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“I corridoi umanitari e i muri che condannano all’infecondità”

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Dopo l’accordo con la Cei per aprire i corridoi umanitari dal Corno d’Africa, nei giorni scorsi la Comunità di Sant’Egidio e le Chiese evangeliche hanno chiuso l’accordo con la Francia per rendere operativi anche lì i corridoi umanitari, portando a 1.500 il totale dei profughi che potranno arrivare in sicurezza grazie a questo sistema. Si è avuta però anche notizia del passo indietro polacco e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio non nasconde la sua soddisfazione per la decisione francese e la preoccupazione per lo sviluppo polacco.  

«I corridoi umanitari rispondono a un bisogno, perché il muro condanna all’infecondità. Guardiamo all’Ungheria, che ha preso una posizione durissima sull’immigrazione; ebbene domani per via della crisi demografica dovrà aprirsi ma, quando lo farà, sarà più vecchia. Bisogna saper guardare avanti e anche provare a vedere questo nostro mondo dal sud del mondo, un mondo in movimento». 

Molti temono per la sicurezza.  

«E i corridoi umanitari sono gli unici che garantiscono la sicurezza. Chiedendo alle famiglie di farsi carico dei rifugiati, inoltre, nessun costo rimane a carico dello Stato. La risposta di tanti poi dimostra che la pancia della nostra società non è ostile, ma non sa bene come rendersi parte attiva e quindi va aiutata. In questo modo si dà poi speranza a chi sta a sud e vorrebbe domani potersi spostare a nord. Ne nasce una visione della pace, che chiede responsabilizzazione, anche dei governanti africani. Non ho mai visto un capo di stato africano inchinato a Lampedusa, e mi chiedo perché. Il giovane africano ieri credeva nel futuro della propria patria, anche se non aveva il telefonino in tasca. Oggi lo ha, ma non spera nel futuro del suo paese e si imbarca per un viaggio che attraversa deserti e mari, un viaggio che non esito a definire messianico». 

Che valutazione dà del processo integrativo dei settecento rifugiati giunti grazie ai corridoi umanitari e che presto saranno mille?  

«Sono famiglie, adulti, giovani; quindi si tratta di processi complessi, che non sono uguali per tutti, hanno bisogno di tempo: ma all’interno di questa vicenda vediamo anche tantissima solidarietà». 

Ha saluto Riccardi ricordando che la Corte di Giustizia europea stava per deliberare sul ricorso di una famiglia siriana, per la quale il diritto di asilo garantito dalla «Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione» implica il dovere degli Stati membri di concedere una protezione internazionale.  

«Io credo che per aprirci al futuro non dobbiamo dimenticare il passato, ricordare per esempio l’accoglienza data ai tantissimi protagonisti dell’esodo giuliano dalmata, il cosiddetto esodo istriano. Ricordare il passato ci aiuta a pensare il futuro».  

Poi si è appreso che per la Corte gli Stati non sono obbligati dal diritto dell’Unione. 

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