposto da Pio X sul costume e la morale pubblica fece il resto. E così ecco D’Annunzio nel mirino della Congregazione dell’Indice, poi via via colpito -unico tra tanti autori – da ben quattro successive censure nominali e con la sua produzione condannata «in toto». Insomma lo scrittore più temuto nei Sacri Palazzi. L’ accusa prevalente? Quella di «giustificare le morbose sensualità colle cose sacre». Da lì nel pieno della reazione al modernismo i primi strali vaticani. Presto rilanciati contro di lui fattosi paladino di quel mistico-sensualismo sviscerato nel dibattito che animò il Sant’Uffizio e la Curia romana dal ’17 al ’27, l’anno dell’istruzione “Inter mala” con cui la Chiesa mirava a riprendere il controllo della pubblica morale.

Ma vi fu un altro motivo, forse più importante benché meno palese, nella continuazione della crociata contro il Vate. E sta non solo nel suo essere alfiere di un falso misticismo, ma, dall’ascesa del Duce in poi, nel suo essere stato, soprattutto, l’ambiguo e protetto fiancheggiatore del regime fascista. È la tesi che Matteo Brera delinea ora, anche con carte inedite, nel suo Novecento all’Indice. Gabriele d’Annunzio, i libri proibiti e i rapporti Stato-Chiesa all’ombra del Concordato (Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 366, € 38 ). Pagine dove si spiega come l’istituto della censura librorum (soppresso da Paolo VI nel 1966) sia stato, non solo un’arma di difesa contro l’«immoralità» veicolata dalla «letteratura oscena», ma anche, specie nel caso analizzato, un’arma di offesa politica. Cosa documentata anche dalla vicenda dell’Opera omnia dannunziana. Ma procediamo per gradi.

Se infatti la prima tardiva condanna di opere dannunziane, al divampare della popolarità e regnante Pio X, può essere inquadrata nel clima antimodernistico avendo preteso a pretesto la «scandalosa» rappresentazione parigina del “Martyre de Saint Sébastien “(1911), quando nemmeno il presunto “francescanesimo” di d’Annunzio, l’aveva salvato dal censore cappuccino Giuseppe Maria Checchi (che con l’imputazione di blasfemia, scabrosità, ricorso al misticismo e al superomismo in sostituzione della religione cattolica, ecc., aveva portato alla rapida sentenza «condannar tutto in globo»), già il secondo processo fu tutt’altra cosa.

Aperto alla fine degli anni ’20, quando il Sant’Uffizio discusse una serie di “dubia” relativi all’opera dannunziana coinvolgendo alti prelati e politici, conclusosi con un’altra condanna che però non mutò né la sua scrittura, né il suo atteggiamento nei confronti del clero gardonese o dei conventi cui elargiva donazioni, esso fu più marcatamente «politico». E la nuova condanna dello scrittore diventato il “Comandante”, considerato eroe dopo i triondi fiumani, costituì soprattutto un segnale chiaro da parte del Sant’Uffizio e del Papa a Mussolini, alla vigilia del Concordato. Come ricorda Brera la Chiesa «non avrebbe potuto tollerare l’aperto sostegno del regime e del suo capo, patrocinatore dell’edizione nazionale delle opere di d’Annunzio, a un autore gia condannato dalla Congregazione dell’Indice». Non solo: «Così facendo, la Santa Sede tentò di difendere le proprie prerogative di privilegiato custode della pubblica morale».

Brera nel libro, analizzando la “crociata” contro il poeta, si sofferma sulla pubblicazione dell’Opera omnia nel quadro degli scambi diplomatici preliminari tra il Vaticano e il regime. Proprio nel contesto di tregua relativa alla fine del ’27, mentre si definivano i termini del Concordato, un fatto nuovo agitò le acque. Nel gennaio del ’28, l’ufficio stampa del governo annunciava l’insediamento, il 4 di quel mese, del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto nazionale per la pubblicazione di tutte le opere di Gabriele d’Annunzio. L’operazione, che, stando «un atto di riconoscimento per il Poeta soldato» e «un’opera di coltura [sic] e di arte grafica indubbiamente tale da costituire una luminosa affermazione delle energie spirituali e materiali della Nazione», certo non impressionò favorevolmente i vertici vaticani . E al malcontento seguirono missioni esplorative per comprendere quel fatto preoccupante.

In particolare fu il prefetto della Biblioteca Vaticana, Giovanni Mercati, a darsi da fare affinché non solo il cardinale Merry del Val, segretario del Sant’Uffizio, prendesse in mano la situazione, ma anche il Duce venisse a conoscenza di tutte le riserve in merito all’edizione. La sintesi dell’attivita diplomatica vaticana si legge in una relazione del 18 gennaio 1928 redatta da monsignor Enrico Carusi scrittore della Biblioteca Vaticana e, nella vicenda, emissario di Mercati presso il Ministro Pietro Fedele per informarlo «delle voci poco benevole raccolte da piu parti sulla edizione nazionale delle opere di D’Annunzio». «I gravi difetti che esse hanno dal punto di vista della morale cattolica non giustificano una solenne pubblicazione promossa dal governo nazionale», si legge poco prima di un rimando ad un’opera di Maurras condannata. Continua Carusi: «Il ministro ha dichiarato di aver saputo anche da altre fonti notizie su queste voci propalate forse con eccessivo timore[…]. Mi ha dichiarato poi che la mia osservazione […] non doveva essere diretta a lui, ma al capo del governo che gli ha date le direttive». E via di seguito con il valore artistico dell’opera, il riconoscimento dovuto a un «personaggio politico che il governo nazionale non può trascurare» con rassicurazioni sul fatto che si sarebbe trattato di un’edizione di pregio destinata alle «mani di pochi bibliofili, non della gioventù certamente».

Trascorsa neppure una settimana da questo resoconto e la questione era già discussione in agenda al Sant’Uffizio. Le giustificazioni addotte da Fedele non furono ritenute troppo soddisfacenti dalle gerarchie vaticane e adeguate misure si dovevano prendere subito per volontà di Pio XI. I rapporti tra quest’ultimo e il poeta, nonostante le rassicurazioni di circostanza, rimasero tesi per gran parte del pontificato di Pio XI che ebbe un ruolo centrale nell’avvio del secondo procedimento contro il Vate: condannato una seconda, terza e quarta volta (regnante Pio XII). Ecco cosa riporta il diario di un’udienza cui – il 26 gennaio 1928 – parteciparono Papa Ratti e l’assessore del Sant’Uffizio: «Il Santo Padre lesse da sé la relazione di monsignor Carusi, non si mostrò soddisfatto delle spiegazioni e giustificazioni addotte dal Ministro, espresse la sua idea di agire in qualche modo, aggiungendo che si riservava di conoscere in proposito il pensiero personale di Mussolini, che sarebbe stato interpellato in forma privata: disse intanto di sollecitare la ristampa già in corso dell’Indice dei libri proibiti, e di verificare se e quali altre opere fossero state pubblicate da D’Annunzio».

La volontà papale di farsi carico dell’esame dell’Opera omnia dannunziana patrocinata da Mussolini emerge poi da successivi documenti. E alle bordate antidannuanziane dei presuli italiani si aggiunsero presto quelle dello stesso Pio XI quando incoraggiando i predicatori della Quaresima del ’28 a pronunciarsi contro i libri proibiti, non fece mancare affondi diretti a D’Annunzio. Tanta attenzione Oltretevere non si fermò. Nei documenti rivediamo Papa Ratti ai ferri corti con il Vate che si lamenta con il Duce, il quale lo rassicura. Infatti l’Opera omnia, seppure lentamente, fu pubblicata. Il Pontefice colse nel silenzio del regime un segnale negativo. Passate le turbolenze del ’28, rasserenatosi il clima tra Chiesa e fascismo giusto il tempo per la firma dei Patti, il Sant’ Uffizio si guardò bene dal sospendere la sua attività censoria.

Così come il Duce continuò a proteggere il poeta: «Per quanto riguarda i preti stai tranquillo: io tiro diritto e del resto anche nel loro campo, non tutti condividono le idee del Papa» (18 luglio 1931). Ed ecco ricondanne senza conseguenze, che, anzi, fecero aumentare la popolarità dello scrittore, di nuovo all’Indice per Libro segreto (’35) e a Solus ad solam (’39), mentre si acuiva lo scontro col regime deciso a sostituirsi alla Chiesa nell’educazione dei i giovani. Ben visibili erano ormai le conseguenze dei catechismi per Balilla ( «Io sono l’Italia, tua Madre, tua Signora, tua Dea. Non avrai altra Madre, Signora, Dea sopra di me…»). Sconfessati dal regime non erano mai finiti all’ Indice (il Sant’Uffizio si limitò a una diffida, peraltro neppure pubblica o mediante decreto). Ma i loro danni facevano già parte della storia del Belpaese.

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