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Terremoto, il vescovo di Rieti a Torino: “Non blocchiamo la ricostruzione per la burocrazia”

Vatican Insider - pubblicato il 10/03/17

Ringraziare e spiegare. Monsignor Domenico Pompili è venuto a Torino apposta, per guardare negli occhi i ragazzi di Valsalice: l’istituto ai piedi della collina dove fu sepolto don Bosco. Una scuola con 800 allievi tra medie, liceo classico e scientifico, a cui il vescovo di Rieti ha voluto dedicare una giornata. Con le offerte raccolte a Natale dalle famiglie e il contributo della comunità salesiana si è messa insieme una donazione di 15 mila euro che sosterrà due piccoli imprenditori della filiera del latte. «Una coppia con un figlio – ha spiegato Pompili – che ha perso il suo laboratorio e vuole riavviare l’attività. Useremo questa somma per rimetterli in carreggiata». 

Per dare fiducia: «La risorsa fondamentale – ha raccontato il vescovo ai ragazzi – la condizione che come Chiesa dobbiamo alimentare perché si possa fare qualcosa insieme. Ci sono tre modi per dare fiducia: il primo è stare accanto, tenere i contatti, visitare le persone, condividere il dolore». Per questo la Diocesi ha pubblicato un memoriale con le storie delle vittime. «Poi dobbiamo sostenere le attività economiche e poi ancora ricostruire i luoghi di incontro. La gente ha bisogno di spazi di riferimento fisici». 

E ne ha bisogno in fretta. A sei mesi dal sisma Pompili chiede il coraggio di accelerare: «La burocrazia non è un male necessario ma un bene difficile, che garantisce la legalità. Perché sia efficiente però, occorre che i burocrati si coinvolgano. Che ognuno sappia fare di più: nelle fasi post terremoto la legge non riesce a pianificare e codificare tutto. O ci sono persone che si assumono responsabilità e sono disposte a rischiare oppure se si seguono soltanto le norme in modo pedissequo si blocca tutto». Il religioso fa l’esempio dei container di Amatrice, con cui la Caritas ha garantito un’abitazione invernale, sul territorio, a 60 famiglie: «Una soluzione che potrebbe crearci qualche problema, ma che era necessaria». 

«La colpa non è della legge ma degli interpreti senza inventiva», tuona il vescovo. Come la colpa non è di Dio. Monsignor Pompili torna su quelle parole forti dei funerali: «I terremoti non uccidono, uccidono le opere dell’uomo. Bisogna ripeterlo e argomentare, per sgomberare il campo dagli equivoci. Davanti a queste tragedie non si può avere un atteggiamento fatalista, prescientifico. Non si può tirare fuori Dio solo quando non si trovano spiegazioni». I geologi ne hanno già fornite: «Queste 60 mila scosse che ci fanno ballare dal 24 agosto erano imprevedibili. Ma verosimili. Il centro di Amatrice però era costruito sulle macerie di un terremoto settecentesco, per questo il terreno era così fragile e ha provocato un’ecatombe». 

Per la ricostruzione ci vorranno dieci o vent’anni, avverte Pompili. «Ora ciascuno deve impegnarsi per la sostenibilità, con le sue scelte individuali. Bisogna avere un atteggiamento critico, fare le cose in modo diverso per evitare che il dramma si ripeta». E prendersi per mano: «Il terremoto ha capovolto le case e le relazioni. Quella con Dio e quella con gli altri. Abbiamo riscoperto che bisogna bussare ai vicini e farsi aiutare. Che l’uomo non è fatto per essere autonomo ma è strutturato per essere interdipendente. Ricostruire è complesso,serve una risposta della comunità, non soltanto l’efficienza dello Stato, che per altro è da dimostrare: soprattutto in questa fase in cui la politica si sta avvitando su se stessa». 

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